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Lodi a Lodi: il racket (che non doveva esistere) finisce in piazza.

lodiCi sono tutti gli elementi per imbarazzare anche i più grandi negazionisti. Per tanti motivi: c’è l’imprenditore “chiaccherato” atterrato nel lodigiano (con la solita chiacchera, forse malalingua, che accompagna grandi liquidità non indigene che si rovesciano sulla cittadina di provincia) che si compra i prestigiosi bar del centro per un atterraggio in grancassa. Ci sono i gelesi (che in Lodi e nel lodigiano hanno trovato probabilmente un pascolo molto più tranquillo di quella terra di confine che è il sud milano) legati alla famiglia Fiandaca, uomini d’onore di Niscemi attivi a Genova. La vicenda rientra in un troncone dell’indagine portata avanti dal Gico di Genova che si è avvalso di intercettazioni telefoniche, ambientali fino alla puberale forma comunicativa della videochiamata perfettamente funzionale all’esibizione via cellulare di valigette ricche di droga. Riunioni non propriamente convenzionali tenute nei locali del circolo Arci “Il Borghetto” e “La Concordia” di Genova, legati (si dice) il primo ai gelesi (tra cui il mai dimenticato La Rosa bombarolo affamato per le sorti del sindaco di Gela Rosario Crocetta) e “La Concordia” legato alla famiglia Maurici di Cosa Nostra. Tra i filoni dell’inchiesta andati a segno vi sono quello sulle estorsioni del levante genovese e quello sulle bische clandestine con arresti e sequestri in Liguria e la trasmissione di atti anche alla procura di Torino. In tutta questa salsa (che ovviamente non esiste) si finisce dritti dritti nella piazza più tranquilla ma bugiardamente tranquillizzante, quella di Lodi.

E’ cominciato tutto il 3 ottobre. La squadra mobile di Genova ha arrestato tre persone di origini siciliane, ma tutte da tempo residenti nel capoluogo ligure, con l’accusa di estorsione ai danni del proprietario del bar “Spagnuolo” in piazza Vittoria a Lodi. Sulla vicenda, gli investigatori hanno mantenuto il più stretto riserbo. I tre in carcere, erano in attesa della convalida del provvedimento, e hanno avuto il divieto assoluto di incontrare i legali fino all’interrogatorio, che è stato celebrato questa mattina di fronte al gip Daniela Faraggi. I tre sono stati arrestati giovedì, due a Genova e uno in una piazzola dell’autostrada Genova-Milano, in flagranza di reato, mentre si facevano consegnare il denaro dalla vittima. Secondo le accuse, infatti, i tre avrebbero chiesto il «pizzo» allo Spagnuolo, conosciuto a Genova. Gli arresti sono scattati dopo un’indagine condotta dalla Procura di Genova, insieme agli agenti della squadra mobile. Gli investigatori li hanno intercettati e seguiti e al momento dello scambio li hanno bloccati. Uno dei tre sarebbe il fratello di un altro siciliano assolto lo scorso inverno dall’accusa di associazione mafiosa. L’uomo era stato accusato di essere legato alla famiglia dei Fiandaca. In primo grado era stato assolto, mentre in appello era stato condannato. La Cassazione però aveva annullato la sentenza di secondo grado e ordinato di rifare il processo.

Oggi invece restano in carcere dopo l’interrogatorio di convalida di stamani davanti al gip Daniela Faraggi i tre uomini arrestati per il pizzo di 80mila euro. I tre, tutti residenti nel capoluogo ligure A.G., 56 anni; B.C., 37; e M.M., 35; si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Secondo quanto ricostruito A.G. e B.C. hanno numerosi precedenti, ed in particolare A.G. era già stato accusato di omicidio per aver ucciso un altro detenuto mentre stava scontando una pena in carcere. I tre tuttavia non sarebbero legati alla malavita organizzata. Prima di ricevere la richiesta di pagamento del pizzo, all’imprenditore erano stati incendiati due bar. I due esercizi commerciali avevano riportato danni per svariate migliaia di euro.

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