San Giuliano, lo sberleffo ai boss

A cento passi dal Duomo approda a San Giuliano a pochi chilometri da Milano, da quella città di cui lo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Giulio Cavalli racconta legami e connivenze con la mafia. Legami nati e cresciuti in un silenzio assordate, ininterrotto, tra funerali, suicidi (alcuni illustri, come quello di Raul Gardini), sequestri, omicidi. E poi ancora numeri, numeri, numeri, perché la mafia dei “colletti bianchi”, armata non di lupara ma di fucili mascherati da finanziarie e concessioni edilizie, lavora alacremente. Siamo a Milano e parliamo di ‘ndrangheta, dagli anni Settanta ad oggi, dall’omicidio di Ambrosoli all’Expo 2015. Tutto questo accade nell’ultimo testo teatrale scritto e interpretato da Cavalli, che da Lodi ha saputo portare in giro per l’Italia un nuovo teatro civile, documentato, intenso e, ovviamente scomodo. Dopo il successo di Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi, prodotto dal comune di Lodi e dal comune di Gela, dopo la direzione artistica del Nebiolo di Tavazzano, dopo le tante repliche del fortunato monologo Linate 8 ottobre 2001: la strage, scritto con il giornalista del «Cittadino» Fabrizio Tummolillo, Cavalli torna a parlare di mafia, incurante degli attacchi e delle minacce e di una vita che, da oltre un anno, è sotto scorta. L’attore lodigiano questa sera sarà sul palco del teatro Ariston di San Giuliano con A cento passi dal Duomo (ore 21.15, ingresso 10 euro), nell’ambito della rassegna teatrale “Cibo per la mente” organizzata dal comune del Sudmilano. Con testi dello stesso Cavalli e del giornalista Gianni Barbacetto (direttore di “Omicron”, l’osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord e ora in forza anche al «Fatto Quotidiano») e intense musiche di Gaetano Liguori, l’attore lodigiano si concentra sulla presenza delle famiglie mafiose nell’Italia Settentrionale, un fenomeno spesso sottovalutato dalla politica e dai mass media ma da anni denunciato dalla magistratura. Il silenzio cui si accennava all’inizio è quello della città di Milano, dai privati cittadini alle istituzioni, che pare non accorgersi dei traffici mafiosi che si svolgono all’ombra della Madonnnina: Cavalli ricorda durante lo spettacolo che il pm antimafia Vincenzo Macrì nel 2008 disse che «Milano è oggi la vera capitale della ‘ndrangheta».Ma non solo: mafia a Milano significa anche sangue, omicidi, regolamenti di conti. Significa una Gomorra meno appariscente ma non per questo meno importante o meno radicata.«Non è un caso che abbia scelto come compagni di studi e scrittura per i miei spettacoli dei giornalisti, per rispettare e non sprecare un’opportunità difficilmente ripetibile: un palcoscenico che si prenda il lusso di fare luce», dice Cavalli. E infatti, anche questa volta, il suo monologo non ha nulla dell’invettiva o del gioco di parole astratto, ma è una vera e propria orazione civile supportata da dati, documenti e analisi. Il tutto accompagnato dalla musica di Liguori: come afferma lo stesso Cavalli, «una ninna nanna dolce per un risveglio brusco di quella Lombardia che si crede immune dalla mafia».

Francesca Amé

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