LA NORMALITÀ BLINDATA

QUANDO A FINIRE SOTTO SCORTA È LA GENTE COMUNE.
Il più noto è Roberto Saviano, l’autore di Gomorra. Che vive sotto scorta lo sa un numero d’italiani maggiore rispetto a quello di quanti hanno letto il suo libro, sebbene l’abbiano fatto in più di un milione. Molti cittadini, attenti alla cronaca, conoscono anche la vita “blindata” di don Luigi Ciotti, un uomo di Dio che da molti anni non è libero di muoversi da solo perché non esita a farsi dei nemici: trafficanti di droga, mafiosi, sfruttatori di prostitute. Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, sono 570 le persone che, oggi, nel nostro Paese vivono scortate. Meno dell’anno scorso, quando erano 622, ma molto diversificate per professione. Non sono solo, infatti, i magistrati e i massimi vertici delle istituzioni, ma giornalisti come Lino Abbate o Rosalia Capacchione, sacerdoti, politici, amministratori locali e gente comune. Tutte persone che prendono sul serio il proprio lavoro e che vivono fino infondo i doveri del cittadino onesto, finendo così per pestare i piedi a chi approfitta del complice silenzio altrui per combinare affari sporchi. Si può finire sotto scorta perché non si cede a un’estorsione, ma anche perché, come è successo a una dirigente delllnps di Rossano, si denuncia una truffa ai danni della previdenza nazionale. Può succedere a uno come l’attore di teatro Giulio Cavalli, la cui intervista viene pubblicata qui di seguito, che ha il torto di mettere alla berlina i cosiddetti “uomini d’onore”, elencando a voce alta, dal palcoscenico, nomi e fatti di una criminalità organizzata che ha ormai intaccato anche il Nord. Oppure può capitare quel che è accaduto a Lia Beltrami, assessore della Provincia di Trento. C’è chi ne segue i passi perché, con la sua politica di solidarietà, ha urtato il razzismo viscerale di alcuni fanatici, incapaci di vivere in pace con gli immigrati. Capita che il coraggio delle idee debba essere difeso
dallo Stato. Noi abbiamo il dovere civico di non dimenticare, nutrendo stima verso chi, questo coraggio, lo pratica. E verso chi lo protegge.

È BERSAGLIO DI AVVERTIMENTI E MINACCE. CON LA SUA OPERA A CENTO PASSI DAL DUOMO, L’ATTORE GIULIO CAVALLI RACCONTA TRENT’ANNI FILATI DI ‘NDRANGHETA A MILANO, CON TANTO DI NOMI: «VOGLIO FAR APRIRE GLI OCCHI», SPIEGA.

Quest’intervista con Giulio Cavalli, in occasione del suo spettacolo teatrale A cento passi dal Duomo, era già stata realizzata, quando l’operazione “Parco Sud” ha spedito in cella la “terza generazione” della ‘ndrangheta nel Milanese. Risultato: 17 ordinanze di cattura, 48 indagati, 5 milioni di beni sequestrati e un velo squarciato su affari e intimidazioni che si sviluppavano in comuni a sud di Milano, come Corsico, Buccinasco e Trezzano sul Naviglio; ma con una delle imprese “sporche” che aveva la sede sociale in via Montenapoleone, a Milano. A cento passi dal Duomo, appunto.
Giulio Cavalli è un attore e regista di Lodi. Vive sotto scorta. Ha solo 32 anni, ha iniziato a calcare le scene nel 2006 e già in quell’anno è entrato in un programma di protezione che nel 2009 si è fatto più serrato. Sarà che lui, che si definisce un “giullare”, un “teatrante” e tende allo sberleffo più che al ghigno tragico, è incapace di tacere sulle tragedie reali trascurate. Ha messo in scena l’incidente aereo di Linate che nel 2001 costò la vita a 118 persone, ha rappresentato con Bambini a dondolo la vergogna del turismo sessuale, e già in quelle occasioni aveva causato “mal di pancia”. Il botto è arrivato con “Do ut des”, in cui metteva alla berlina Bernardo Provenzano, Totò Riina e i loro picciotti, andando per di più a rappresentarlo in piena Sicilia. Le intimidazioni e gli avvertimenti non si sono più contati, compreso il disegno di una bara sulla porta di casa sua e le gomme dell’auto tagliate. E Cavalli cosa fa? Quest’anno allestisce A cento passi dal Duomo, scritto con il giornalista Gianni Barbacetto. Un monologo nel quale racconta trent’anni di mafia in Lombardia partendo da Calvi e Sindona e arrivando a elencare nomi, fatti e foto della ‘ndrangheta d’oggi nella regione in cui lui vive e lavora. La regione più ricca d’Italia e la città più europea che tengono ancora gli occhi semichiusi su un cancro, la criminalità organizzata, che non le ha in pugno ma ci ha affondato saldamente le grinfie. La sfida di Giulio Cavalli è questa: far aprire gli occhi.
– Perché questo spettacolo?
«Perché penso che sia necessario. Si stava facendo un gran parlare dell’Expo 2015 a Milano, e preciso che io sono molto garantista sull’Expo, perché si rischia di demonizzare un evento che comunque è un’occasione eccezionale per il nostro Paese. Ma c’è una grossa bugia, ed è quella di una politica che assicura che per quell’occasione non entreranno le criminalità organizzate in Lombardia. È una bugia perché ci sono già, e quindi mi piacerebbe sentir dire che le faranno uscire, cioè avere una risposta che dimostra una certa conoscenza del fenomeno. La Lombardia ha l’opportunità di cominciare una lotta contro un’infiltrazione che non è nei centri nevralgici del potere, non è comunque nei vertici economici. Il mio spettacolo è ottimista perché vuole contribuire a un’osservazione il più possibile precisa di ciò che succede».
– Che cosa da fastidio del suo teatro?
«Un grande fastidio lo ha dato Do ut des. Dopo aver letto migliaia di pagine di intercettazioni, dopo aver letto le caratteristiche umane o subumane di gente come Riina o Provenzano, pensi “Beh, ma qui la parte comica è già scritta, bisogna semplicemente portarla in scena”. Effettivamente il portarla in piazza a Gela, ad Alcamo, a Corleone, raccontando che Riina non ha mai usato un congiuntivo, che Provenzano era un povero vecchietto con la musicassetta dei Puffi nel suo covo, ha creato una catarsi molto violenta. Nel momento in cui sveli che il loro onore non esiste, che è solo una metastasi della paura e basta un sorriso per smontarlo, gli hai già tolto un’arma di controllo. Noi eravamo certi che non avessero un buon senso dell’umorismo, e infatti…».
– Lei ha paura?
«Paura no. Ho avuto momenti in cui mi chiedevo, e mi chiedo ancora, se è giusto far pesare questa mia vicenda su quanti mi stanno intorno (Cavalli ha due figli, ndr). Dal 2006 c’è stata un’escalation: dalle minacce dei fan di Riina (c’è un mondo di decerebrati che sono paramafiosi pur non essendo affiliati) ad avvertimenti più importanti, avvenuti quest’anno, che hanno fatto capire che esistono persone incaricate d’osservarmi. Conoscono i miei spostamenti, vengono nei miei luoghi». «A Milano», continua Cavalli, «a un mio spettacolo c’era un parente di una delle più importanti “famiglie” della ‘ndrangheta milanese. E anche questi sono gesti che una società civile compatta non può permettere. Però, il bicchiere mezzo pieno di questa storia è l’appoggio e la stima delle istituzioni: parliamo di uno Stato che si prende la responsabilità di tutelare la parola. E io sono ottimista. Non ho mai perso il sorriso». «Tra l’altro non sopporto il voyeurismo che c’è in Italia su chi vive sotto scorta», conclude Cavalli. «Non ci sto a fare il “Saviano del Nord”, pur essendo amico di Roberto Saviano; mi sento più simile a un panettiere di Palermo che ho conosciuto, il quale alle 4 di mattina va a impastare il pane con due carabinieri, perché si è rifiutato di pagare il pizzo e ha sporto denuncia. Credo di essere una piccolissima parte di un processo che in Italia è avviato. Non vedo uno sfacelo nazionale, sinceramente. Altrimenti non lo farei, perché non ruberei mai la tranquillità alla mia famiglia, per quanto non l’abbia deciso io, se non fossi sicuro che saranno i miei figli a poterne godere il frutto».
R. B.

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