MM2 intervista Giulio Cavalli

Articolo di Emanuela Meucci N°4 27 Gennaio 2010

«La mia Milano è quella di Giorgio Ambrosoli, assassinato per aver liquidato la Banca Privata Italiana di Michele Sindona, di Emilio Alessandrini e Guido Galli, giudici uccisi dai terroristi di Prima Linea». A parlare è Giulio Cavalli, 32 anni, attore, regista e direttore del teatro Nebiolo di Tavazzano, a pochi chilometri da Melegnano. Il suo è un teatro civile che vuole tenere viva la memoria.
Dopo aver scritto uno spettacolo sulle 118 vittime della strage di Linate dell’8 ottobre 2001, quando due aerei si scontrarono sulla pista d’atterraggio provocando il più alto numero di morti in un incidente aereo in Italia, nel 2008 ha portato in scena Do ut des, pièce tragicomica sui riti mafiosi. L’ironia di Cavalli ha colpito nel segno, tanto che da dieci mesi vive sotto scorta dopo le minacce della criminalità organizzata. Il «Saviano del Nord» ha risposto con A cento passi dal Duomo, un monologo in cui racconta le infiltrazioni dell’ndrangheta in Lombardia scritto insieme a Gianni Barbacetto de Il Fatto quotidiano. E l’Italia dei Valori lo ha candidato alle prossime Regionali.
«La mia storia inizia in viale Piceno. Dove oggi c’è una sede della Provincia, negli anni ‘70 c’era un orfanotrofio: lì ho vissuto fino a due anni. Per questo con Milano ho un rapporto di amore-odio. Da quando sono sotto protezione i miei movimenti sono molto limitati e per me è difficile girare liberamente, ma se cammino per strada e mi guardo intorno mi chiedo sempre dove sono nato. Ogni casa potrebbe essere la mia». Cresciuto a Tavazzano, Giulio ha studiato recitazione al Centro di ricerca per il teatro. «E per me, come per tutti quelli che fanno il mio mestiere, la città è soprattutto un palcoscenico e un camerino».
La sua attenzione è rivolta soprattutto al mondo del teatro. «Sembrano esistere solo la Scala e il Piccolo. Il giorno della “prima” si accendono i riflettori e si stende il tappeto rosso. Ma vorrei che, di tanto in tanto, qualcuno si ricordasse delle decine di spettacoli in cartellone ogni giorno. E del lavoro di scenografi e costumisti che c’è dietro ad ogni spettacolo. I grandi numeri sono
solo un placebo, nel settore della cultura è importante impegnarsi con costanza». Fra i piccoli palcoscenici poco conosciuti, Cavalli ne sceglie tre. Il Pim Spazio Scenico, in via Tertulliano, il Teatro della Cooperativa, in via Hermada, e l’Atir – Teatro Ringhiera, in via Boifava. «Qui c’è ancora gente che lavora, si impegna e fa “artigianato culturale”, interpretando il vero spirito lombardo». Il problema, prosegue, è che «Milano, dopo aver inventato la pubblicità, ne è rimasta schiava e si è plastificata. Quello che serve è più sostanza. La città non è un prodotto, ma un insieme di persone».
Ma si sente milanese o no? «Quando sento la città coltivare la sua memoria e stringersi intorno alle vittime, come cerco di fare con i miei testi, allora sento anch’io di farne parte».
Come è successo quando è andato in scena Linate 8 ottobre 2001: la strage. «In quell’occasione», racconta, «ho sentito l’abbraccio di tutti i cittadini che si sono fatti carico della tragedia. In un certo senso, i funerali di Stato in Duomo rappresentano una risposta a quelli di Giorgio Ambrosoli, celebrati il 14 luglio 1979, dove non si presentò nessun rappresentante delle Istituzioni». Ed è proprio dall’omicidio di Ambrosoli che parte A cento passi dal Duomo, per attraversare tutta la metropoli e il suo hinterland. Da Buccinasco (rinominata la «Platì del Nord») all’Ortomercato controllato dalle cosche, fino agli aperitivi del centro, frequentati dai figli dei vecchi boss. «La città ha bisogno di reagire. È un simbolo di operosità, piena di persone che si dedicano al lavoro. Quando racconto queste storie non lo faccio per rovinarle l’immagine». Ma per metterla in guardia dalla criminalità organizzata in giacca e cravatta che potrebbe infiltrarsi negli appalti dell’Expo. «Che non è per forza un male, ma non va neanche santificato. È un’occasione, a patto che non si trasformi in un evento isolato. Mi sembra però che manchino progetti concreti».
Piazze, strade e ristoranti. Per Giulio, per via dell’adozione, non è sempre facile parlare di Milano. Ma vuole ricordare il Bosco di faggi nel parco di via Forlanini, lungo il vialone che porta a Linate. Centodiciotto giovani alberi piantati per ricordare i morti dell’8 ottobre, con al centro la scultura «Dolore infinito» dell’artista svedese Christer Bording, ispirata ai monoliti usati nella tradizione scandinava per commemorare i defunti.
«Un luogo conosciuto da pochi. Sarebbe bello se questo parco della memoria si trovasse in centro, e non seminascosto in periferia».

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