B. Verta su “Nomi, cognomi e infami”

Recensione su “Nomi, cognomi e infami” andato in scena a Cosenza – aprile 2010

Se solo a teatro si può raccontare …

Giulio Cavalli, autore milanese, e il suo Nomi Cognomi e Infami l’altra sera al teatro dell’Acquario di Cosenza.

Lo spazio è vuoto, un leggio, una sedia una luce tenue, la scena è spoglia, muta, solo lì il nostro performer, nessun altro mezzo espressivo se non il suo corpo, la sua voce, la sua rabbia, la sua penna, la sua animata indignazione, musiche di sovente. Nessun personaggio, nessun inizio, né mezzo, solo la fine, la fine del nostro tempo, la degenerazione dell’uomo opulento che parla e non sa ascoltare, che sente ma non ha forza di dire, che vede ma non sa raccontare. Eppure si tratta di Nomi cognomi e infami, di ministri, di parlamentari, di avvocati, di banchieri, di giornalisti, di assessori, di presidenti, di preti, di mafiosi: personaggi nobili ed ignobili per dirla con Aristotele e dunque vien da sé dal riso si sfocia in tragico. Giullare a tratti, un po’ cantore, sicuro scaltro osservatore ma su tutto è narratore. L’incedere è ironico, giocoso, arguto, certamente grottesco, e quindi triste per certi aspetti, affabulatorio. Giulio Cavalli entra in scena e subito ci invita a pensare che non si tratterà di uno spettacolo teatrale semmai (capisco poi) dell’epopea destituita dei nostri giorni. L’autobiografico delle intime confessioni si mescola con il paese intero, il Sud è il Nord, l’Italia e i suoi costumi, le verità taciute ed i misteri insabbiati, l’omertà ed il compromesso, i luoghi comuni su tutto il resto. Epico, d’accezione brechtiana, negli intenti lirici, non si distanzia mai, tutt’altro è in continua iterazione col pubblico, diretto colloquiale, irriverente, empatico, avvicina, sempre più, storie che ci appartengono, storie quotidiane, fatti e persone di cui solitamente si tace di cui si parla con la superficialità dei mass-media o anche con la retorica delle fiction. Siamo all’interno di una dimensione spettacolare del tutto estranea ad una qualsiasi forma drammatica dialogica, piuttosto ci si immerge in un intimo spazio di confronto, in una stretta relazione fra chi parla e chi ascolta, quasi come in un caffè tra amici. È la lingua, certo affilata, l’unico strumento espressivo, lei sola in grado di opporsi alla tirannia del silenzio, del tacere, di quell’italianissimo non ho visto, né sentito, non sono cose di cui si può parlare, che non mi riguardano peggio ancora. Al di là delle definizioni di genere “teatro di parola”, “teatro politico, “teatro sociale” riemergono i valori antichi della partecipazione della comunità ad un evento ma soprattutto riaffiora una delle più elevati missioni dell’arte: inseguire la verità. Citando il genio di Heiner Muller: occorre mettere in discussione i sistemi morali e intellettuali, a certe condizioni farli semplicemente saltare. Detto in parole povere: la funzione dell’arte è rendere impossibile la realtà. Ma tutto ciò, come sempre, ha un prezzo, un boccone pesante da digerire: Giulio Cavalli, ad oggi, non ha mai conosciuto l’ebbrezza pudica ma solare di un sabato pomeriggio di primavera trascorso in giro col suo bambino, consuetudine per molti, impossibile per chi da anni, ormai, vive sotto scorta. Concludo con un auspicio: Giulio Cavalli e il suo prossimo spettacolo, una storia diversa. Sarà cambiata la nostra povera patria o avrà imboccato altri sentieri artistici?

B. Verta

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