Mafioso a Milano ma non a Palermo

di Marco Travaglio

Si avvicina a Palermo la sentenza d’appello per Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte non fa mistero di una gran voglia di assolverlo, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui ha rigettato quasi tutte le richieste dell’accusa. Prima ha rifiutato di ascoltare Massimo Ciancimino, definendolo apoditticamente “inattendibile” senz’averlo mai visto né sentito, mentre i giudici che l’hanno ascoltato (il Tribunale e la stessa Corte d’appello di Palermo) lo ritengono attendibile. Poi ha respinto le carte di un’inchiesta a Reggio Calabria da cui risulta che prima delle elezioni 2008 Dell’Utri telefonava col bancarottiere Aldo Miccichè, legato alla ‘ndrangheta e rifugiato in Venezuela, e lo ringraziava per avergli mandato in ufficio a Milano “due bravi picciotti”: Antonio Piromalli, reggente del clan omonimo, e suo cugino Gioacchino, avvocato radiato dall’Ordine per una condanna di mafia.

Possibile che i rapporti fra Dell’Utri e uomini della ‘ndrangheta non interessino alla Corte che lo sta giudicando per mafia? Proprio così: un conto è la mafia, un altro la ‘ndrangheta. Richiesta respinta. Ora però, sulla strada dell’assoluzione, si para improvvisamente un ostacolo: la sentenza della Cassazione che il 28 maggio ha disposto un nuovo giudizio d’appello (il terzo) contro Dell’Utri per un’altra storia, sempre di mafia. Ecco i fatti come li riassume la Suprema Corte: nel 1992 Dell’Utri, presidente di Publitalia, pretende che Vincenzo Garraffa, presidente della Pallacanestro Trapani, gli giri in nero 700 milioni di lire, la metà di una sponsorizzazione procacciata da Publitalia. Garraffa rifiuta: non ha debiti da saldare e non ha fondi neri. Dell’Utri lo minaccia: “Abbiamo uomini e mezzi per farle cambiare opinione”. Infatti di lì a poco si presenta da Garraffa il boss di Trapani, Vincenzo Virga (ora all’ergastolo per mafia e omicidio), gli intima di pagare e, al nuovo rifiuto, dice che “riferirà” a Dell’Utri.

Poi, a fine anno, gli telefona e gli risollecita il pagamento. Rinviati a giudizio a Milano per tentata estorsione mafiosa, Dell’Utri e Virga vengono condannati in primo e secondo grado a due anni;

la Cassazione annulla e nel nuovo appello la Corte declassa l’accusa a minacce gravi, ormai prescritte. Motivo: dopo le due richieste di Virga, nessuno si fece più vivo con Garraffa, il che proverebbe una “desistenza” di Dell’Utri e cancellerebbe l’estorsione. Ma ora la Cassazione ha annullato pure questa sentenza perché “insuperabilmente contraddittoria”: “O non c’è la minaccia, o essa deve necessariamente realizzare l’efficacia estorsiva”. E, siccome la Corte d’appello ha già dimostrato la minaccia, non le resta che rifare il processo tornando al reato di estorsione. Per Dell’Utri e Virga la condanna pare scontata. A Milano. Riusciranno i giudici di Palermo ad assolvere Dell’Utri per mafia, quando la Cassazione l’ha già ritenuto autore di un’estorsione mafiosa?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/mafioso-a-milano-ma-non-a-palermo/2128684/18

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