DA LA PROVINCIA DI SONDRIO: Cavalli con la scorta (s)parla di mafia nel buio del pascolo

VALMASINO (m.c.p.) Nel buio assoluto del pascolo, dietro ai gloriosi Bagni Masino e la splendida faggeta della foresta regionale di Ersaf, venerdì sera si è parlato della mafia lombarda, delle infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle pieghe della politica del nord.

Un tema molto serio e attualissimo ha aperto la prima edizione di Festambiente Alpi organizzato da Legambiente ed Ersaf Lombardia in Valmasino. Un tema indegno della bellezza di questi luoghi come indegna è diventata la politica al servizio dei nuovi boss che hanno riposto la lupara per prendere in mano la cazzuola e il martello o indossare giacca e cravatta o il camice bianco, scomparendo tra la gente.

A parlarne, dicevamo, è salito in Valmasino, Giulio Cavalli, attore, scrittore, direttore artistico del teatro Nebiolo di Tavazzano con Villavesco sul quale, il giorno dopo aver messo in scena a Gela lo spettacolo “Do ut des” che ironizza sui boss dei boss, i “geni del male” del calibrio di Bernardo Provenzano, Totò Riina o i fratelli Salvatore e Sandro Lo Piccolo, trova un’enorme bara con scritti il suo nome e cognome.

Da quel giorno Cavalli è un uomo sotto scorta e in Valmasino, venerdì ci è venuto accompagnato dai Carabinieri di Lodi. L’attore che è anche consigliere regionale in Lombardia con l’Italia dei Valori, insieme ad altri due colleghi (Chiara Cremonesi e Pippo Civati) ha fondato il primo gruppo interistituzionale che si pone il problema dell’infiltrazione della mafia negli appalti per l’Expo 2015, “l’Expo no Crime”.

Ispirandosi alla lezione di Peppino Impastato che dalle frequenze di Radio Aut scherniva i boss, Cavalli nei suoi spettacoli cerca di smontare quell’alone leggendario che circonda gli uomini di Cosa Nostra, esaltandone difetti e bassezze. «L’arresto di Provenzano è stata una delusione “scherza Cavalli” pensavamo di trovarlo in una Batcaverna, fornita di tutti i comfort, e invece viveva in una casolare che puzzava di cacca di capra e di ricotta, anche lui, come molti anziani della sua età soffriva di prostata e doveva osservare una dieta molto rigida, mentre scriveva pizzini sgrammaticati che noi abbiamo letto e portato in giro per le piazze».

Cavalli racconta le storie di eroi come l’ex sindaco di Gela Rosario Crocetta, gay dichiarato, comunista e fervente cattolico, ora parlamentare europeo, scampato a diversi attentati mafiosi. Il primo atto che compie dopo aver vinto le elezioni è licenziare la moglie di un boss che occupava illegittimamente un posto di lavoro che sarebbe dovuto andare ad altri. Ricorda, l’ultima passeggiata con il suo cane, del giudice piemontese, amico di Giancarlo Caselli, Bruno Caccia, ucciso con 14 colpi d’arma da fuoco la sera del 26 giugno del 1983. E racconta la “punciuta” (il rito di iniziazione dei giovani picciotti) di un certo Totò Nessuno, che diventerà in Do ut des sindaco di Mafiopoli.

«L’inchiesta che ha incriminato, fra Nord e Sud 300 persone ha rivelato un sistema criminale ben collaudato, un apparentamento della mafia con la politica e gli appalti, eppure le reazioni da parte di chi ha responsabilità politiche in Lombardia sono state quasi assenti, questo perchè al Nord si parla poco di mafia, ma ormai si trova a 100 passi da palazzo Marino, fa parte del nostro tessuto sociale ed economico, per questo dobbiamo prima imparare a conoscerla e solo dopo possiamo cominciare a fare antimafia».

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