Esposti, polemiche e fughe di notizie. Sul pool antimafia tornano i veleni

Ormai è scontro aperto. Su Gaspare Spatuzza, sulle indagini delle procure antimafia, sul ruolo dei pentiti. Sembra il remake delle afose giornate della fine degli anni ’80, quando il pool antimafia venne fatto a pezzi. In poche ore succede davvero di tutto: esposti al Csm contro la procura nissena, fughe di notizie, polemiche tra maggioranza e opposizione.
A dare fuoco alle polveri il sottosegretario agli interni Alfredo Mantovano che annuncia un esposto al Csm contro i vertici della procura di Caltanissetta, Sergio Lari e Nico Gozzo, “perché valuti l’opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni”. Mantovano, presidente della commissione che ha negato lo scorso giugno lo status di pentito a Spatuzza, si è sentito tirato in causa da alcune dichiarazioni dei magistrati che stigmatizzavano proprio la mancata concessione del programma di protezione. “Resto sconcertato – dice l’esponente del Pdl – per la superficialità con cui magistrati producano battute rilasciate in fretta polemizzando con altri organi dello Stato”. L’intero Pdl difende Mantovano. Gaetano Quagliarello denuncia “le incontinenze verbali dei magistrati”.
Durissime le reazioni delle opposizioni. “’E’ tutto paradossale – dice il senatore Pd Garaffa. Anziche’ ribadire un grande consenso ai magistrati, il sottosegretario Mantovano invia un esposto al Csm contro la procura nissena”. “Il governo – gli fa eco Giuseppe Lumia, ex-presidente Pd all’Antimafia- farebbe bene a chiedere severità e rigore nei confronti di quei giudici che screditano il prestigio della magistratura, come sta accadendo nel caso della P3”. Parlare di Spatuzza fa davvero imbestialire il centro destra. L’uomo che sta riscrivendo la storia di via D’Amelio è da tempo nel mirino. Da quando scelse di non fare l’eroe alla “Mangano” facendo ai magistrati i nomi di Berlusconi e Dell’Utri come coloro che avevano stretto un patto nel 1994 con Cosa nostra. Da allora, era l’autunno scorso, un florilegio di insulti al pentito e ai magistrati che lo ascoltavano. Fino alla mancata concessione del programma di protezione con una decisione che non ha precedenti e che metterà nelle mani del Tar – che poco o nulla sa di mafia – la decisione finale sul collaboratore.

Uno scontro istituzionale, quello innescato dal governo, che ricorda il passato, la Palermo dei veleni e dei depistaggi che fecero naufragare il pool antimafia di Falcone e Borsellino. Veleni e fughe di notizie che come sempre riappaiono quando le inchieste toccano verità indicibili, santuari di potere che non vogliono farsi processare, che scelgono quale verità propalare.
Ieri la procura di Firenze ha aperto un’inchiesta su una fuga di notizie inerente le dichiarazioni di Spatuzza. Gli investigatori avevano provato a trovare riscontri all’incontro che si sarebbe tenuto nel gennaio del 1994 a Roma tra l’allora killer di mafia e i fratelli Graviano. Ma un articolo comparso su La Stampa ha bruciato in parte le indagini riservate. Ancora più grave è stata sempre ieri la comparsa, nelle colonne dello stesso giornale, dei nomi di due nuovi testimoni per la strage di Via D’Amelio. “Sbalorditi per questa ennesima fuga di notizie”- questa la reazione a caldo della procura nissena. Ancora una volta nel corso delle delicate indagini sulla strage di via D’Amelio indiscrezioni di stampa mettono a repentaglio il lavoro dei magistrati e la sicurezza dei testimoni. Una strana vicenda quella riportata sul quotidiano torinese che riguardava le mancate indagini sul luogo dove si sarebbero appostati i killer del giudice Borsellino. Strana perché l’Unità sulla vicenda aveva 5 giorni prima realizzato un’inchiesta, totalmente saccheggiata e riproposta come esclusiva da La Stampa che per sovrapprezzo ha inopinatamente pubblicato anche i nomi dei testimoni esponendoli ai rischi conseguenti. Di operazioni di depistaggio avevano parlato proprio all’Unità nei giorni scorsi Walter Veltroni e il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo. Dice Veltroni: “Se i mezzi di informazione non si lasceranno trascinare in pericolose operazioni di depistaggio (le fughe di notizie sono uno dei modi classici), se chi indaga sarà messo in grado di accedere alle fonti di informazione, ecco, allora davvero la verità sarà a portata di mano”. Un allarme denunciato anche da Gozzo nella sua intervista di domenica scorsa: “C’è una campagna di disinformazione in corso, uno schema che riappare ogni qualvolta le indagini sfiorano i livelli alti. L’obiettivo è sabotare le indagini con notizie artefatte, costruite in laboratorio”.
Un estate che si preannuncia caldissima sul fronte antimafia. Come quella del 1989, quando menti raffinatissime costruirono a tavolino l’isolamento di Giovanni Falcone e nel contempo ne progettavano la morte fisica, con l’attentato all’Addaura presso la villa dove il magistrato trascorreva il periodo estivo. In quel caso l’attentato venne preceduto dalle famigerate lettere anonime del Corvo che accusavano Falcone di scorrettezza nella gestione dei pentiti. Pochi però ricordano che quelle infamità vennero confermate da due articoli comparsi su quotidiani al di sopra di ogni sospetto, come La Repubblica e La Stampa. “Falcone e Buscetta si incontrano a Palermo” – venne scritto. Peccato che la notizia era falsa, soffiata a due giornalisti da uno 007 dell’Alto Commissariato antimafia, ufficio oggi sotto i riflettori delle nuove inchieste siciliane. Il copione pare ripetersi, logoro e pericolosissimo.

Nicola Biondo

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