Camilleri e Lodato, un anno di cronache con rabbia

Esce in libreria “Di testa nostra” di Andrea Camilleri e Saverio Lodato (Chiarelettere). Il libro propone i testi di Camilleri e Lodato pubblicati su l’Unità nella rubrica “Lo chef consiglia” dal 23 maggio 2009 al 6 giugno 2010. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo due brani.

Ma il berlusconismo va denunciato?

LODATO – È nato prima il berlusconismo o l’antiberlusconismo? Indovinello non peregrino: l’antiberlusconismo giova o nuoce all’opposizione? Questione spinosa. C’è chi dice che se non ci fosse il berlusconismo non si darebbe, in natura, l’antiberlusconismo; e chi obietta che, dando fiato alle trombe, Berlusconi vincerà all’infinito. Il conflitto d’interessi? Anticaglie. Le frequentazioni piduiste? Idem. Lo stalliere di Arcore? Eroe di Stato. Palpeggiamenti e show internazionali? Papi e Noemi? Non è di gossip che è lastricata la via dell’opposizione. Ma sì, teniamocelo!

CAMILLERI
– L’antifascismo è nato come reazione al fascismo. Non è sostenibile che l’antifascismo esistesse in natura prima che Mussolini concepisse il fascismo. E l’opposizione al fascismo giovò al regime? O non servì a far capire al mondo cos’era, in realtà, la dittatura fascista? Gramsci e Gobetti, i fratelli Rosselli e Matteotti, avrebbero rafforzato il fascismo? È chiaro che Berlusconi non è Mussolini, ma è pur sempre un pericolo, più o meno strisciante per la democrazia. Molti Soloni della politica hanno sostenuto che demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco. E com’è che non si fa il suo gioco? Glissando sul conflitto di interessi che inquina l’Italia? Ignorando le vergognose leggi ad personam? Fingendo di non vedere lo scempio della legalità e dell’informazione? Credo al contrario che sia il tacere a fare il suo gioco. Berlusconi agisce, e lo dimostra in ogni occasione, come un padrone assoluto. Non solo tiene le riunioni per nominare i dirigenti Rai a casa sua, ma ha l’impudenza di dirlo pubblicamente. Tanto, può fare quello che vuole. È come un pachiderma che procede implacabile. E i non demonizzatori, con i loro colpi di spillo, che fastidio pensano di dargli? (27 maggio 2009)

La strage di via D’Amelio

LODATO – Domani ricorre il diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano. Ci sono ancora processi aperti. Si indaga per scoprire i mandanti. Nonostante il lassismo diffuso, la magistratura si ostina a scavare. È un bene che il reato di strage non cada in prescrizione. Ma è pur vero che, in Italia, il mandante è bestia rara, quasi uno yeti giudiziario, sempre avvistato, mai localizzato con certezza. Lei ha mai assistito all’arresto e alla condanna di un mandante? Il mandante è come l’araba fenice?

CAMILLERI
– Caro Lodato, ha sbagliato indirizzo. Questa domanda non deve rivolgerla a me, ma a se stesso, dato che lei è un serio storico della mafia. Comunque, rivolto un pensiero di profonda gratitudine a Borsellino e alla sua scorta, sto al gioco. I mandanti, lei dice, sono come l’araba fenice, quella che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Il bello è che da noi i mandanti dei delitti per interesse, prima o poi, vengono scoperti. Perché quelli di interesse mafioso, invece no? Va fatta una considerazione: un delitto come quello dell’uccisione di Borsellino, e in precedenza come quello di Falcone e tanti altri magistrati, non è solo ed esclusivamente di mafia. La mafia ne è compartecipe ed esecutrice. Compartecipe, diciamo, al 50 per cento. L’altro 50 appartiene a gente riverita e dal comportamento ufficiale irreprensibile, che gode di favori, agganci, solidarietà, anche dentro le istituzioni. E la rete di protezione è così fitta da essere quasi impenetrabile. Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio segretissimo fra imprenditori, politici e massoni. Provenzano i risultati non li divulgò. Ma il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino. I loro nomi? E qui torniamo all’araba fenice. (18 luglio 2009)

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