Storia di un ragazzo che emigrò da Palermo a Milano. E che protesse, a modo suo, un giovane signore.

Un vecchio articolo (dovrebbe essere del 2008)  che vale la pena non perdere:

Storia di un ragazzo che emigrò da Palermo a Milano. E che protesse, a modo suo, un giovane signore
di ENRICO DEAGLIO

Vittorio Mangano è morto giovane, neanche 60 anni. Ed è morto male. Carcerato da cinque anni, giallo come un limone per un tumore che gli aveva invaso il fegato, aveva 18 litri di acqua nella pancia l’ultima volta che gliela siringarono. All’inizio di luglio dell’anno scorso, viene trasportato dalla sezione di massima sicurezza di Secondigliano a casa, in via Petralia Sottana, Palermo. I funerali hanno seguito un costume in voga tanto a Palermo quanto nel New Jersey quando il defunto è accomunato a Cosa nostra. “Via i fotografi, rispettate il nostro dolore”, intima la famiglia. “Fotografate tutti, con discrezione”, dà ordine il magistrato. Poche persone, abitanti del quartiere, sono intervenute per l’ultimo saluto nella Chiesa di San Gabriele, quartiere Villa Tasca, i luoghi in cui Mangano aveva abitato e in cui, per diversi anni, aveva esercitato il “controllo”.Era il 23 luglio del 2000 e i giornali non diedero tanto spazio alla sua morte. D’accordo, era un boss ed era stato lo “stalliere” di Arcore. Ma non era un super boss, ed era sempre stato un tipo discreto.Non tutti i giornali, a dire il vero. La stampa controllata dal gruppo Berlusconi dedicò a Vittorio Mangano articoli commossi: era morto un martire, torturato dallo Stato con la carcerazione dura, era morto un uomo che aveva rifiutato di “barattare la dignità con la libertà”. Il Giornale, il Foglio, Panorama – tutti ispirati dalla penna del giornalista Lino Jannuzzi – erano concordi: Vittorio Mangano aveva affrontato il carcere con la potente serenità di un eroe risorgimentale. Che cosa chiedevano i suoi torturatori? Che denunciasse, ai magistrati comunisti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Se l’avesse fatto, sarebbe stato libero e avrebbe potuto curarsi, ma lui non lo fece. Un eroe popolare, come il partigiano musicato nel “Ma mi, ma mi, ma mi quaranta dì, quaranta nott” da Giorgio Strehler. Gli stessi giornali del gruppo Berlusconi facevano notare che, nonostante condanne all’ergastolo per tre omicidi, traffico di stupefacenti, associazione mafiosa, estorsione, Vittorio Mangano non era un condannato definitivo, e quindi, un “presunto innocente”. Mi sono chiesto perché non lo avessero detto prima, ma forse l’avevano detto e mi era sfuggito. Ma, ragionando, mi sembra che la task force berlusconiana abbia avuto ragione nel tributare onori all’uomo d’onore. Vittorio Mangano, se (sotto tortura o sotto promessa) avesse parlato, sarebbe stato in grado di mettere nei guai tanta gente importante. Ma ora la storia era finita. E, come dicono a Palermo, “quando uno muore bisogna pensare ai vivi”. Mi auguro che abbiano pensato alla famiglia Mangano. Tutta questa vicenda è diventata ora, in campagna elettorale, argomento scottante, da quando la Rai ha trasmesso una dimenticata intervista al magistrato di Palermo Paolo Borsellino. L’aveva registrata il giornalista francese Fabrizio Calvi, nell’ambito di un’inchiesta sui “padrini” europei. Era il 1992, Paolo Borsellino appariva rilassato e non aveva difficoltà a parlare diffusamente della mafia, della sua ascesa a Milano, di Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, i primi due all’epoca personaggi sconosciuti al grande pubblico, il terzo invece noto per essere il magnate delle televisioni private. Disse che erano persone che gli erano note dalle segnalazioni di polizia, e su cui era in corso un’indagine a Palermo. Parlava tranquillamente, il magistrato; senza pompa, vestito con una maglietta, raccontava di traffici di droga e della strategia imprenditoriale della mafia siciliana. Non immaginava che due giorni dopo il suo amico Giovanni Falcone sarebbe saltato in aria; che lui ne avrebbe raccolto l’eredità, e che lui stesso sarebbe saltato in aria 50 giorni dopo. E non sapeva neppure, il giudice Paolo Borsellino, che un caro amico di Vittorio Mangano, l’imprenditore Salvatore Sbeglia, stava proprio in quelle ore mettendo a punto il telecomando con il quale sarebbe stato fatto saltare Giovanni Falcone.Nel 1992 Vittorio Mangano, aveva assunto la reggenza della famiglia mafiosa di Porta Nuova – una delle più numerose ed estese di Palermo – e lavorava a pieno ritmo. Un cinquantenne ben vestito e dai modi urbani; non aveva pendenze giudiziarie, poteva circolare liberamente e quindi gli venivano dati anche incarichi di rappresentanza, come il far giungere, attraverso un avvocato di Roma, 200 milioni al giudice Corrado Carnevale. Il suo periodo milanese, i suoi due anni trascorsi a casa di Silvio Berlusconi, gli avevano dato inoltre un certo carisma: Vittorio Mangano era un uomo che aveva conosciuto tante persone importanti. Strana storia. Per cercare di capirla, bisogna tornare indietro nel tempo, alla Milano degli anni Settanta. Anni difficili, per gli imprenditori. Non solo per le vaste agitazioni sociali e la prospettiva di un aumento elettorale del Partito comunista, ma anche per la diffusa violenza che dominava la metropoli. Le Brigate rosse sparavano, l’Anonima sequestri rapiva, la P 2 occupava il Corriere della Sera, la mafia aveva nelle sue mani i più importanti banchieri, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano e Michele Sindona, il “salvatore della lira”. Cosa nostra era salita da Palermo a Milano in forze, perché a Milano si potevano fare buoni affari. Loro mettevano i loro metodi spicci di gestione, ma soprattutto portavano in dono due merci molto appetibili: il capitale e la protezione. A quei tempi, infatti, Cosa nostra era ricchissima e “liquida”, per il più redditizio commercio che l’Italia abbia mai avuto: acquisto di droga dall’est, raffinazione in Sicilia e spedizione negli Stati Uniti e in Canada. I siciliani avevano praticamente il monopolio del mercato nordamericano e spuntavano profitti da capogiro. I soldi dai cugini americani arrivavano nella forma più classica: assegni, con cifre che andavano da un milione di dollari in su. Non c’erano controlli bancari all’epoca, né la Banca d’Italia trovava curioso che signori che a malapena sapevano fare la propria firma sulla girata incassassero, senza muovere un muscolo della faccia, miliardi. Miliardi che ora avevano voglia di far fruttare. Scelsero Milano, la metropoli più aperta, pragmatica, la città che non respinge nessuno. E non era solo una questione di riciclaggio di denaro: i ragazzi di Cosa Nostra volevano riciclare se stessi. Volevano le belle macchine, volevano entrare in società, volevano essere dei borghesi come tutti gli altri. Era una grande colonia, quella della mafia siciliana a Milano, roba da farci un film, all’americana. La famiglia Grado controllava l’ortomercato e forniva l’eroina per il nascente mercato dei tossicodipendenti. Luciano Liggio organizzava i sequestri di persona dietro la rispettabile veste di commerciante di vino. Tommaso Buscetta si occupava di bische in accordo-scontro con la vecchia mala della città (e ancora oggi si parla di quando Pippo Bono perse un miliardo da Francis Turatello, nella bisca di via Panizza). I fratelli Bono (Alfredo, con una faccia da democristiano per bene, Pippo che girava in Rolls Royce) accumulavano buone amicizie con la finanza milanese e prendevano il controllo dei casinò del conte Borletti. Poi c’erano i Mongiovì, braccio locale della multinazionale della droga Cuntrera-Caruana. I cugini Salvo, i grandi esattori di Salemi, venivano discretamente ad ordinare le prime due Alfa Romeo blindate direttamente dal presidente dell’Alfa Antonio Massacesi. Ma il più appariscente della compagnia era un certo Filippo Alberto Rapisarda che, venuto dal niente della profonda Sicilia, aveva costruito quello che lui chiamava il terzo gruppo immobiliare italiano. Un tipo sanguigno, ben vestito, capace di improvvisi e violentissimi scoppi d’ira, Rapisarda aveva il suo quartier generale in via Chiaravalle, in uno splendido palazzo dagli ampi saloni e dai soffitti affrescati. Lo aveva dotato di telecamere e lo faceva controllare da un buon gruppo di guardaspalle. In via Chiaravalle, Rapisarda concludeva operazioni di borsa, acquisiva storiche aziende del Nord Italia, ma il luogo era anche un indirizzo conosciuto per gente che aveva problemi con la giustizia e che veniva a chiedere se c’era qualche buon affare cui partecipare. Se la sede fisica di Cosa Nostra a Palermo non è stata mai trovata, quella della sua filiale milanese era ben nota alla polizia. (A questo punto, per non dilungarci troppo in nomi e sigle, rimando ad un ottimo lavoro di due giornalisti, Peter Gomez e Leo Sisti che nel 1997 hanno pubblicato, dall’editore Kaos il libro L’intoccabile, Berlusconi e Cosa Nostra. Dove scoprirete, spesso sobbalzando, quante inchieste, quanti chilometri di intercettazioni, quante segnalazioni di reati fossero in atto allora sui nostri potenti di oggi). Ma che c’entrava Silvio Berlusconi – un giovane imprenditore che più milanese non si può – con questo mondo? C’entrava attraverso il suo “segretario particolare” Marcello Dell’Utri, che invece in quel mondo era molto inserito. E così successe che il giovane Berlusconi venne pesantemente minacciato, perché questo era il sistema dei siciliani. Misero una bomba ai suoi uffici, minacciarono di rapirgli il figlio. Una volta, a Palermo queste cose le chiamavano “fucilate di chiaccheria”. Ovvero: tu spari a uno, ma non per colpirlo, solo per fargli sentire il colpo che passa vicino. Lui si spaventa e allora si comincia a “chiacchierare”. Cioè, si diventa soci. In buona sostanza, Dell’Utri si fece garante della sicurezza di Berlusconi e, per rendere la cosa ufficiale, gli mise vicino un “tutore”. Era un ragazzo di Palermo, che lui aveva conosciuto sui campi di calcio. E così Vittorio Mangano prese possesso della villa di Arcore, una prestigiosa magione di 147 stanze che Silvio Berlusconi aveva appena comprato e aveva pagato poco, grazie alle arti del suo avvocato Cesare Previti. Vittorio Mangano, per prendersi cura del padrone, lo seguiva in molte delle sua attività: controllava la villa, curava i cavalli, mangiava a tavola con gli ospiti illustri del giovane imprenditore, si occupava della sicurezza dei figli Marina e Piersilvio. Nella grande villa aveva portato la sua famiglia e ospitava spesso molti suoi amici. Alcune volte questi amici rubavano un quadro, o un pezzo di argenteria. Spesso erano il fiore fiore dei latitanti di Cosa nostra, che ad Arcore evidentemente sapevano di avere un punto di appoggio. E un sera, visto che c’erano, decisero di fare un sequestro di persona di un ospite in villa, che però non riuscì. Così si scoprì che questo Mangano non era proprio uno stinco di santo e che della compagnia dei rapitori faceva parte anche Pietro Vernengo, questo sì un vero boss specializzato in droga. Ci fu un’inchiesta, Mangano venne accusato, ma in realtà non ebbe molti guai. Si trasferì stabilmente in un grande albergo di Milano, il Duca di Milano, fece per un po’ l’autista di Pippo Bono, rimase in buoni rapporti con Marcello Dell’Utri, commerciò droga e infine se ne tornò a Palermo dove, nel suo ambiente, era conosciuto come una persona importante, perché aveva buoni contatti con Silvio Berlusconi e Cosa nostra gli diede la reggenza della famiglia di Porta Nuova. Che, volendo fare un paragone indebito, è un po’ come se gli avessero dato la vicepresidenza della Confindustria.È passato alle cronache come lo “stalliere”, ma Mangano era un servo padrone. Fece bene il suo lavoro, perché Berlusconi non venne più tormentato, ma ancora oggi si possono trovare dei milanesi vecchio stile che ti dicono: “Sì, sarà anche bravo quel Berlusconi, ma non mi piace che abbia fatto allevare i suoi figli da un capo della mafia”. Poi cominciarono a venir fuori altre storie. Quel Filippo Alberto Rapisarda fece bancarotta e se ne scappò latitante. E Marcello Dell’Utri, che, con il suo fratello gemello Alberto era stato suo dipendente, lo seguì nella sua avventura. Storiacce: passaporti falsi, giri brutti, minacce e ricatti. State a sentire questa. Rapisarda se ne stava a Parigi con un passaporto intestato Dell’Utri e faceva una bella vita. Nel 1980 si presenta a lui un sequestratore sardo, tale Giovanni Farina di Tempio Pausania, che aveva rapito un bel po’ di persone ricche (in nome della rivoluzione: il suo riferimento ideologico era Antonio Gramsci) e gli chiede un passaporto perché ha voglia di cambiare vita. Rapisarda glielo procura e Giovanni Farina parte per il Sudamerica con un passaporto intestato a Marcello Moriconi, nato a Gualdo Tadino, provinca di Perugia. Lo prenderà l’attuale vice capo della polizia, Antonio Manganelli. Andrà in galera a Siena, uscirà. E solo l’altro ieri taglierà un pezzo di orecchio all’industriale bresciano Giuseppe Soffiantini.Una bella compagnia, in cui tutti sono amiconi. Ma poi succede che il Rapisarda litiga con Marcello Dell’Utri e si mette a raccontare un sacco di storie. Per esempio: che l’idea della televisione l’ha avuta lui e non il Berlusconi. Che la televisione stessa è stata finanziata da Stefano Bontade (negli anni Settanta il più potente capo mafia di Palermo) e che poi la stessa Cosa nostra ha fornito i miliardi per comprare i diritti dei film americani. In pratica, che Cosa nostra è socia del Biscione. Insieme a lui, qualcosa come 17 “pentiti” palermitani aggiungono dettagli sulle origini e sviluppi di questa curiosa intrapresa palermitana-lombarda. Che, se fosse vera, sarebbe per Cosa nostra il più grande colpo di genio. Ma sarà molto difficile andare a fondo della questione: pezzi di carta non ce ne sono, molta gente nel frattempo è morta, Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia, la sua società è da tempo quotata in Borsa e lui è l’uomo politico più glamour del Paese.La cosa si complica quando Berlusconi “scende in campo”. Si sa che lui era tentennante, ma alla fine venne convinto a “bere l’amaro calice”. Era il 1994 e, come ricorderete, prese un sacco di voti e divenne addirittura presidente del Consiglio. Oggi propone di cambiare la Costituzione, di limitare il potere dei giudici, di abolire il reato di falso in bilancio. Il suo amico Marcello Dell’Utri – che in pochi mesi gli ha costruito Forza Italia – nel frattempo, è diventato un “raffinato bibliofilo”. Nel 1994 sfiorò l’arresto, per mafia. Poi venne eletto deputato. La Procura di Palermo chiese il suo arresto (per mafia), ma il Parlamento ha votato contro. Siede anche all’Europarlamento. Ha avuto una condanna definitiva. Da anni, per difendersi e per spiegare, rilascia un’intervista alla settimana, più o meno. Molti discutono su quale sia la migliore. Per me è quella pubblicata dal Corriere della Sera il 19 giugno 1995. Marcello Dell’Utri usciva da 20 giorni di detenzione nel carcere di Ivrea; era stato arrestato per false fatture della Publitalia di cui era presidente. Ai giornalisti, leggermente allibiti, dichiarò: “Meglio D’Alema che tanti del Polo. Se vogliamo uscire da questa guerra continua che avvelena il Paese, ho la sensazione che D’Alema sia il più disponibile, quello che cerca il dialogo…”.Massimo D’Alema non lo deluse. Presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali, chiamò a riscrivere la Costituzione proprio un Silvio Berlusconi all’epoca nel pieno di accuse di corruzione. Questi gli chiese solamente di promuovere delle leggi che non lo facessero andare in galera. Un po’ le ha ottenute. Tutte le altre le otterrà se vincerà le prossime elezioni.A conclusione di questa storia, mi sembra di poter dire che i ragazzi di Palermo che sbarcarono a Milano negli anni Settanta hanno sostanzialmente vinto la loro partita. Sono entrati in società, hanno investito i loro quattrini, non hanno trovato particolari resistenze da parte della borghesia del Nord. Pur disponendo di una massa enorme di documenti, nessun partito politico italiano ha mai sollevato il tema. Nessuno ha mai proposto un’inchiesta parlamentare. Così come 30 anni fa la borghesia del Nord accettò l’abbraccio della mafia che, tutto sommato, portava soldi; così oggi nessuno pensa che quello che si è unito si possa separare. Anche perché, a questi siciliani, se gli togli i picciuli, ti mettono le bombe. E l’Italia di oggi non ha voglia di combattere. A dire il vero, un uomo politico che sparò a zero su Berlusconi e la mafia c’è stato. Era Umberto Bossi, appena un anno fa. Oggi è il più fedele alleato di Berlusconi. Così andiamo alle elezioni, con un Berlusconi costretto sempre più ad alzare il tiro, perché i suoi vecchi amici gli tirano la giacchetta: “Silvio, Silvio, ricordati di noi…”, gli dicono. Esattamente come gli dicevano 30 anni fa. Poveracci, Silvio e Marcello: non deve essere stata una bella vita la loro, con tutte le persecuzioni che hanno subito. Non so perché, ma e me Silvio ha sempre dato l’impressione di essere ancora sotto tutela. Spero che la prossima generazione non sia costretta a studiare “giovinezza, opere e martirio di Vittorio Mangano”. Per intanto mi permetto di proporre a Paolo Guzzanti, Lino Jannuzzi, Stefano Zecchi, Vittorio Sgarbi, Tiziana Maiolo, Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Emanuele Macaluso, Vittorio Feltri di organizzare, su di lui, almeno un convegno di studi. In fin dei conti, è l’unico che non ha vinto.

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