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Sorpresa: gli immigrati ci fanno guadagnare

Ne scrive Gian Antonio Stella, che di numeri ne mastica:

Ha ragione papa Francesco: gli immigrati sono una ricchezza. Lo dicono i numeri. Fatti i conti costi-benefici, spiega un dossier della fondazione Moressa, noi italiani ci guadagniamo 3,9 miliardi l’anno. E la crisi, senza i nuovi arrivati che hanno fondato quasi mezzo milione di aziende, sarebbe ancora più dura. Certo, è facile in questi tempi di pesanti difficoltà titillare i rancori, le paure, le angosce di tanti disoccupati, esodati, sfrattati ormai allo stremo. Soprattutto in certe periferie urbane abbruttite dal degrado e da troppo tempo vergognosamente abbandonate dalle pubbliche istituzioni. Ma può passar l’idea che il problema siano «gli altri»?
Non c’è massacro contro i nostri nonni emigrati, da Tandil in Argentina a Kalgoorlie in Australia, da Aigues Mortes in Francia a Tallulah negli Stati Uniti, che non sia nato dallo scoppio di odio dei «padroni di casa» contro gli italiani che «rubavano il lavoro». Basti ricordare il linciaggio di New Orleans del 15 marzo 1891, dove tra i più assatanati nella caccia ai nostri nonni c’erano migliaia di neri, rimpiazzati nei campi di cotone da immigrati siciliani, campani, lucani.

Eppure quei nostri nonni contribuirono ad arricchire le loro nuove patrie («la patria è là dove si prospera», dice Aristofane) proprio come ricorda Francesco: «I Paesi che accolgono traggono vantaggi dall’impiego di immigrati per le necessità della produzione e del benessere nazionale».
Creano anche un mucchio di problemi? Sì. Portano a volte malattie che da noi erano ormai sconfitte? Sì. Affollano le nostre carceri soprattutto per alcuni tipi di reati? Sì. Vanno ad arroccarsi in fortini etnici facendo esplodere vere e proprie guerre di quartiere? Sì. E questi problemi vanno presi di petto. Con fermezza. C’è dell’altro, però . E non possiamo ignorarlo.

Due rapporti della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini,collaboratore de «lavoce.info», spiegano che non solo le imprese create da immigrati sono 497 mila (l’8,2% del totale: a dispetto della crisi) per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro, ma che nei calcoli dare-avere chi ci guadagna siamo anche noi. Nel 2012 i contribuenti nati all’estero sono stati poco più di 3,5 milioni e «hanno dichiarato redditi per 44,7 miliardi di euro (mediamente 12.930 euro a persona) su un totale di 800 miliardi di euro, incidendo per il 5,6% sull’intera ricchezza prodotta». L’imposta netta versata «ammonta in media a 2.099 euro, per un totale complessivo pari a 4,9 miliardi». Con disparità enorme: 4.918 euro pro capite di Irpef pagata nel 2013 in provincia di Milano, 1.499 in quella di Ragusa.
A questa voce, però, ne vanno aggiunte altre. Ad esempio l’Iva: «Una recente indagine della Banca d’Italia ha evidenziato come la propensione al consumo delle famiglie straniere (ovvero il rapporto tra consumo e reddito) sia pari al 105,8%: vale a dire che le famiglie straniere tendono a non risparmiare nulla, anzi ad indebitarsi o ad attingere a vecchi risparmi. Ipotizzando che il reddito delle famiglie straniere sia speso in consumi soggetti ad Iva per il 90% (escludendo rimesse, affitti, mutui e altre voci non soggette a Iva), il valore complessivo dell’imposta indiretta sui consumi arriva a 1,4 miliardi di euro». Più il gettito dalle imposte sui carburanti (840 milioni circa), i soldi per lotto e lotterie (210 milioni) e rinnovi dei permessi di soggiorno (1.741.501 nel 2012 per 340 milioni) e così via: «Sommando le diverse voci, si ottiene un gettito fiscale di 7,6 miliardi».

Poi c’è il contributo previdenziale: «Considerando che secondo l’ultimo dato ufficiale Inps (2009) i contributi versati dagli stranieri rappresentano il 4,2% del totale, si può stimare un gettito contributivo di 8,9 miliardi». Cosicché «sommando gettito fiscale e contributivo, le entrate riconducibili alla presenza straniera raggiungono i 16,6 miliardi».
Ma se questo è quanto danno, quanto ricevono poi gli immigrati? «Considerando che dopo le pensioni la sanità è la voce di gran lunga più importante e che all’interno di questa circa l’80% della spesa è assorbita dalle persone ultrasessantacinquenni», risponde lo studio, l’impatto dei nati all’estero (nettamente più giovani e meno acciaccati degli italiani) è decisamente minore sul peso sia delle pensioni sia della sanità, dai ricoveri all’uso di farmaci. Certo, è maggiore nella scuola «dove l’incidenza degli alunni con cittadinanza non italiana ha raggiunto l’8,4%», ma qui «la parte preponderante della spesa è fissa».
E i costi per la giustizia? «Una stima dei costi si aggira su 1,75 miliardi di euro annui». E le altre spese? Contate tutte, rispondono Stuppini e la Fondazione. Anche quelle per i Centri di Identificazione ed Espulsione: «Per il 2012 il costo complessivo si può calcolare in 170 milioni».

In ogni caso, prosegue il dossier, «si è considerata la spesa pubblica utilizzando il metodo dei costi standard, stimando la spesa pubblica complessiva per l’immigrazione in 12,6 miliardi di euro, pari all’1,57% della spesa pubblica nazionale. Ripartendo il volume di spesa per la popolazione straniera nel 2012 (4,39 milioni), si ottiene un valore pro capite di 2.870 euro». Risultato: confrontando entrate e uscite, «emerge come il saldo finale sia in attivo di 3,9 miliardi». Per capirci: quasi quanto il peso dell’Imu sulla prima casa. Poi, per carità, restano tutti i problemi, i disagi e le emergenze che abbiamo detto. Che vanno affrontati, quando serve, anche con estrema durezza. Ma si può sostenere, davanti a questi dati, che mantenere l’estensione della social card ai cittadini nati all’estero ma col permesso di soggiorno è «un’istigazione al razzismo»?

Per non dire dell’apporto dei «nuovi italiani» su altri fronti. Dice uno studio dell’Istituto Ricerca Sociale che ci sono in Italia 830 mila badanti, quasi tutte straniere, che accudiscono circa un milione di non autosufficienti. Il quadruplo dei ricoverati nelle strutture pubbliche. Se dovesse occuparsene lo Stato, ciao: un posto letto, dall’acquisto del terreno alla costruzione della struttura, dai mobili alle lenzuola, costa 150 mila euro. Per un milione di degenti dovremmo scucire 150 miliardi. E poi assumere (otto persone ogni dieci posti letto) 800 mila addetti per una spesa complessiva annuale (26mila euro l’uno) di quasi 21 miliardi l’anno. Più spese varie. Con un investimento complessivo nei primi cinque anni di oltre 250 miliardi.

26 Commenti

  1. Ferruccio

    Quanti ne abbiamo già accolti e quanti sono quelli che premono per venire anche loro? C’è un limite ? I nostri antenati migravano verso paesi vergini con grandi spazi da colonizzare. Negli USA venivano fermati nell’Elly Island per essere controllati e selezionati; per la Svizzera dovevi dimostrare di avere il posto di lavoro e l’abitazione e se superavi il controllo sanitario potevi entrare ma depositando il passaporto alla polizia. Gli immigrati regolari non giustificano i tanti irregolari di cui la società in qualche modo deve farsi carico. Ripeto c’è un limite ?.

    1. guardi le faccio un esempio: dal 2000 al 2010 hanno chiuso i battenti il 33% delle imprese agricole (che producono il pregiato made in italy agroalimentare). E non hanno delocalizzato. Non sono riuscite a sopravvivere schiacciate dai costi della burocrazia e dalla distribuzione che impone loro prezzi da fame.

  2. Ti stimo molto caro Giulio ma credo che non hai tenuto conto di molte sfumature in questo post . Concorrenza sleale e costi bassi trattamenti disumani utilizzando manodopera di disperati …coperte da prestanome stranieri che evadono le tasse …i guadagni neri spesso finiscono all estero !! Lo straniero in Italia guadagna ed esporta valuta e in Italia non spende !!

  3. Trovo i risultati del dossier assolutamente distaccati dalla realta’.
    Gli immigrati creano impresa e gli italiani no?Le imprese degli immigrati non chiudono e quelle italiane invece si?
    Che tipo di impresa creano gli immigrati?Qualitativamente meglio degli italiani?
    Credo proprio di no e credo non siano argomenti affrontati dal dossier.Non c’e’nessun arricchimento del nostro lavoro grazie al loro lavoro come invece c’e’stato quando l’italiano lavorava o creava impresa all’estero.
    I valori citati sul fatto che non c’e’propensione al risparmio deriva dal fatto che il denaro viene spedito a casa loro (la moltiplicazione del servizio money transfer lo comprova),non dal fatto che lo spendono tutto qui come cita il dossier.

    1. non credo che lei conosca da cima a fondo tutte le province dell’Italia da affermare con certezza ciò che scrive…E vero che i soldi vengono spediti (in parte) all’estero ma la spesa, le bollette, l’affitto, i giochi per i bimbi, la serata in pizzeria, i pannolini, le visite mediche, le pomate, i vestiti sono soldi che girano all’interno di questo paese e non è cosa da poco…Del resto anche l’italiano all’estero poi investe in Italia per ritornarci da pensionato (o anche prima)… Poi l’arricchimento per gli italiani c’è, perchè le aziende (italiane) assumono gli stranieri grazie alle agevolazioni che hanno nei loro confronti. Ma la colpa di chi è di chi fa le leggi, di chi le sfrutta (le leggi) o dell’extracomunitario che viene chiamato per fare un determinato lavoro. Non dimentichiamoci poi che prima della crisi molti italiani snobbavano “certi” mestieri che adesso per disperazione vorrebbero fare ma dove trovano concorrenza e sopratutto un mercato oramai alla deriva (per colpa degli stessi italiani che hanno sfruttato fino all’osso la situazione)…

    2. Giovanni,credo sia il dossier a non aver approfondito su tutte le provincie d’Italia anche per la metodologia utilizzata del focus group.
      Lei conosce i fogolar furlan?
      Sono gruppi di friulani che non sono mai tornati in Italia;Canada,Australia,Argentina…intere comunita’che hanno cominciato,senza casa,senza aiuti,solo con le proprie mani senza intaccare il lavoro di altre comunita’ma infilandosi nelle nicchie di cio’che mancava.
      Da noi e’giusto che certi lavori non li vogliano piu’fare gli italiani,e’il frutto di generazioni che hanno permesso ai loro figli di laurearsi,e’il progresso.
      E’sbagliato che non trovino piu’il lavoro adatto a loro perche’grazie a politiche scriteriate il loro lavoro non e’piu’competitivo.L’immigrazione e la sua forza lavoro devono integrarsi lentamente non sostituire…altrimenti non funziona…viene visto come un pericolo,anziche’una risorsa.

  4. Al di la’ dei problemi reali,che descrive jari, qui si tratta dello scontro di due visioni del mondo,e nonostante i massacri che Giulio descrive,ha sempre prevalso la visione di un mondo libero ,senza barriere,in cui tutti siamo cittadini del mondo,liberi di muoverci e creare una vita laddove desideriamo, quella che secondo me e’ una visione naturale,perche’ le barriere le hanno create gli uomini,e tanto più’ gli uomini avanzano queste prerogative,tanto più’ sono pronti ad invadere altri territori,come fecero i governi più’ reazionari,e questo e’ un controsenso ,che mette in luce che non sono tanto le idee patriottiche a spingere a tale visione ,ma gli egoismi più’ beceri

  5. Come si può chiamare “ricchezza” quella che deriva dalla raccolta di pomodori a 2 euro l’ora? Per me era ed è schiavitù. (Lo so che non tutti sono in quella condizione, ma ci sono anche quelli e la sinistra se li dimentica – a parte scrivere qualche articolo sul giornale, ma senza proposta legislativa per contrastare questa deriva disumana-)

    1. Liria Fassi a parte il fatto che se portano contributi portano anche costi, detta così sembra che pagino per servizi che non possono usare…poi che la “cultura diversa” possa essere un valore dipende da che tipo di cultura, non è che una cosa è bella per principio perchè viene dall’altra parte del mare, semplicemente dipende, poi scusa cosa sarebbe il “valore universale” rappresentato dall’immigrato? io penso che sia semplicemente una persona che voleva vivere meglio, ne più ne meno, non capisco quale sarebbe il valore universale…

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