Perché Setola ha ritrattato sull’omicidio di Attilio Manca?

”Il pentito Giuseppe Setola ha ritrattato dopo che la moglie ha rifiutato di lasciare Casal di Principe per trasferirsi in una località protetta”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli, sentito ieri dalla Commissione Antimafia sui rapporti tra camorra, imprenditoria, politica e servizi segreti deviati. Borrelli è stato convocato a Palazzo San Macutoinsieme al capo della procura partenopea Giovanni Colangeli, e nel corso dell’audizione i due magistrati hanno fornito chiarimenti anche sul pentito che poco più di un mese fa aveva riaperto clamorosamente il caso Manca, dichiarando che la morte dell’urologo (archiviata come un’overdose) era legata all”intervento chirurgico di Bernardo Provenzano a Marsiglia. Setola, ex esponente del clan dei casalesi, però, ha recentemente ritrattato, con una tempistica che l’avvocato di parte civile Antonio Ingroia ha definito ”una singolare coincidenza”, rilevando che la ritrattazione del pentito è avvenuta subito dopo la diffusione delle sue rivelazioni su Manca.

Le dichiarazioni del pentito vengono ritenute dai magistrati della procura di Napoli “importantissime e di grande interesse”, sia per i 46 delitti di cui si è dichiarato responsabile, sia per altri omicidi di cui non sarebbe colpevole direttamente, ma dei quali dice di conoscere retroscena ed autori.

Nel corso dell’audizione svoltasi ieri a Palazzo San Macuto, i due magistrati hanno poi precisato che il pentito non ha reso dichiarazioni sulla morte di Attilio Manca alla Procura di Napoli, argomento che effettivamente l’ex boss dei clan casalesi ha affrontato, su sua richiesta, con i sostituti procuratori di Palermo che si occupano della Trattativa, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, ai quali ha detto di avere appreso in carcere che l’urologo siciliano, contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura di Viterbo, non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato assassinato per aver visitato, operato e curato il boss corleonese Bernardo Provenzano (allora latitante), riconoscendone la falsa identità.

Il procuratore di Napoli e il suo aggiunto hanno quindi osservato che le dichiarazioni del capomafia campano, pur ritenute “molto interessanti” sotto il profilo investigativo, “vanno poste a verifica attenta e rigorosa”, in quanto a rilasciarle sarebbe stato ”un soggetto psicologicamente inaffidabile e palesemente instabile”. Alla domanda specifica del deputato del Movimento 5 Stelle, Francesco D’Uva (“Quindi le dichiarazioni di Setola non sono attendibili?”), i procuratori campani però hanno risposto: “Non abbiamo detto questo. Il boss casalese inizialmente appariva attendibile, poi però ha ritrattato. È un personaggio molto labile e ondivago, sul quale il nostro approccio, fin dall’inizio, è stato estremamente prudente, tanto che è stata chiesta la revoca del regine di protezione”.

“Setola – ha poi aggiunto Borrelli – rappresenta il paradigma delle difficoltà nella gestione con i collaboratori di giustizia. Il boss ha praticamente imposto la necessità di essere interrogato perché, andato in aula, si è pubblicamente assunto la paternità di 46 omicidi, a fronte dei 23 che gli erano stati contestati, dunque era disponibile a rendere dichiarazioni su quelli che gli inquirenti non gli avevano attribuito. A quel punto la scelta di sentirlo si rendeva necessaria. Dopo due udienze il suo comportamento è cambiato completamente”. Perché? “La moglie ha deciso di non spostarsi da Casal di Principe, rifiutando di vivere nella località protetta in cui era stato deciso di mandarla. Di fronte a questo, Setola non ha più collaborato”.

Slitta intanto al 13 dicembre l’audizione – prevista per oggi – a Palazzo San Macuto del procuratore di Viterbo Alberto Pazienti e del Pubblico ministero Renzo Petroselli, che dovranno essere sentiti proprio sul caso di Attilio Manca. Una vicenda sulla quale la Commissione presieduta da Rosy Bindi ha posto la sua attenzione in seguito alla recente “due giorni” effettuata a Messina. Nel corso di quella visita, la stessa Bindi ha smentito la tesi della Procura di Viterbo: “La morte di Attilio Manca a tutto può essere attribuibile, tranne che a un suicidio di droga”, mentre il vice presidente dell’Antimafia ha aggiunto: “Non è da escludere che questo caso possa essere collegato con l’operazione di Bernardo Provenzano”.

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