Quel verminaio a Barcellona Pozzo di Gotto (2)

cattafirosariopioC’è un personaggio potente e misterioso, forse un uomo delle istituzioni, che avrebbe guidato una loggia massonica occulta capace di condizionare le trame della politica e dei grandi affari, senza essere mai stato sfiorato dalle indagini, nel cuore di Barcellona Pozzo di Gotto. Il suo nome è contenuto in due verbali depositati agli atti del processo d’appello denominato ”Gotha tre”, che ha tra i suoi imputati l’avvocato Rosario Pio Cattafi, condannato a 12 anni in primo grado per associazione mafiosa, e che riprende oggi pomeriggio a Messina. In quei verbali, il neo-pentito Carmelo D’Amico, 43 anni, ex irriducibile delle cosche barcellonesi, racconta: ”Sam Di Salvo (boss condannato per associazione mafiosa, come uno dei capi del clan barcellonese, ndr) mi disse che Cattafiapparteneva, insieme a… omissis.., ad una loggia massonica occulta, di grandi dimensioni, che abbracciava le regioni della Sicilia e della Calabria. Sempre Di Salvo mi disse che Saro Cattafi insieme al… omissis….. erano fra i massimi responsabili di quella loggia massonica occulta”.

Chi è questo Mister x  potente e misterioso, il cui nome al momento è omissato, che a fianco a Cattafi, considerato l’uomo cerniera tra mafia e servizi, avrebbe gestito affari e potere sotto l’ombrello della massoneria? La risposta sta nelle nuove rivelazioni di D’Amico che ai pm della Dda Messina Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio ha fatto, fra gli altri, anche un altro nome pesante: quello di Giuseppe Gullotti, boss e mandante dell’uccisione del giornalista Beppe Alfano, nonché consegnatario (secondo il pentito Giovanni Brusca) del telecomando che nel ’92 servì ai corleonesi per commettere la strage di Capaci. ”Sam Di Salvo mi disse – racconta ancora D’Amico – che il ….omissis….che apparteneva a questa loggia massonica, era un amico di Gullotti ma non in senso mafioso. Era cioè un conoscente di Gullotti ma non un soggetto organico della famiglia barcellonese; ciò a differenza di Cattafi. Aggiungo che ….omissis… era un amico di Marchetta”.
A Barcellona, Maurizio Marchetta è un personaggio conosciutissimo. Architetto e titolare di un’impresa di costruzioni, dall’inizio del Duemila ha ricoperto la carica di vicepresidente del Consiglio comunale, quota An, sotto l’ala protettiva di Maurizio Gasparri. Nel 2003 fu coinvolto nell’indagine denominata “Omega”, per concorso in mafia, inchiesta poi archiviata dalla procura di Barcellona. Nel 2009 si trasformò in un ”dichiarante”, provocando l’apertura dell’indagine ”Sistema” e facendo rivelazioni sulla presunta loggia massonica ”Ausonia” che, secondo le sue accuse, sarebbe stata coinvolta in un sistema di controllo di tutti gli affari pubblici. Marchetta denunciò anche di essere vittima di estorsioni commesse, tra l’altro, dagli uomini d’onore Carmelo Bisognano e dallo stesso Carmelo D’Amico, entrambi oggi pentiti. Le accuse di estorsione nei confronti dei mafiosi, confluirono in un processo denominato ”Sistema”, concluso in primo grado con le condanne degli imputati,  poi assolti dalla Corte d’Appello di Messina in seguito alla collaborazione di Bisognano. Quest’ultimo dichiarò che Marchetta era associato al clan e che mai era stato vittima di estorsioni.

Ora la procura di Messina è al lavoro per contestualizzare le dichiarazioni di D’Amico e fare i dovuti accertamenti sull’intreccio di personaggi citati dal pentito: l’obiettivo è verificare l’esistenza di eventuali legami tra i protagonisti di una catena a compartimenti stagni che dalla borghesia imprenditoriale farebbe transitare interessi affaristici alla massoneria deviata, sostenuta da solide coperture tra gli apparati, e da qui alla mafia: lo stesso intreccio criminale che avrebbe costruito a Barcellona carriere istituzionali di altissimo profilo.

D’Amico ha parlato di 45 omicidi, a molti dei quali avrebbe partecipato in prima persona. Ma non solo. Tra le nuove e clamorose carte raccolte dalla Dda di Messina ci sarebbero i verbali che riscrivono l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ammazzato l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. Una storia ancora per molti versi oscura, piena di depistaggi e buchi neri. Un fascicolo, denominato ”Alfano ter”, è ancora aperto sulla scrivania del sostituto della Dda Vito Di Giorgio con la storia singolare di una pistola calibro 22, invischiata tra vari proprietari e passaggi di mano che potrebbe essere proprio quella che ha sparato al giornalista. Il pentito avrebbe parlato diffusamente dell’uccisione di Alfano e dell’esecuzione dell’editore Antonio Mazza, autoaccusandosi di quest’ultimo delitto, e, a quanto pare, contraddicendo addirittura la sentenza della Corte di Cassazione, che ha indicato Antonino Merlino quale killer di Alfano.

Ma la parte più ”blindata” delle dichiarazioni del pentito barcellonese riguarderebbe proprio il patto tra mafia e massoneria, con tutte le coperture istituzionali fornite al sistema criminale, che finora è stato solo sfiorato dalle indagini. Nelle passate settimane, i sostituti Cavallo e Di Giorgio si sono incontrati con i colleghi palermitani che indagano sulla Trattativa: il vertice, sembra, sarebbe servito per fare il punto sulle possibili cointeressenze criminali tra mafia e ambienti deviati delle istituzioni. Adesso siamo in attesa di conoscere i retroscena del “suicidio” eccellente dell’urologo barcellonese Attilio Manca, che potrebbe essere collegato all’operazione di cancro alla prostata che il boss Bernardo Provenzano subì nel 2003 a Marsiglia. Anche in questo caso, c’è l’inquietante presenza della mafia, della politica, della massoneria e dei servizi segreti deviati.

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