‘Ndrangheta: “allarmante potenza di fuoco”. A Roma.

Un gruppo criminale autonomo, ma con radici solide nel cuore della ‘ndrangheta, San Luca. Una rete di ‘ndrine, che si incrociano con gli alberi genealogici delle cosche più conosciute e potenti, pronta a prendersi la capitale d’Italia. E una strategia ben chiara: “Stare sotto traccia e non mischiarsi con nessuno”. L’organizzazione colpita oggi dalla Squadra mobile di Roma e dal Gico della Guardia di finanza è la conferma della centralità di Roma nella geografia criminale italiana. Accanto alla Lombardia, alla Liguria, all’Emilia Romagna – regioni dove la presenza della ‘ndrangheta è ormai confermata da moltissimi atti giudiziari – ecco apparire nella sua chiarezza la cosca capitale. Autonoma, invisibile, ma obbediente alle formule più antiche e tradizionali. Con riti di affiliazione celebrati nelle carceri laziali o nelle periferie romane, a pochi passi dagli antichi santuari e dal Raccordi anulare.

Svelati almeno tre gruppi di ‘ndrangheta
I trenta arresti nascono da due inchieste che si sono coordinate negli ultimi due anni. La prima – condotta dalla Mobile guidata da Renato Cortese – aveva messo a fuoco l’omicidio di Vincenzo Femia, ‘ndranghetista di peso ucciso dalle parti del Divino Amore il 24 gennaio 2013. La seconda inchiesta – in mano al Gico della Guardia di Finanza, diretto dal colonnello Gerardo Mastrodomenico – era partita da una sofisticata intercettazione di una rete segreta di BlackBerry, usata da un gruppo criminale per movimentare centinaia di chili di cocaina. Un sistema pensato per essere impenetrabile, bucato grazie ad un pin code finito nella mani dei finanzieri.

Indagini, queste, che hanno portato alla luce almeno tre gruppi di ‘ndrangheta ormai radicati e attivi nel cuore di Roma: i Pizzata-Pelle-Crisafi (formato da Giovanni Pizzata, Bruno Crisafi, Massimiliano Sestito, Gianni Cretarola, Francesco Pizzata, Antonio Pizzata, Antonio Angelo Pelle, Andrea Gusinu, Salvatore Manca, Stefano Massimo Fontolan, Mario Longo), i Crisafi-Martelli (organizzazione finalizzata alla gestione della rete del narcotraffico ramificata in Italia, Colombia, Spagna, Olanda e Marocco, costituita da Bruno e Vincenzo Crisafi, Luigi Martelli, Renato Marino, Adamo Castello) e i Rollero (costituita da Marco Torello e Andrea Rollero, Giuseppe D’Alessandri, Giuseppe Langella, Roberta D’annibale).

Il codice San Luca
Vincenzo Femia era considerato il referente dei Nirta di San Luca nella capitale. Attivo nel traffico della cocaina, commette un errore imperdonabile: staccarsi troppo dalla casa madre, quasi una replica della scelta che era costata la vita a Carmelo Novella, il boss ucciso in un bar di San Vittore Olona nel 2008. Il 24 gennaio 2013 il suo corpo viene ritrovato nella campagna a sud di Roma, a pochi passi dal santuario del Divino amore. Subito fu chiaro che quello era un omicidio più che eccellente.

A luglio, dopo pochi mesi, arriva la prima svolta nelle indagini, con l’arresto di Gianni Cretarola. Il suo è un profilo di ‘ndranghetista di peso, con alle spalle una lunga serie di reati commessi in Liguria, regione dove era cresciuto. Bastano pochi giorni di carcere e inizia a collaborare.  Poco dopo l’arresto, nella sua abitazione la Polizia sequestra un documento in codice, una serie di segni apparentemente indecifrabili. Cretarola – durante uno dei primi interrogatori – prende la penna e un foglio: “ecco la chiave”, la matrice per leggere quello che verrà ribattezzato “il codice di San Luca”. “Una bella mattina di sabato Santo – era l’incipit del documento – allo spuntare e non spuntare del sole passeggiando sulla riva del mare vitti una barca dove stavano tre vecchi marinai che mi domandarono cosa stavo cercando. Io gli risposi sangue e onore Mi dissero di seguirli che l’avrei trovato Navigammo tre giorni e tre notti fino ad arrivare nel ventre del isola della Favignana”. In altre parole un estratto della mitologia ‘ndranghetista, ad uso e consumo degli affiliati.

L’affiliazione nel cuore della capitale
Cretarola racconta tutto, legami, riti, affari. Ma, soprattutto, riferisce che “la caratteristica del gruppo era la forza militare”. Tantissime le armi a disposizione, un arsenale che in parte è stato sequestrato durante le indagini e le perquisizioni scattate dopo gli arresti del 20 gennaio. Disegna, poi, l’organigramma preciso della ‘ndrina: “Giovanni Pizzata era “capo società”, Massimiliano Sestito “contabile”, e lui il “mastro di giornata”. Recita a memoria – nei suoi interrogatori – la formula di affiliazione che ha imparato nel carcere di Sulmona, dove è formalmente entrato nell’organizzazione: “Buon vespro, siete conformi?…a battezzare il locale e formare società”), quindi battezzò il nuovo affiliato (“se loro battezzavano co’ ferri, catene e camicie di forza io battezzo co’ ferri, catene e camicie di forza. Se loro battezzavano co’ gelsomini e fiori di rose in mano io battezzo con gelsomini e fiori di rose”. Rito che ricalca alla perfezione le formule raccontate in centinaia d’inchieste calabresi. Accanto alla potenza di fuoco, ecco dunque apparire – nel cuore della capitale d’Italia – l’essenza stessa della ‘ndrangheta, il patto di sangue, l’affiliazione con l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo. Il legame con San Luca, ovvero la mafia calabrese che fattura miliardi di euro, superando di gran lunga le principali aziende italiane.

Il killer di Femia affiliato in carcere a Sulmona
Cretarola ha spiegato poi ai magistrati che il suo ingresso nella ‘ndrangheta ha avuto la particolarità di vedere tre padrini di tre diverse province, dandogli un lasciapassare riservato a pochi. Quando il pm gli ha chiesto se era stato “affiliato formalmentealla ‘ndrangheta?” Cretarola dice: “Certo, certo, certo”. Affiliazione avvenuta “in carcere a Sulmona nel 2008 da Massimo Sestito, Fedele Rocco e Bono Michele”. Alla domanda del pm sulla provenienza Cretarola risponde: “di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Rocco Fedeli e Serra San Bruno – Bono Michele e Massimo Sestito – Gagliato, fa riferimento a Gagliato nonostante è nato a Milano. La conclusione degli inquirenti che si stratta di “tre famiglie, addirittura di tre zone diverse“. Sì, “per avere la possibilità di muoversi in tutte le province ed essere riconosciute in tutte le province” la spiegazione.

Il gip che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare non ha dubbi: a Roma agiva un “nucleo operativo e direzionale convergente, “rappresentato da soggetti di elevatissimo spessore criminale di ascendenza ‘ndranghetistica, stabilmente dediti al traffico internazionale di stupefacenti ai massimi livelli, e caratterizzato, nel contempo, oltre che dal qualificato contesto criminale di appartenenza, dalla disponibilità di armi e da allarmante potenza di fuoco”. Benvenuti a Roma, provincia di San Luca.

(clic)

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