‘Ndrangheta in Aemilia: “questi voti ti porteranno in cielo”

Antonio Dragone (foto da Il Crotonese)
Antonio Dragone
(foto da Il Crotonese)

Il boss e l’intermediario chiamarono il politico un giorno di tre anni fa, il 21 febbraio 2012. Seduto accanto a Nicolino Sarcone – considerato il capo del gruppo di ‘ndrangheta al centro dell’indagine dei carabinieri, all’epoca già sotto processo per mafia – Alfonso Paolini, cutrese trapiantato in Emilia, telefonò a Giuseppe Pagliani, reggiano e capogruppo del Pdl nel consiglio provinciale. «Io ho una cosa per te e per noi… ci dobbiamo vedere urgentemente – disse Paolini -… Se no qua troviamo un altro cavallo…». Ma Pagliani era la prima scelta: «Vogliamo te». L’invito fu subito accettato e Paolini promise: «I voti ti porteranno in cielo… guarda… però devi essere tu a consigliare e dire quello che bisogna fare».

Poi ci fu una riunione nell’ufficio di Sarcone, dove Pagliani andò «senza farsi scrupolo» di incontrare un imputato di ‘ndrangheta; finché il 21 marzo non fu organizzata una cena allargata con Sarcone, altri imprenditori ora accusati di essere «esponenti di vertice del sodalizio criminoso», Pagliani e altri politici locali. È in quell’occasione, dice adesso il procuratore di Bologna Roberto Alfonso, che «si consacrò e definì l’accordo tra la politica e l’organizzazione mafiosa».

«Vogliono usare il Pdl»

Uscito dal ristorante, poco dopo mezzanotte, Pagliani chiamò la fidanzata Sonia: «Mi hanno raccontato testimonianze pazzesche su tangenti che le cooperative si facevano dare da loro per raccogliere lavori… Ho saputo più cose stasera che in dieci anni di racconti sull’edilizia reggiana! Perché questi sono la memoria dell’edilizia degli ultimi trent’anni… A Reggio han costruito tutto». Poi le raccontò il programma che gli avevano esposto i commensali: «Vogliono usare il Pdl per andare contro la Masini (Sonia Masini, all’epoca presidente della Provincia, ndr ), contro la sinistra, anche per la discriminazione. Dice “fino a ieri noi gli portavamo lavoro, eravamo la ricchezza di Reggio, oggi ci hanno buttati via come se fossimo dei preservativi usati”. Capito amore?». La fidanzata commentò: «Eh, la povera Masini fa meglio a fare le valigie!». E Pagliani: «Adesso gli faccio una cura come Dio comanda!… La curetta giusta».
Gli inquirenti sottolineano che dopo la cena cominciò una «serie di attacchi» contro la presidente della Provincia, in particolare per l’affidamento di un appalto; «tema in sé del tutto lecito – scrive il giudice che ha fatto arrestare l’uomo politico, oggi consigliere comunale – se non fosse che Pagliani lo solleva violentemente con il l ‘arrière pensée ( pensiero segreto, fine recondito ndr ) discendente dalla comunanza di interesse con la cosca del Sarcone». Consapevolmente, secondo i pubblici ministeri antimafia, «una battaglia gestita e voluta da un gruppo di criminali» viene trasformata in «battaglia politica».

Il confino e la faida

Il seguito dell’indagine e l’eventuale processo diranno se questa impostazione, al limite del dimostrabile, è corretta e reggerà al vaglio di altri giudici. Tuttavia il peso della malavita calabrese in questo spicchio di Emilia non è una novità e anzi ha radici antiche, che un politico locale non può non conoscere. Una storia che risale al 1982, quando il tribunale di Catanzaro spedì un bidello della scuola elementare di Cutro al confino nel comune di Quattro Castella, provincia di Reggio Emilia; si chiamava Antonio Dragone ed era il capo della cosca di ‘ndrangheta a Cutro. Prese in affitto una stanza a pensione e cominciò a far salire dalla Calabria parenti, amici e compari, avviando i traffici più disparati, dalla droga alle estorsioni, per poi espandersi agli appalti pubblici. Crebbero gli affari, ma anche i sospetti, che portarono in carcere prima Dragone e poi suo nipote Raffaele, lasciando mano libera a uomini di fiducia che presto si rivelarono concorrenti, come Nicolino Grande Aracri, detto «Mano di gomma». Il quale lentamente conquistò una posizione egemone che divenne incontrastata dopo l’omicidio di Antonio Dragone, assassinato a colpi di kalashnikov e calibro 38 a Cutro, nel maggio 2004. Con quel delitto finì una faida, e mille chilometri più a nord la ‘ndrangheta trapiantata nel cuore dell’Emilia poté riprendere i suoi affari e le sue infiltrazioni nei mondi della politica, dell’imprenditoria, ma anche degli apparati statali e dell’informazione.

Poliziotti amici

Ambienti non più incontaminati da tempo, notano gli inquirenti sottolineando, fra l’altro, rapporti degli affiliati con esponenti delle forze dell’ordine. Per esempio un ispettore di polizia, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che agevolava pratiche e soffiava informazioni utili; o un agente già autista del questore di Reggio, accusato di minacce a una giornalista perché non si occupasse più di un paio di personaggi.
Insomma, comportamenti abituali nella Calabria in mano alla ‘ndrangheta erano diventati tali anche in Emilia dove, scrivono i pm bolognesi, «si potrebbe dire che gli ‘ndranghetisti raramente fanno la fila». Proprio perché «hanno qualcuno che fissa loro appuntamenti, li “riceve” all’ingresso della Questura, li conduce all’ufficio competente e cura di accelerare la definizione… Sono “solo cortesie”, pensano evidentemente gli uni e gli altri, e si frequentano con molta “normalità”, condividendo momenti di svago (pranzi e cene) e interessi vari (i cavalli)». Come tramite tra ‘ndranghetisti e forze di polizia i pm citano «Alfonso Paolini, che dispone di una agenda di contatti certamente molto estesa ed efficace». È lo stesso che telefonò al consigliere provinciale Pagliai. E il cerchio si chiude.

(fonte)

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