Ci saranno morti, molti morti

Mimmo Càndito racconta molto bene cosa potrebbe significare una guerra per l’Italia, oggi:

Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d’amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.

1) Si dice che ormai non vi sia altra possibilità di soluzione che l’invio di una spedizione militare. A voler essere chiari, questo vuol dire non soltanto raid aerei ma anche, e soprattutto, invio di truppe combattenti sul terreno. E truppe sul terreno significa morti e feriti, e non in piccola quantità poiché si tratta di azioni che si spalmeranno in varie località: il conflitto non avrebbe un fronte unico, ma si torcerebbe negli scontri drammaticamente letali della guerriglia urbana, dove una eventuale supremazia tecnologica conta poco o niente e le trappole e le insidie inevitabili del battersi casa per casa hanno mostrato già in Somalia o in Cecenia quanto pesante sia il costo del guadagnarsi il controllo del territorio.

2) Si parla di creare una operazione di peace keeping. Ma, come le parole in inglese dicono in modo inequivocabile, queste operazioni si fanno quando la pace c’è già, e l’obiettivo è di mantenerla. Se invece la pace non c’è, come in Libia, allora bisogna avere la forza di dire che si fa una guerra vera e propria, o comunque, se si vuol tenere ancora il solito velo dell ipocrisia, che l’operazione è comunque di peace enforcement, cioè di strutturazione e consolidamento di un processo di pace tutto da realizzare. La diversità non è affatto nominalistica. C’è anzitutto il costo di vite umane, che nel PK è statisticamente assai meno elevato che nel PE; e questo conta parecchio, specie per il rapporto tra scelte politiche e consenso dell’opinione pubblica. E poi c’è il problema delle regole di ingaggio, molto più rigide e costrittive per i combattenti del PE: insomma, si fa una guerra e non una operazione più o meno di polizia.

3) Si dice guerra all’Is. Non c’è dubbio che sul terreno oggi l’Is si proponga come la formazione più operativa, con una dinamica di espansione molto accentuata. Ma la Libia postgheddafiana è nel caos attuale perché è mancata finora una forza (militare, non soltanto politica) capace di realizzare una credibile forza centrale, e lo stesso scontro continuo tra miliziani islamisti e miliziani diciamo laici è una definizione di comodo che non riesce a rappresentare la frammentazione estrema dei gruppi armati, migliaia più che centinaia, con identificazioni localistiche, tribali, claniche, gangsteristiche, e di settarismi d’ogni tipo.

4) Come hanno drammaticamente dimostrato la guerra in Afghanistan e quella in Iraq, la definizione di un nation building è fondamentale quanto la vittoria militare. Occorre cioè avere un piano preciso di politiche capaci di realizzare il “dopoguerra”: dunque, individuare le forze politiche e sociali che guideranno il tempo successivo alla fine della guerra, individuare il sistema istituzionale da impiantare, individuare i soggetti con cui relazionarsi già ora perché venga cancellata dall’operazione qualsiasi ombra di un atto di occupazione.

5) Chi guiderà l’operazione, e con quale identità. Posta la latitanza del Consiglio di sicurezza dellOnu, e poste le gelosie e anche gli interessi che sono coinvolti (gli stessi che portarono francesi, e poi inglesi, a lanciare l’attacco a Gheddafi), non appare facile dire quali saranno le forze militari chiamate a partecipare all’attacco e chi ne avrà il comando operativo. L’Italia ha già rivendicato a se’ la leadership, ma l’anticipo non è garanzia sufficiente.

Su questi cinque punti c’è finora il massimo della confusione e dell imbroglio nominalistico. Ma poiché si tratta di lanciare una guerra vera e propria, e poiché ci saranno morti, molti morti, è opportuno che si proceda con chiarezza, e che l’opinione pubblica venga informata di tutto e su tutto

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