La rivoluzione della “Rai” secondo Renzi: fuori la politica, dentro solo lui.

Ne scrive (bene) Riccardo Bocca (qui):

renzi-raiMa lo sapete che ho scoperto di essere visceralmente renziano?

Proprio nell’animo, nella postura, nel modo di affrontare le questioni impellenti.

Per esempio:

anch’io, come il nostro adorato premier, penso che la scuola debba essere sempre più libera, ricca e carica di contenuti importanti.

E che dire delle sue esternazioni per la trasparenza, l’etica collettiva e la gestione candida della cosa pubblica?

O ancora:

come non osannare le parole spese da palazzo Chigi riguardo a casa Rai, che «ha raccontato e costruito l’identità culturale e sociale nel nostro Paese», anche se «con gli anni la morsa della burocrazia e dei partiti ha ridotto fortemente la sua capacità di competere, soprattutto a livello internazionale, indebolendo l’azienda»?

L’unica reazione, a caldo, sarebbe quella di urlare per le strade della Capitale uno straconvinto «Matteo! Matteo! Matteo!».

Solo che poi, purtroppo, c’ è l’odioso dovere di confrontare le teorie con i fatti;

e lì sempre parte, quando di mezzo c’è Superpremier, il valzer delle fratture tra dichiarazioni e realtà.

Basti pensare al caso di viale Mazzini, e ai miglioramenti che Renzi vorrebbe al più presto apportare (dato che la politica è un cappio infame, e strangola il cuore della tv pubblica).

L’idea, sulla carta, sarebbe quella di edificare (cito la cronaca de “la Repubblica”) «un consiglio di amministrazione composto da sette persone al posto delle nove di oggi, e nominato da più fonti:

tre membri -uno dei quali sarà l’amministratore delegato – saranno scelti dal ministero dell’Economia, di fatto l’azionista di viale Mazzini», altri «tre saranno eletti dalle Camere in seduta comune», mentre l’ultimo componente «dovrebbe essere il rappresentante dei dipendenti Rai».

Quanto alla Commissione di Vigilanza, «resterebbe in vita come organismo di controllo» pur senza «i poteri di nomina attuali».

Tutto chiaro?

Trattasi, con suadenti parole e nobili premesse, di rivoluzione autolesionista.

In pratica, infatti, non soltanto la politica resterebbe padrona, ma per giunta l’amministratore galattico sarebbe espresso dal governo Renzi, che non avrebbe troppi impicci a condizionare azioni e pensieri.

Per non parlare del rappresentante dei dipendenti Rai, riguardo al quale è veramente cosa buona e giusta non farsi prendere eccessivamente in giro, e pensare che possa imporre la propria visione.

Continuo dunque ad applaudire, e osannare, e condividere a pieno il passaggio del documento di palazzo Chigi in cui si giura di voler «riformare il servizio pubblico mettendo la Rai nelle condizioni migliori per informare, educare e divertire»;

come pure seguo, con interesse sincero, l’ipotesi di tre reti ben differenziate tra loro (una generalista, una per la sperimentazione e una culturale priva di pubblicità).

Ma resta il fatto che il potere, ancora una volta, spinge e scalcia per interesse proprio:

passatempo antico, ma pur sempre attuale.

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