“Dignità”: una parola (e un libro) per difenderla

Se posso, ve lo consiglio:

indexCome davanti ad una famosa pizzeria napoletana, c’è sempre ressa alla porta della parola dignità. Si tratti di magnificare la gustosità del “fritto misto” o la prelibatezza della “bottarga” o l’eleganza dell'”abito ladino” o il decoro del “mercato rionale” di Messina o la rispettabilità di piante e di animali, la parola chiamata a illustrare tutto questo bene è sempre la stessa: dignità. È polvere magica, per la cronaca cittadina, quella che emana dal suono e dal segno di questa parola, buona a trascinare nel prestigio e nell’eccellenza qualunque oggetto di pensiero si voglia abbinare ad essa. E in questa manipolazione la parola rischia di smarrire il suo proprio, più autentico significato; rischia di assumere una funzione tutta ed esclusivamente cosmetica, tipograficamente non dissimile da quella del carattere in grassetto o del punto esclamativo. Di fronte ad un tale scempio semantico e culturale non resta che mettersi a ripercorrere la storia di questa parola, la storia di un lungo cammino per vie, viottoli e sentieri sulle terre della filosofia, della politica, della letteratura, della religione, del diritto. Dignità ieri, dignità oggi. Ieri, a cingere di alloro gli eroi e i sapienti delle polis greche. Oggi, dote inviolabile, ma anche mandato etico imperativo, assegnati ad ogni essere umano…

Il libro lo trovate qui. (Il cammino della dignità. Peripezie, fascino, manipolazioni di una parola)

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