Non vanno d’accordo antimafia e imprese

Un gran pezzo di Riccardo Orioles:

220px-Riccardo_Orioles“Fior di viola, splendente,
vivi nei canti, Atene,
tu che hai difeso l’Ellade, tu ardita,
tu città degli dei…”

Ma insomma, come faccio a distin­guere l’antimafia fasulla da quella di cui fidarsi? Facilissimo: quella povera è quella vera. L’antimafia, difatti, è gra­tis. Perciò non puoi farci soldi o carrie­ra. Puoi rischiare la pelle, questo sì, puoi farti emarginare dap­pertutto, puoi – ovviamente – restare senza lavo­ro, puoi anche fare la fame se occorre. Tutte queste belle cose puoi fare, e altre ancora. Ma soldi e carriera no.

Ci spiace, ma non l’abbiamo messa noi questa regola. A noi piacerebbe di più ricevere – in un paese civile – soldi, onori, car­riere felici e tranquille, e magari qualche buona parola.

Ci piace­rebbe anche di più poter pro­mettere tutte queste belle cose ai ra­gazzi che, un anno dopo l’altro, arrivano freschi e decisi: “Vo­glio dare una mano all’anti­mafia”. Ma, in un paese civile.

In questo, la prima cosa che insegnamo è: “Ragazzi, l’antimafia si paga”. Eppure, non restia­mo mai soli.

Al servizio dei grandi imprenditori

La mafia, in Sicilia, nasce storica­mente al servizio dei grandi imprendi­tori del comparto agricolo e successiva­mente in­dustriale. Già nel 1920, a Paler­mo, giu­stiziò per loro conto il sindacalista Fiom Giovan­ni Or­cel; negli anni ’40-’60, per conto dei lati­fondisti, venne assassina­to un centi­naio di dirigenti contadini.

“Impren­ditore”, in Sicilia, non è una gran bella pa­rola, e co­munque con l’anti­mafia ha sem­pre avuto poco a che fare. Così, de­sta poca sorpresa la “scoperta” che le pro­clamazioni di questo o quell’ esponente dell’imprenditoria “anti­mafia” andavano in realtà prese cum gra­no salis.

In realtà, la vera sorpresa è data dalla facilità con cui tutta una serie di perso­naggi del genere ha potuto essere presa sul serio dall’antimafia“perbene”, quella almeno di provenienza non popolare.

I motivi son tanti. Primo, l’approssima­zione politica di gran parte della nuo­va anti­mafia, dove la ripetizione di buoni princi­pi sostituisce spesso la lucidità delle analisi e la radicalità delle azioni. Secon­do, è molto più facile pren­dere a interlo­cutori (finché non sma­scherati) i vari Montante e Haeg che non gli Umber­to Santino, i Pino Maniaci o i Siciliani. I primi han­no denari da mettere nei vari “rinnovamen­ti”, e i se­condi no; i primi non minacciano in alcun modo l’assetto sociale “perbene”, e i se­condi sì. Ma così va il mondo; e noi per­doniamo volentieri agli amici perbene quella che non è certo ma­lafede ma solo disattenzio­ne e pigrizia.

Noi, all’antimafia dei simboli, preferia­mo quella palpabile e concreta. Che fare dei beni confiscati? Affidarli ai Montante o magari (come gl’immigrati) ai Castiglione? Questo, or­mai è pacifico, non si può fare più. Metterli all’asta, come dice il capo della com­missione “anti­mafia” siciliana, Musume­ci? Allora tanto varrebbe ridarli diretta­mente ai mafiosi.

Invece bisogna farne beni sociali, distri­buirli con equità, farne economia sana. Que­sto è ciò che so­stiene Libera da metà anni ’90, e noi da dieci anni prima. E fra il buon ele­fante e le formichine, sarà ben difficile per le be­stie feroci – gattopardi e iene – ri­mettere le zampe sulla preda.

Que­sta è la nostra antimafia. Antimafia utile a tutti, anti­mafia vera. Certo: alla tv e sui giornali non la troverete, trove­rete quella urla­ta. I vari Buttafuoco e Mer­lo (sempre amici dei Berlusconi e dei Cian­cio, e ora improvvisamente grandi antima­fiosi) hanno molta più udienza, las­sù, dei no­stri poveri Giacalone, Ester Ca­stano e Ca­pezzuto. Ma ha davvero impor­tanza? I punti si contano alla fine, diceva­no i mae­stri di tres­sette, e a Sedriano e a Trapani la borghe­sia mafiosa, grazie ai nostri croni­sti, i suoi bravi colpi li ha pur presi.

La vera antimafia è “politica”

Quest’antimafia è politica: in un sistema dove i poteri mafiosi sono tanto inseriti nell’economia, è ovvio che la vera lotta alla mafia sia condizione primissima per cambiare qualcosa. Avete già sentito ‘sta tiritera, se siete vecchi lettori dei Siciliani.

Non si può dire che abbia avuto molto successo: la destra, ovviamente, ha avuto ben altro da fare. Il centrosinistra, col suo partito-nazione, in queste settimane sta re­clutando generali e soldati di tutto il vec­chio Sistema non esattamente antimafio­so. E la sinistra “pura”, gli alternativi? Non sembra che il potere mafioso (e in Si­cilia abbiamo avuto due presidenti di fila o condannati o inquisiti) sia esattamente in cima ai suoi pensieri. Con belle e lode­voli eccezioni, certamente: ma certo non proprio al centro della strategia.

Perciò per noialtri monotoni all’improv­viso, è stata una bella sorpresa vedere che qualcun altro cominciava a percepire que­ste cose. Che lo scontro, in Italia, non è più tanto politico quanto sociale. Che è la società civile, non i partiti e partitini, a dovere portar­lo avanti.

Parliamo, come avrete capito, di Libera, di Emergency, della Fiom, della “coalizio­ne sociale” a cui, con gran diffidenza, vor­remmo affidare una speranzella, dar fidu­cia in qualcosa.

La diffidenza nasce (oltre che dalle ca­tastrofiche esperienze con altri sindacali­sti: vedi Cofferati) dal fatto che per “so­cietà civile” s’intendono ancora solo le grosse e un po’ verticistiche organizzazio­ni. La speranza, dal fatto che tutta ‘sta ba­racca nasce fra gli operai. La (moderata) fiducia dalla modestia e dai limiti fissati dai promotori. “Fare altri partiti? – dicono – Dio ce ne scansi. Vogliamo una rete so­ciale, mettere in comunicazione. Noi sia­mo la società, quella vera. Non c’interessa il Palazzo. Noi siamo semplicemente il Quarto Stato”.

E’ un bel progresso rispetto alle inge­gnerie precedenti (arcobaleni, azione civi­li, fors’anche altreurope) che si presenta­vano con bellissimi progetti chiavi-in-mano, cer­cando disperatamente di farli gestire in­sieme da tutte le vecchie sette precedenti (carbonari, giacobini, seguaci degli statuti di Spagna e narodniki) le quali, per loro natura, difficilmente pote­vano invece accordarsi su qualcosa. “Invece ri­partiamo dalle origini, dai soggetti so­ciali”. Questo, secondo noi, comincia a essere buonsenso.

Il governo reale? Marchionne

Anche dall’altra parte ragionano nudo e crudo, senza tante illusioni. Hanno fatto governi (tre, uno dopo l’altro, tecnici, più tecnici ancora e infine “riformatori”) che – a parte la fuffa mediatica – non hanno go­vernato granché. Hanno coperto, in so­stanza, l’emergere del governo reale, quel­lo direttamente “sociale” – ma della parte alta della società, dei Marchionne. E sono stati attentissimi, agendo sul corpo socia­le, a smantellare via via proprio i ceti so­ciali che potevano fargli opposizione.

Prima è toccato agli operai, privati di sindacati e statuti, sospinti (tatcheriana­mente) nelle curve sud e abilmente divisi, con opportune campagne mediatiche e le­ghiste, dai loro omologhi neri, che dopo anni d’Italia non sono che operai come tutti gli altri. Adesso stanno attaccando l’altra colonna della vecchia Repubblica, la scuola. Il preside-comandante, i prof soldati semplici ai suoi comandi, non sono solo un rigurgito degli Anni Trenta. Sono un progetto abilissimo e preciso, di­struggere ogni luogo sociale e lasciarci ciascuno solo davanti alla sua tv o al suo monitor. Se i Landini e i don Ciotti lo capiranno, potranno contare su molte forze ora sparse e divise.

Il laboratorio-Sicilia

In Sicilia, nel paese-laboratorio in pro­vincia di Messina, la sindaca “antimafio­sa” di due anni fa, la Maria Teresa Colli­ca, è stata buttata giù dalle forze congiun­te dei vecchi padroni di destra e nel “nuo­vo” Pd (escluso, a suo onore, un diri­gente che s’è ribellato). A Messina, lo stesso gioco si va preparando per Accorinti.

Nè lui né la Collica, in questi due anni, sono stati all’altezza del ruolo: simbo­lismi moltissimi, tutti belli e civili e degni di gran lode. Ma politique d’abord, mobilita­zione dei bisogni della gente, fiacca e poca. Nè i “compagni” li hanno granché educati, né sostenuti: ap­plausi ma non cri­tiche all’ini­zio, maledi­zioni ma non mano tesa alla fine – cioè adesso.

* * *

Il Sud, il Mediterraneo, il mondo pove­ro intanto vanno avanti. La Grecia (altro che calimeri) affronta la trattativa coi ge­nerali tedeschi, i Brest-Livotsk, e la sta af­frontando bene. Fra gl’islamici splende, per la prima volta nei secoli, la libertà del­le donne, delle ragazze-partigia­ne di Ko­bane, in prima linea col fucile. Fermano i nazifascisti di Isis, abbandonate dall’Occi­dente ipocrita, ma vittoriose.

 

REATO DI MIMOSA

Le “Mamme No Muos” l’otto marzo l’han­no festeggiato con un corteo a Niscemi, alla base Us Navy del Muos, recentemen­te dichiarata il­legale dal­le compe­tenti au­torità italiane. Alla fine del corteo hanno deposto delle mi­mose sul cancello d’ingresso della base. Ora sono indagate per reati vari, con l’accusa di aver tagliato un pezzetto della rete di recinzione della (illega­le) base stra­niera.

 

Promemoria

Dieci obiettivi dell’antimafia sociale

● Abolire il segreto bancario;

● Confiscare tutti i beni mafiosi o frut­to di corruzione o grande evasione fi­scale;

● Assegnarli a cooperative di giovani lavoratori; aiuti per chi le sostiene;

● Anagrafe effettiva dei beni confiscati;

● San­zionare le delocalizzazioni, l’abuso di pre­cariato e il mancato ri­spetto dello Statu­to dei Lavoratori o di accordi di lavoro.

● Separazione di capitale finanziario e in­dustriale; tetto alle partecipazioni nell’edito­ria; To­bin tax;

● Gestione pubblica dei servizi pubbli­ci es­senziali (scuola, università, difesa, ac­qua, energia, strutture tecnologiche, credi­to in­ternazionale);

● Progetto nazionale di messa in sicurez­za del territorio, come volano eco­nomico so­prattutto al Sud; divieto di altre cementifi­cazioni; divieto di industrie inquinanti; ri­strutturazione di quel­le esistenti e bonifica del territorio a spese di chi ha inquinato;

● Controllo del territorio nelle zone ad alta in­tensità mafiosa.

● Applicazione dell’articolo 41 della Costi­tuzione.

Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 41 – “L’iniziativa economica privata è li­bera. Non può svolgersi in contrasto con l’utili­tà socia­le o in modo da recar­e dan­no alla si­curezza, alla li­bertà, alla di­gnità uma­na. La legge determi­na i pro­grammi e i con­trolli opportuni perché l’atti­vità econo­mica pubblica e priva­ta possa essere indi­rizzata e coordinata a fini so­ciali”.

(fonte)

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