Il boss Lampada e quando la cella diventa un bluff

INT06F1A_1831362F1_1-ksJC-U43090210230592nSH-1224x916@Corriere-Web-MilanoNonostante le mie posizioni politiche sono stato sempre molto insofferente alla mancanza della certezza della pena per i boss. Particolarmente per gli ‘ndranghetisti lombardi, per una questione personale (mica per niente sono quelli che mi hanno condizionato la vita, eh). Leggere della detenzione dorata di Giulio Giuseppe Lampada (il braccio imprenditoriale del clan Condello in Lombardia, per dire) mi sembra un insulto. Mi auguro che qualcuno in Commissione Antimafia abbia il tempo di porre qualche domanda.

Qui l’articolo dell’amico Cesare Giuzzi:

Dice di mangiare «solo frutta e merendine». Di avere perso 10 chili solo negli ultimi 7 mesi. Dei suoi 130 chili per un metro e novantuno d’altezza resta ben poco. L’omone che in un’alba di fine novembre 2011 si trovò davanti i poliziotti della Mobile è oggi un manichino che si rigira nel letto «abbigliato in modo poco curato e non in ordine dal punto di vista dell’igiene», per usare le parole dello psichiatra torinese Elvezio Pirfo, il medico incaricato dal Tribunale del Riesame di valutare le sue condizioni di salute e la compatibilità con la detenzione. Pirfo è l’ultimo di un lungo elenco di dottori (27 per la precisione) che lo hanno visitato fin dal momento del suo arresto. Perché Giulio Giuseppe Lampada, 44 anni il prossimo 16 ottobre, sembra essere diventato ormai un caso più unico che raro. Condannato in appello a 14 anni e 5 mesi per associazione mafiosa, il boss è stato dichiarato definitivamente «incompatibile» non solo con la detenzione in carcere, ma anche con il trasferimento in un reparto psichiatrico penitenziario, con un ricovero in una struttura ospedaliera esterna e perfino – ultimo rocambolesco colpo della sua vicenda giudiziaria – con la permanenza in una comunità protetta dove avrebbe dovuto scontare i domiciliari.

Perché l’uomo condannato con l’accusa di essere il braccio imprenditoriale e finanziario del clan Condello a Milano (élite della ‘ndrangheta di Reggio Calabria) ha una «tremenda» avversione per le sbarre, per le divise e perfino per i medici in camice bianco. Per questo motivo venerdì sera è arrivato l’ennesimo colpo di scena dei giudici: Lampada deve essere trasferito dalla comunità protetta Pra’ Ellera di Cairo Montenotte in provincia di Savona e scontare i rimanenti anni della condanna per mafia ai domiciliari. Così da ieri il boss dei videopoker accusato di avere corrotto due magistrati per ottenere informazioni sulle indagini a suo carico, è tornato nella villa-bunker di via San Martino 10 a Settimo Milanese. Con lui, ben protetti dagli occhi degli intrusi, ci saranno anche la moglie e le tre figlie.
La decisione dei giudici è arrivata dopo un iter giudiziario piuttosto complesso. Il pm della Dda di Milano Paolo Storari, aveva infatti presentato ricorso in Cassazione contro la precedente decisione (ottobre 2014) di concedere i domiciliari nella comunità protetta. La Suprema corte aveva poi deciso di annullare il provvedimento e di rinviare il caso ancora ai giudici del Riesame di Milano per una valutazione definitiva. Decisione che è arrivata proprio venerdì sera con la concessione dei domiciliari nella villa di residenza. A motivare la decisione dei giudici, ancora una volta, il parere dei medici che hanno visitato il boss. Comprese le perizie di parte dei criminologi Francesco Bruno e Alessandro Meluzzi.

Giulio Lampada, però, non è pazzo. E per quanto scrive il perito Elvezio Pirfo nella sua relazione al Riesame di Milano, non soffre neppure di una specifica malattia psichiatrica: «Allo stato non è riconoscibile una malattia in senso stretto». Tuttavia, secondo il medico, «va affermata l’esistenza di un funzionamento psicopatologico molto significativo che invece assume la qualità di condizione morbosa». Perché Lampada «ha un’idea di sé al tempo stesso grandiosa e fragile», non assume le medicine previste dalla terapia ma certamente «non si tratta di disturbi fittizi o simulazioni». Secondo il medico anche se questi sintomi «non sono “malattia” in sé», vanno considerati come «fattori di rischio, elementi di potenziali sviluppi di più gravi disturbi mentali»: «Chi scrive (il medico, ndr) non è in grado di affermare se le cure della sintomatologia depressiva oggi rilevabile possano essere effettuate in un ambiente piuttosto che in un altro, mentre è ragionevole sostenere che la permanenza nei luoghi ritenuti ostili con molte probabilità indurrebbe azioni a rischio per la sopravvivenza dello stesso, siano essi gesti anticonservativi o strategie di rifiuto delle cure tali da determinare l’incompatibilità con il regime carcerario». Secondo il medico le cure nella comunità terapeutica «non hanno ottenuto gli effetti attesi perché il dis-funzionamento mentale si è ulteriormente consolidato diventando uno stato morboso di natura obiettiva che si risolve anche in malattia fisica».

Lampada, durante i 7 mesi trascorsi in Liguria non è mai uscito dalla sua stanza, neppure si è affacciato al balcone della casa di cura e ha bisogno di assistenza anche per andare in bagno. Una decisione, quella del Riesame, accolta con soddisfazione dal legale di Lampada, l’avvocato calabrese Giuseppe Nardo, che assieme al collega Vincenzo Vitale ha assistito il 44 enne durante tutte le fasi del giudizio.
Lampada sostiene di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria, dell’accanimento dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano, di «essere innocente». Nella sua camera, a Pra’ Ellera, viveva circondato di faldoni giudiziari, carte che in alcuni passaggi – dicono i medici – ha imparato a memoria: «Non riesco a dormire la notte, mi sveglio piangendo. Mi metto a tremare. Da un mese, quando è successo il caso di Giusti, mi vengono cattivi pensieri…». Il caso citato è quello dell’ex giudice di Palmi, Giancarlo Giusti, arrestato proprio assieme a Lampada con l’accusa di essere stato corrotto con donne e festini al Grand hotel Brun di Milano. Giusti si è impiccato a metà marzo mentre si trovava ai domiciliari in Calabria il giorno dopo che la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a 3 anni e 10 mesi. Secondo i magistrati Lampada era un boss in grado di intrattenere relazioni di alto livello con il mondo politico, come il consigliere comunale Armando Vagliati (indagato e archiviato) o il politico calabrese Francesco Morelli (arrestato).
«Io sono una persona garbatissima – ha detto durante il colloquio con i medici -. La Procura mi vuole morto, forse per uno scontro tra magistrati. Io ero un politico del Pdl all’epoca. Sono anche Cavaliere di San Silvestro…».

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