Cocò: quando un bimbo è solo uno scudo umano

Il pezzo di Niccolò Zancan per La Stampa:

nicola-campolongo-coco-660x400Cocò non era lì per caso. Cocò stava lavorando anche se non lo sapeva. Cocò era stato arruolato da suo nonno. Doveva fare semplicemente se stesso: il bambino. Il nonno spacciava, lui stava al suo fianco. Vorranno mica ammazzare un bambino di 3 anni? Cocò è stato ucciso nella guerra fra due clan rivali in terra di ’ndrangheta, per il predominio nella zona della Sibaritide, in provincia di Cosenza. Era lo scudo umano di suo nonno. Gli hanno sparato in testa. E adesso, dopo un’indagine durata un anno e mezzo, i carabinieri e la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sono sicuri di aver individuato i responsabili. Sono due rivali in affari.

Sono due piccoli trafficanti emergenti. Si chiamano Cosimo Donato detto Topo e Faustino Campilongo detto Panzetta: «Due spacciatori di stupefacenti operativi fin dal 2003. Essi si rifornivano di stupefacente da Iannicelli, il quale, a sua volta, lo prelevava dagli zingari di Cassano allo Ionio». Le 289 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Catanzaro fanno paura. Perché per capire quello che è successo la notte fra il 16 e il 17 gennaio 2014 bisogna partire da lui, da Nicolas Junior Campolongo dettò Cocò.

Giuseppe Iannicelli era sua nonno. Uscito da poco dal carcere, era tornato a trafficare cocaina ed eroina ma aveva bisogno di incrementare gli affari. Molti parenti erano ancora in cella, tutti dipendevano da lui. «Giuseppe Iannicelli era dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, dapprima in seno alla consorteria ’ndranghetistica degli zingari, quindi avvicinandosi al sodalizio storicamente contrapposto dei Forastefano».

Cambiando alleanze criminali, cercando di allargare il suo giro, sapeva di essere in pericolo. Ecco perché quando andava a consegnare la droga in conto vendita alla sua rete di pusher e quando tornava ad esigere i crediti, portava sempre con sè la compagna Ibtissam Touss e il piccolo Cocò. Li caricava in auto.

Erano la sua assicurazione sulla vita. «Cocò era utilizzato da Iannicelli al fine di scongiurare agguati», hanno dichiarato a verbale due testimoni e un pentito. Così ha spiegato il figlio stesso di Iannicelli: «Si accompagnava a Cocò e alla marocchina perché era convinto che in loro presenza nessuno avrebbe potuto fargli del male». Molti sapevano. Sapevano che il bambino era stato arruolato. Sapevano che gli equilibri criminali della zona si erano rotti.

È una storia di ‘ndrangheta, di boss e manovalanza. Di capannoni incendiati per ritorsione. Di pestaggi esemplari davanti ai bar del paese. Pistole e minacce. Matrimoni combinati a pagamento. Soldi da spartire. Famiglie intrecciate e segreti. E in quel contesto che Giuseppe Iannicelli si scontra con «Topo» e «Panzetta». Loro sono i suoi spacciatori tra Firmo, Lungro ed Acquaformosa. Ma mentre lui cambia alleanze, loro restano legati al clan degli zingari. Chi comanda?

Iannicelli è sempre più solo. Fino a rendere Cosimo Donato e Faustino Campilongo preoccupati che si possa pentire, che incominci a collaborare. Forse è quello il momento in cui prendono la decisione. Ma prima chiedono protezione al boss di Altomonte, Saverio Donato.

Il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto il 3 settembre 2015 firma un’integrazione urgente all’inchiesta da sottoporre al gip. È un’intercettazione ambientale: «Dalla conversazione si evince che Cosimo Donato e Faustino Campilongo hanno ricevuto mandato, da parte di persona non menzionata, di rubare un’autovettura e assassinare una persona. L’incarico sarebbe stato accettato». Parlavano di Giuseppe Iannicelli. Lo avrebbero ammazzato, lui con il suo scudo umano.

Tutto è stato ricostruito. Così il collaboratore di giustizia Pasquale Perciaccante, dissociato dalla cosca Abruzzese: «Non si fidavano tanto di questo Iannicelli. Perché parlava sempre, tenìa la bocca troppo sporca, parlava sempre parlava». Giuseppe Iannicelli è stato attirato in una trappola con una scusa. Hanno sparato a lui, a Cocò e alla signora Ibtissam Touss, «la marocchina».

 

L’auto data alle fiamme, i cadaveri carbonizzati per eliminare le tracce. Erano trascorse poche ore, ma le famiglie criminali intercettate già parlavano di come verificare se si potessero recuperare 7 mila euro che doveva avere Iannicelli: «Impossibile, tutto bruciato». «Topo» e «Panzetta» erano in paese poche ore dopo il triplice omicidio.

Li ha visti persino Giuseppe Iannicelli Junior: «Le mani nere, unte. I loro vestiti puzzavano di benzina. Erano agitati, impauriti». Ma nessuno è andato a parlarne spontaneamente alle forze dell’ordine. I due killer guadagnavano bene. Cambiavano auto spesso. Si vantavano: «Hai visto che non siamo due poco di buono?».

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