Arrivare puliti a sera

broken-piano-wallpaper-5-widescreen

Ero molto piccolo quando ho iniziato a suonare il pianoforte. Mica solo giovane, piccolo che allargando la mano fino a che il tiro non mi arrivasse su dal collo e poi in bocca era una mano troppo breve per ambire all’ottava. Corta. Quindi mi esercitavo in quelle scale muscolari di autori dal nome duro come la musica che scrivevano (mi ricordo il Beyer, non avevo forse sei anni) e il suono era semplicemente il rumore di rimbalzo di una ginnastica fatta sulle note. Di continuo. Il limite fisico non importava a nessuno. Avrei potuto anche avere una mano sola ma mi dicevano che attraverso l’esercizio sarei riuscito comunque ad avere un buon suono. Qualcosa che si avvicini ad una melodia. La musica di quegli esercizi era un martello pneumatico su spartito, note che rimandavano alle lime o alla malta, con quello stesso odore che poi risentivo quando pensavo a che testa capiente avrebbe potuto essere capace di immaginare una casa, tutta intera, e sapere già prima di iniziare esattamente dove appoggiarla. Ecco, il mio pianoforte a casa, dopo scuola e nelle ore che per forza dovevo rubare anche al gioco, era il mio cantiere sempre aperto, in sala, dritto che mi aspettava. E mi ricordo la sensazione, si accendeva senza avviso, di riuscire a suonare una scala come non mi era mai riuscita prima, come se in fondo le dita fossero nate capaci di farla per poi dimenticarselo e, tutto d’un colpo, se ne fossero ricordate come ti ricordi quei momenti che nemmeno gli anni sono riusciti ad annegare. Quando succedeva che un ostacolo fosse diventato liscio, agevole, io lo toglievo dall’elenco delle incombenze e con mielosissima soddisfazione lo appoggiavo nel cestino dei bordi superati, delle cose fatte, dei nodi sciolti.

Ecco, mi ricordo, quando alla sera mi capitava di superare una pagina d’esercizio al pianoforte, di poterla girare e tenerla indietro insieme alle cose già fatte, mi ricordo che alla sera mi sentivo pulito. Anche se avevo sudato tutto il pomeriggio ridendo senza fiato  dentro una partita tra scarsi o anche se avevo la tristezza di un litigio, o una sgridata che non ero riuscito a digerire o una domanda senza risposta. Si arrivava puliti a sera. Puliti. E poi tutto il resto degli anni ho sempre cercato quella pulizia lì, nonostante il giorno passato. E quando ho scritto ‘Mio padre in una scatola da scarpe’ l’ho scritto per raccontare che ci sono persone che nonostante tutto l’intorno, ci invecchiano puliti, ci arrivano anziani, puliti, anche se è sera.

2 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *