Perché Giulio Regeni era una minaccia per le forze di sicurezza egiziane

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Un pezzo interessante di di Jean Lachapelle:

«Poche settimane fa, una persona che stava facendo ciò che faccio io — ricerca sul campo in Egitto — è stato assassinato. Giulio Regeni, cittadino italiano, era un ricercatore di filosofia presso la Cambridge University che studiava i movimenti dei lavoratori egiziani. È scomparso il 25 gennaio, il quinto anniversario delle rivolte del 2011, e i suoi resti ritrovati alcuni giorni dopo presentavano segni di bruciature, ossa rotte ed elettroshock. Queste lesioni sono state interpretate come segni di tortura, poiché somigliano alle stesse subite dai molti egiziani che si sono trovati a fare i conti con le forze di sicurezza del Paese in passato. Di fronte a quello che potrebbe essere il primo caso di uccisione da parte della polizia di uno studente straniero in Egitto, il MEA (associazione degli studi in medio oriente) ha di recente inviato un avviso di pericolo ai propri membri.

Cosa possiamo fare per questa tragedia? Perché è stato ucciso? E ancora, ci sono altri ricercatori a rischio?

La notizia della morte di Regeni è un profondo shock per tutti coloro che hanno condotto una ricerca in Egitto. Come lui, io ho intervistato attivisti dei sindacati commerciali indipendenti. E come molti altri cittadini di nazionalità non egiziana, ho potuto provare il largamente diffuso, ma raramente dichiarato assunto che il mio stato di cittadino straniero mi offrisse un po’ di protezione dai modi estremi della polizia, come l’abuso fisico. Questo terribile evento indica entrambi i limiti di quel senso di comfort e il sempre esplicitato spazio per i ricercatori, stranieri o egiziani che siano.

Non è immediatamente ovvio perché le autorità possano aver considerato Regeni una minaccia. Lui faceva ricerca sindacati indipendenti, un argomento apparentemente innocuo in un Paese dove la sinistra non solo è debole, ma anche ostile ai fratelli mussulmani, ovvero gli oppositori maggiori del regime. Inoltre, lo studente non era l’unico accademico sul campo che studiava problemi sensibili.

Altri ricercatori hanno intervistato gli attivisti dell’opposizione sotto il corrente regime militare, inclusi membri dei fratelli mussulmani, mentre studenti hanno pubblicato alcune criticità del regime. Ma è stato questo giovane ricercatore che ha incontrato un così brutale destino.

Perché?


Dal 2011, ho studiato come le forze di sicurezza egiziane percepiscono le minacce e selezionano i loro obiettivi. Ho catalogato atti di coercizione da parte della polizia, consultato documenti amministrativi e parlato con attivisti politici, inclusi i leader del lavoro e gli ex membri delle forze di sicurezza. La mia ricerca mi ha insegnato due cose. La prima è che le forze di sicurezza prestano più attenzione ai segnali di politicizzazione nei movimenti dei lavoratori. Sotto il regime di Mubarak, le forze di sicurezza stabilirono una sottile distinzione tra i disordini di tipo politico e quelli di tipo economico. Le proteste dei lavoratori venivano spesso tollerate o ignorate fintanto che i protestanti non facessero rivendicazioni politiche. In parallelo, agli attivisti politici erano comunque consentite le proteste e le critiche al regime, a patto che non tentassero di aizzare le masse a fini anti governativi.

Secondo, le forze di sicurezza hanno diverse idee sulle cause delle mobilitazioni popolari. Come i ricercatori sociali, le autorità egiziane hanno sviluppato teorie sull’esplosione delle rivolte popolari nel 2011. Mentre i primi hanno enfatizzato la spontaneità, il coraggio e le azioni dei cittadini ordinari durante i 18 giorni delle rivolte del 2011, le forze di sicurezza egiziane credono che la rivolta fu suscitata da ben organizzate forze politiche, capaci di manipolare la maggioranza dei cittadini per fini politici. Nell’estate 2011, quando chiesi ad un ex membro delle forze di sicurezza perché i protestanti anti-Mubarak avessero avuto successo, lui diede la colpa a cospirazioni dall’estero, in particolare dal gruppo palestinese Hamas. Accuse di pressioni dall’esterno che causano instabilità politica in Egitto sono comuni tra i media egiziani.

Negli USA, queste visioni sono spesso chiuse come classica propaganda autoritaria. Comunque sia, la mia ricerca suggerisce che queste ansie sono reali e spiegano il modo in cui il regime egiziano percepisce le minacce. In particolare, fanno in modo che le forze di sicurezza siano molto attente ai legami tra gli elementi stranieri e i settori “mobilizzabili” della società.»


È possibile che le attività di ricerca di Regeni siano state scambiate come tentativo di preparare una nuova rivolta. Lui ha costruito legami con gli attori locali, frequentato incontri con gli attivisti del lavoro e parlava un arabo eccellente — una abilità essenziale per un ricercatore, ma anche un elemento che sfortunatamente tende a creare sospetti. Sembra che avesse a cuore i problemi del lavoro e scrisse articoli critici sul regime guidato dal presidente Al-Sisi per un giornale italiano. Un articolo, pubblicato postumo, che offre una analisi accurata dello stato dei sindacati indipendenti in Egitto.

Contrariamente a ciò che è stato suggerito altrove, le sue visioni critiche erano probabilmente meno consequenziali rispetto alle sue connessioni, i suoi contatti e il suo attento lavoro di reporting sul campo.

Regeni è sparito durante un’azione di sicurezza atta a prevenire qualsiasi tipo di protesta il giorno del 25 gennaio. Nei giorni precedenti questo anniversario, le forze di sicurezza hanno perquisito 5000 appartamenti nel centro del Cairo, un’azione che, a quanto riferito, aveva seguito mesi di lavoro di intelligence per trovare “attivisti pro-democrazia dentro e fuori dal Paese, stranieri inclusi”.

Forse il rapimento di Regeni fu ordinato dopo una lunga osservazione. O forse è stato semplicemente preso dalla strada da qualche ufficiale nervosetto mentre era sulla via per incontrare un amico, per poi aumentare il sospetto durante la detenzione. Ad ogni modo, il fatto che sia stato “interrogato fino a 7 giorni” indica la probabilità che le forze di sicurezza lo vedessero come una minaccia.

(continua qui)


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