Di cosa avere paura. Questo è il punto.

paura

Ogni tanto mi accorgo di essermi abituato alla paura. Non è un’abitudine figlia di eroismo, tutt’altro: qualcosa che assomiglia a un’impermeabilizzazione, il chiudere tutti i pori perché non ci entri polvere malata. Una cosa così. È che poi, a vivere con i pori stretti, ti accorgi di avere anestetizzato un po’ tutti i sensi; e succede a tutti nella vita di provare a liofilizzare la testa e il cuore per legittima (ma eccessiva) difesa.

Dopo un trauma, che sia delusione o paura, si finisce per soffiarsi intorno, farsi bolla, e alla fine ti dimentichi davvero di cosa avevi paura, cosa ti aveva fatto male. Ecco, stasera, a provare a cercarmi la paura tra i capelli, prenderla per una zampa e guardarla dopo così tanti anni mi accorgo che non ha più quasi niente della paura di dieci anni fa. Non sembra nemmeno parente. Non le somiglia nemmeno. Perché lì dove prima spaventava il criminale oggi ho più un senso di nausea (spaventata) per il corrotto, piuttosto del corruttore. Perché per comodità e omologazione questa divisione di buoni nettamente buoni e cattivi naturalmente cattivi continuiamo a piantumare la steppa grigia dove crescono i pericolosi per davvero: gli esecutori di una mafia che è banalizzazione dell’etica, asciugamento della linfa sociale, professionisti del cedere alla posizione dominante.

Riconoscere la paura quindi senza confonderla con i suoi sfaccettati effetti: la disperazione, il pessimismo, l’esaurirsi, il piegarsi su se stessi, l’aspettare solo come tempo e senza più speranza, il progettare a brevissimo raggio. Tutti effetti. Perché la radice di tutto, quella, invece, non riusciamo nemmeno più a vederla. Ecco: ho paura di abituarmi alla paura come se fosse un undicesimo dito, uno stato naturale. Quello no. Abituarsi alla paura no. Davvero. No. La paura della paura, potendo, non concediamola a nessuno.


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6 Commenti

  1. Anna Beria

    Giulio, penso che non si possa nemmeno più chiamarla paura. La paura richiede una dose di incertezza. Se non vi è incertezza, se si è certi che per noi questa volta finirà male, allora è terrore, quello che ti paralizza, che non ti permette nemmeno di urlare né di scappare.
    Io non provo più né l’una ne l’altro. Solo stanchezza, una delusione profonda. Ho creduto nella possibilità di un mondo migliore, di un’Italia migliore. Ho creduto nell’impegno personale, nel dovere morale – se non giuridico – di lavorare tutti per assicurare un’esistenza dignitosa al maggior numero di persone possibile. Ci abbiamo creduto in tanti. Tu ci credi ancora? Io no. Non ho cambiato strada, non sono passata dall’altra parte. Continuo per la mia strada, sentendomi sempre più sola.

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