Giovanni Falcone sulle gambe degli immigrati di Ballarò

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C’è un Paese con le fasce tricolori che inaugura vie, sale e monumenti. C’è un Paese per cui Giovanni Falcone è una tappa commemorativa obbligatoria tutti gli anni, come al Monopoli ogni volta che si passa dal via e si ritirano le ventimila lire. Parole e impegno che durano il tempo delle riprese dei telegiornali e poi si spandono in un effluvio di comunicati stampa tutti uguali, tutti gli anni, ogni anno.

Poi c’è una di quelle storie che ti viene da pensare che forse, a Falcone e Borsellino, avrebbero acceso un sorriso dello stesso sapore di quella foto di loro due che sorridono e che rimbalza dappertutto. Quando ridono, Falcone e Borsellino, hanno il sorriso luminosissimo di chi prende terribilmente sul serio il proprio mestiere: quel sorriso lì che fa il giro di tutta la faccia.

E l’alba di Ballarò, quartiere storico e maledetto di una Palermo impigliata tra i denti della mafia, ieri è stata un’alba da incorniciare, da farne un libro di storia: una decina di arresti tra gli esattori del pizzo nel quartiere. Soldatini prepotenti e scontati di una mafia che succhia la fragilità degli altri per farne sostentamento economico. In più le vittime questa volta non sono nemmeno italiane: commercianti arrivati dal Bangladesh che subiscono la violenza mafiosa con una punta di razzismo. Figurati se si ribellano ‘sti negri, avranno pensato questi quattro picciotti sgarrupati che vivono come zecche sulle schiene del lavoro degli altri.

(il mio buongiorno per Left continua qui)


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