Un Paese in guerra con il Parlamento in vacanza

Fortissimi sui tweet, appuntiti sugli slogan e poi miseramente smussati sulle parole. Le parole che mancano sono quelle di una guerra in Libia in cui l’Italia ha una parte attiva che nessuno vuole raccontare. E così il Parlamento, che le parole ce le ha tutte nel nome stesso, si zittisce. Peggio, va in vacanza, sotto l’ombrellone. Un Parlamento silenzioso non si poteva certo inserire nella riforma costituzionale ma con un po’ di tempismo, si riesce a fare accadere.

Se è vero che il ministro Gentiloni giusto due giorni fa dichiarava altero che sarebbe stato tutto da valutare e discutere un eventuale disponibilità dell’Italia nel prestare le proprie basi agli attacchi Usa verso la Libia giusto ieri la Pinotti invece ha lasciato intendere (con un intervento in Aula, eh) che tutto è già stato deciso e quindi l’Italia è a disposizione. In mezzo ovviamente non c’è stata discussione, al solito. Non sia mai che se ne parli in Parlamento: un governo scolpito con i decreti non si brucia qualche giorno di vacanza per la guerra. Figurati.

Oggi è prevista la riunione della commissione Esteri e la commissione Difesa e i ministri non ci metteranno la faccia: sono attesi al massimo i sottosegretari nel tenue ruolo di piccioni viaggiatori. Solo così la parola “guerra” può rimanere una sinistra evocazione dei gufi senza nessuna associazione scritta con questo governo di scout ubriacati dal potere e il prepotere. Niente guerra, al massimo sentirete dire “disponibilità come concordato negli accordi bilaterali con gli Usa” e così ancora una volta tutto diventa una mera operazione di comunicazione sottaciuta.

Eppure oggi in commissione basterebbe porre una domanda secca: «il drone Usa Reaper è già decollato dalla base di Sigonella per sganciare un missile Hellfire?» Basterebbe una risposta secca per mettere in imbarazzo questa orda di balbettanti governanti. E vedrete che prossimamente puntualizzeranno che non c’è bisogno di un’autorizzazione del Parlamento per un’operazione del genere. C’è da scommetterci che lo diranno.

(il mio buongiorno per Left continua qui)


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