Lilian Thuram: «A Parigi sono diventato nero»

(Sempre una gran testa Thuram. Smesse le scarpe da calcio non ha smesso di allenare la curiosità. Ho avuto modo di incrociarlo per lavoro e mi ha sorpreso e continua ad essere lucido. Ecco il pezzo di Silvia Morosi per il Corriere)

Esplora il significato del termine: «Razzisti non si nasce, si diventa. Così in Francia sono cresciuto come “un nero”». A raccontarsi a Le Monde nell’intervista a Sandrine Blanchard in un giorno non casuale — quello dello sgombero della «Giungla» di Calais — è Lilian Thuram, ex difensore di Parma e Juventus. Non un migrante, ma un francese della Guadalupa che le dinamiche subite dai migranti le conosce bene. Seguendo gli insegnamenti della madre, ha imparato a non avere paura: «Una donna che ha lasciato i Caraibi (e 5 figli) per trovare lavoro in Francia. Per un anno non l’ho vista, ma c’erano i soldi che inviava per lettera e mio fratello più grande che faceva la distribuzione», spiega. Fino al 1982, quando a 9 anni l’ha raggiunta. «Tutti gli edifici erano identici. Il primo giorno mi sono perso e solo vedendola al balcone ho ritrovato la strada di casa».

«Quando a scuola mi chiamavano “La Noiraude”»
Gli altri bimbi del quartiere erano portoghesi, zairesi, algerini, ma «arrivato a scuola sono sorte le prime domande, quando hanno iniziato a chiamarmi “La Noiraude” (il nero, come la mucca nera di un cartone animato in voga all’epoca)», confessa. «Ho imparato a giocare a calcio a piedi nudi nei Caraibi, per non rovinare le scarpe con cui dovevo andare a scuola». Più grande, a La Fougeres, quartiere di Avon, alla periferia della capitale, grazie all’incontro con Franck Renard, «ho capito che si potevano non avere pregiudizi. Lui era di una classe sociale diversa, ma i suoi genitori sono stati meravigliosi con me, perché ero un suo amico. Suo padre mi portava in macchina a giocare a calcio, anche se non era di strada, per non farmi prendere il treno che dovevo pagare». Sempre a Le Monde, in una precedente intervista, il calciatore aveva sottolineato come la scuola come istituzione avesse perso «la capacità di insegnare la complessità dello sguardo. Insomma, il pensiero critico, e non solamente cose a memoria».

Il sogno infranto dei Mondiali di Francia?
«Black! Blanc! Beur!» («Nero! Bianco! Arabo!»). Questo é quello urlavano i francesi per le strade dopo la vittoria dei mondiali di calcio del 1998. Uno slogan che si riferiva all’incrocio di culture, lingue, etnie delle periferie delle grandi città francesi, che si riscontrava anche sul campo. Quella speranza multiculturale «è inscritta nell’inconscio collettivo. C’è meno razzismo oggi rispetto a prima. Prendiamo l’esempio della mia famiglia: mio nonno è nato nel 1908, sessanta anni dopo l’abolizione della schiavitù in Francia, mia madre nel 1947, ci fu la colonizzazione, me nel 1972, c’era la segregazione in Sudafrica», evidenzia. Il predominio dei bianchi «non è scritto nelle leggi. Viviamo in una società più egualitaria, ma ci sono ancora persone che rifiutano l’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere loro».

Rispetto i miei antenati che vissero la schiavitù
Cosa non dimenticare, quindi, della propria esperienza? «Sono figlio di una donna che ha attraversato l’Atlantico per dare maggiori opportunità ai figli. Io vengo da questa storia: i migranti sono esseri umani molto più coraggiosi della maggior parte di noi. Ho grande rispetto per i miei antenati che hanno vissuto il periodo della schiavitù». La disuguaglianza di genere «è la matrice della disuguaglianza». E ricorda la sua Fondazione per «l’educazione contro il razzismo. Uso la mia fama per costruire con altri l’uguaglianza. Dobbiamo immaginare come vogliamo la Francia da qui a 30 anni». Ambasciatore Unicef dal 2010, porta avanti una battaglia contro i pregiudizi culturali e storici che opprimono le popolazioni di pelle nera. Il fatto che si ragioni ancora per categorie – «bianchi e neri», «uomini e donne», »eterosessuali e omosessuali», – fa capire come «l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora assimilata dalla società». Il razzismo è dappertutto, in Francia come in Italia: «Ha origini antiche, radicate generazione dopo generazione: per sconfiggerlo bisogna parlarne, non nasconderlo».«Razzisti non si nasce, si diventa. Così in Francia sono cresciuto come “un nero”». A raccontarsi a Le Monde nell’intervista a Sandrine Blanchard in un giorno non casuale — quello dello sgombero della «Giungla» di Calais — è Lilian Thuram, ex difensore di Parma e Juventus. Non un migrante, ma un francese della Guadalupa che le dinamiche subite dai migranti le conosce bene. Seguendo gli insegnamenti della madre, ha imparato a non avere paura: «Una donna che ha lasciato i Caraibi (e 5 figli) per trovare lavoro in Francia. Per un anno non l’ho vista, ma c’erano i soldi che inviava per lettera e mio fratello più grande che faceva la distribuzione», spiega. Fino al 1982, quando a 9 anni l’ha raggiunta. «Tutti gli edifici erano identici. Il primo giorno mi sono perso e solo vedendola al balcone ho ritrovato la strada di casa».

«Quando a scuola mi chiamavano “La Noiraude”»
Gli altri bimbi del quartiere erano portoghesi, zairesi, algerini, ma «arrivato a scuola sono sorte le prime domande, quando hanno iniziato a chiamarmi “La Noiraude” (il nero, come la mucca nera di un cartone animato in voga all’epoca)», confessa. «Ho imparato a giocare a calcio a piedi nudi nei Caraibi, per non rovinare le scarpe con cui dovevo andare a scuola». Più grande, a La Fougeres, quartiere di Avon, alla periferia della capitale, grazie all’incontro con Franck Renard, «ho capito che si potevano non avere pregiudizi. Lui era di una classe sociale diversa, ma i suoi genitori sono stati meravigliosi con me, perché ero un suo amico. Suo padre mi portava in macchina a giocare a calcio, anche se non era di strada, per non farmi prendere il treno che dovevo pagare». Sempre a Le Monde, in una precedente intervista, il calciatore aveva sottolineato come la scuola come istituzione avesse perso «la capacità di insegnare la complessità dello sguardo. Insomma, il pensiero critico, e non solamente cose a memoria».

Il sogno infranto dei Mondiali di Francia?
«Black! Blanc! Beur!» («Nero! Bianco! Arabo!»). Questo é quello urlavano i francesi per le strade dopo la vittoria dei mondiali di calcio del 1998. Uno slogan che si riferiva all’incrocio di culture, lingue, etnie delle periferie delle grandi città francesi, che si riscontrava anche sul campo. Quella speranza multiculturale «è inscritta nell’inconscio collettivo. C’è meno razzismo oggi rispetto a prima. Prendiamo l’esempio della mia famiglia: mio nonno è nato nel 1908, sessanta anni dopo l’abolizione della schiavitù in Francia, mia madre nel 1947, ci fu la colonizzazione, me nel 1972, c’era la segregazione in Sudafrica», evidenzia. Il predominio dei bianchi «non è scritto nelle leggi. Viviamo in una società più egualitaria, ma ci sono ancora persone che rifiutano l’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere loro».

Rispetto i miei antenati che vissero la schiavitù
Cosa non dimenticare, quindi, della propria esperienza? «Sono figlio di una donna che ha attraversato l’Atlantico per dare maggiori opportunità ai figli. Io vengo da questa storia: i migranti sono esseri umani molto più coraggiosi della maggior parte di noi. Ho grande rispetto per i miei antenati che hanno vissuto il periodo della schiavitù». La disuguaglianza di genere «è la matrice della disuguaglianza». E ricorda la sua Fondazione per «l’educazione contro il razzismo. Uso la mia fama per costruire con altri l’uguaglianza. Dobbiamo immaginare come vogliamo la Francia da qui a 30 anni». Ambasciatore Unicef dal 2010, porta avanti una battaglia contro i pregiudizi culturali e storici che opprimono le popolazioni di pelle nera. Il fatto che si ragioni ancora per categorie – «bianchi e neri», «uomini e donne», »eterosessuali e omosessuali», – fa capire come «l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora assimilata dalla società». Il razzismo è dappertutto, in Francia come in Italia: «Ha origini antiche, radicate generazione dopo generazione: per sconfiggerlo bisogna parlarne, non nasconderlo».

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