Pagare meno i medici obiettori, ad esempio

(Una provocazione ma non troppo di Marco Faraci in un suo articolo per Strade)

Il tema dell’obiezione di coscienza all’aborto è tornato in questi giorni all’onore delle cronache, in seguito alla triste vicenda della donna di Catania morta in seguito a una complicazione nella gravidanza.

Il quadro non è sufficientemente chiaro per capire se alla base del decesso ci sia stato un ritardo nel deliberare il ricorso ad un aborto finalizzato a preservare la vita della madre. Nessuna conclusione particolare può essere quindi tratta, per ora, sul caso specifico, ma al tempo stesso quanto è avvenuto ha risvegliato l’attenzione sul tema più ampio della carenza di medici ospedalieri abilitati a compiere interruzioni della gravidanza, specie nelle regioni del Sud Italia, dove il 90% dei ginecologi sono obiettori.

La questione che deve essere posta in termini generali è se abbia senso considerare l’obiezione di coscienza all’aborto non come una normale scelta morale e culturale esercitata nel mercato, ma come un diritto positivo riconosciuto e tutelato dallo Stato. Siamo, evidentemente, di fronte ad una giurisprudenza anomala che non trova particolari similitudini in altri ambiti della vita economica, istituzionale e sociale del nostro paese, pur non essendo certo l’aborto l’unico argomento controverso ed eticamente sensibile.

Certo, per i sostenitori dell’obiezione all’aborto, esiste almeno un parallelo da cui derivare un fondamenti di legittimità, cioè il riconoscimento ufficiale, avvenuto a partire dal 1972, dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Questo parallelo, tuttavia, appare poco convincente: il servizio di leva consisteva, infatti, in un obbligo imposto dallo Stato a cittadini che non avevano alcun desiderio di indossare la divisa; in questo contesto il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e della possibilità di prestare un servizio alternativo rappresentava una forma di temperamento dell’impegno coatto a cui i nostri ragazzi venivano sottoposti.

Peraltro l’accesso all’obiezione di coscienza non era concesso “gratuitamente”; nei primi anni il servizio civile era più lungo del corrispondente servizio militare, e inoltre gli obiettori per tutta la vita erano soggetti a una serie di limitazioni che andavano dall’impossibilità di ottenere il porto d’armi al divieto di svolgere alcuni lavori.

L’obiezione dei medici non si configura, al contrario, come una forma di mitigazione di un arruolamento forzato, ma rappresenta invece un rifiuto rispetto ad alcuni contenuti di un lavoro volontariamente intrapreso. Certamente, a nessuno viene imposto di fare il ginecologo ospedaliero. L’obiezione dei medici non assomiglia quindi a quella di un diciottenne che non vuole essere obbligato ad imbracciare alle armi; semmai è l’obiezione di un dipendente che si rifiuta di ottemperare ad alcune delle mansioni che gli sono chieste dal datore di lavoro che ha liberamente scelto.

E’ la situazione, se vogliamo cercare degli esempi, di un ingegnere “pacifista” che lavora in un’azienda che tra i suoi clienti ha il Ministero della Difesa, ma che si rifiuta di lavorare su tutti i progetti militari, esigendo di lavorare solo in progetti civili. Di un autotrasportatore vegano, che pretende dall’azienda di trasporti per cui lavora di non trasportare carne. Di un professional del settore vendite, sostenitore dei diritti umani, che non vuole farsi mandare dalla sua azienda in trasferta in Arabia Saudita o in Iran. Di un Carabiniere, a suo agio con le mansioni amministrative, ma che ripudia ogni attività armata.

Intendiamoci, tutte queste preferenze sono più che legittime e possono avere motivazioni molto forti, fino a riguardare lo stesso valore che attribuiamo alla vita. Non tutto quello che è legale è necessariamente morale, secondo la moralità di ciascuno; e sulla base di quello che sentiamo come giusto e come sbagliato, ognuno di noi orienta le proprie decisioni e sceglie di perseguire determinate carriere e determinate opportunità, piuttosto che altre. Naturalmente nel mondo del lavoro capita di trovarsi davanti a determinate posizioni professionali che implicano aspetti ed attività ai quali si è interessati e altri ai quali si è moralmente contrari – ed è certo comprensibile il desiderio di ritagliarsi il meglio di quei ruoli, espungendo quanto invece è considerato “cattivo”.

In questi casi, tuttavia, o si opta direttamente per lavori diversi che non implichino attività moralmente controverse, oppure si deve essere sufficientemente bravi da convincere l’azienda a impiegarci negli ambiti a cui si è più affini. Quello che tuttavia non può essere accettabile da un punto di vista liberale è la pretesa di essere assunti a fronte di un’obiezione morale dichiarata ad effettuare determinate attività utili all’azienda, e pretendere allo stesso tempo che a tale obiezione non corrispondano forme di penalizzazione in termini di opportunità, carriera e stipendio.

E’ chiaro che in fase di colloquio si può legittimamente dire di non essere disponibili a fare determinate cose, ma a quel punto bisogna essere in grado di compensare questa rigidità con particolari livelli di eccellenza tali da rendersi comunque appetibili all’azienda.
 In ogni caso, si deve accettare che, a fronte di una minore flessibilità, si perdano alcune opportunità di lavoro, oppure si sia retribuiti con salari inferiori.

Se un ingegnere dice a un’impresa che opera anche con la Difesa che per ragioni di coscienza non può lavorare su progetti militari, deve accettare il rischio di non essere assunto, oppure di crescere meno in termini professionali e di stipendio, perché non impiegabile in determinati progetti. Sicuramente al colloquio dovrà presentarsi con un curriculum più pregiato, perché ceteris paribus non si vede la ragione per la quale la sua azienda non dovrebbe piuttosto assumere un ingegnere impiegabile in modo flessibile in qualsiasi progetto aziendale.

Lo stesso, ragionevolmente, deve avvenire nel caso di medici obiettori all’aborto. Gli ospedali dovrebbero essere liberi di gestire le proprie politiche del personale in modo da poter garantire l’erogazione di tutti i servizi previsti. Questo vuol dire che, specie a fronte dell’attuale penuria di medici non obiettori, i ginecologi che si rendono disponibili a effettuare interruzioni della gravidanza dovrebbero ragionevolmente essere ritenuti più “pregiati” e di conseguenza dovfebbero essere privilegiati in termini di assunzioni, promozioni e stipendio.

Nel mercato del lavoro mostrarsi moralmente neutri risulta normalmente premiante; introdurre considerazioni di tipo valoriale implica inevitabilmente dei costi, perché evidentemente riduce la propria utilizzabilità. Ciascuno di noi, nella ricerca di un impiego, è libero di decidere quale valore attribuire ai propri personali princìpi morali e di conseguenza qual è il costo che è disposto a sostenere in nome di essi. La verità è che l’erogazione dei servizi di interruzione della gravidanza non è in crisi per il fatto che alcuni medici, sulla base dei propri imperativi etici, si rifiutano di praticarla. E’ in crisi in virtù del pervertimento statalista dell’elementare principio del mercato secondo cui la “rigidità” comporta un costo.

Le norme sull’obiezione di coscienza per i medici addirittura ribaltano tale principio, generando una situazione nella quale tutti gli incentivi economici e professionali sono a favore dell’obiezione. Questa, infatti, non solo non “costa” nulla, ma produce vantaggi a chi la esercita, in quanto consente di evitare la gavetta di attività poco professionalizzanti. I medici non-obiettori, essendo in pochi, si trovano in pratica a effettuare solo aborti e quindi sono discriminati in termini di crescita professionale e in molti casi anche in termini di turni e di ferie. A queste condizioni non c’è affatto bisogno di essere moralmente contrari all’aborto per scegliere l’obiezione coscienza; anzi, l’obiezione diventa per tanti medici l’opzione più razionale di carriera. In queste condizioni si arriva al paradosso che è proprio la decisione di “non obiettare” che assurge a scelta morale e di principio, una “missione” che alcuni ginecologi scelgono pur a fronte degli svantaggi professionali che ne derivano.

Se ne esce solamente riportando la scelte dell’obiezione e della non-obiezione al loro naturale equilibrio di mercato. I dirigenti ospedalieri dovrebbero essere tenuti ad assicurare i servizi e dovrebbero gestire le politiche sulle risorse umane in maniera conseguente. La disponibilità a compiere qualsiasi lavoro dovrebbe essere considerata titolo preferenziale e valorizzata in termini di stipendi e di opportunità di crescita professionale. “Prezzare” correttamente la scelta dell’obiezione secondo il suo minore valore economico, contribuirebbe probabilmente a ricondurre il fenomeno ad una dimensione più genuina, scremando l’obiezione di opportunità, oggi rilevante.

La questione, in definitiva, non è quella di obbligare alcuno a fare alcunché, ma ricondurre la risoluzione di non praticare aborti a legittima scelta individuale che si esprime all’interno delle dinamiche del mercato, svestendola dell’attuale dimensione “sindacale” e statalizzata.


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