La “bufala” della magnitudo e perché il dato cambia nel tempo.

(Daniele Vulpi fa chiarezza. Che fatica)

La bufala viene servita puntualmente sui feed dei social ad ogni scossa di terremoto che scuote il nostro paese. Un piatto particolarmente sgradevole (tanto per usare un eufemismo) considerando le circostanze spesso portano tanti lutti e tante sofferenze. Cambiano le forme ma la sostanza del messaggio che viraleggia in rete è sempre la stessa: il governo “aggiusta” al ribasso la stima dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia sui sismi in Italia per evitare di pagare tutti i danni per i fabbricati colpiti. E questo perché il risarcimento verrebbe calcolato sulla base della magnitudo. Tutto falso. Ma che sia falso non conta, basta un condividi, un retweet e le turbine del social regalano una porzione di credibilità a una storia che non ce l’ha. Vediamo perché.

L’articolo 2. Tutto nasce dal decreto legge n. 59 del 15 maggio del 2012 con il quale l’allora governo Monti tratteggiava la riorganizzazione della Protezione Civile, in particolare dall’articolo 2, nel quale si parlava di una “esclusione, anche parziale, dell’intervento statale per i danni subiti da fabbricati” allo scopo di favorire “l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati, a qualunque uso destinati”. Un articolo cancellato qualche mese dopo quando, il 12 luglio 2013, il decreto venne convertito in legge. Quindi non c’è.

Questione di scale. Ancora: secondo i post dei complottisti i risarcimenti dei danni sarebbero calcolati in base alla magnitudo del sisma. E anche questo non è vero: il criterio scelto dal governo è semmai l’intensità del terremoto e non la magnitudo. Tanto per capirci, la prima da sempre si misura con la scala Mercalli (quella che valuta l’evento tellurico in base ai danni che produce, sull’uomo, sugli edifici dell’area colpita dal sisma, sull’ambiente) la seconda sulla scala pensata dal geofisico americano Charles Richter (che si basa sulla magnitudo, ovvero l’energia rilasciata da un terremoto nel suo ipocentro che è poi il punto in cui si è originato). Due scale diverse, come si vede.

Come si misura la magnitudo? E perché non c’è una stima unica? Resterebbe un ultimo argomento in mano a chi vede la longa manus del governo muoversi sui sismografi: perché le stime sulla magnitudo dei terremoti spesso differiscono? Vediamo allora, a grandi linee, come si misura un terremoto. Aiuta a capire perché nei momenti successivi al sisma spesso vi siano misurazioni diverse. A Norcia la prima stima dell’USGS (United States Geological Survey) è stata di magnitudo 7.1, seguite da quella dell’Ingv (Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia) prima di 6.1 poi di 6.5 e da una seconda dell’USGS di 6.6.
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Allora, per misurare la magnitudo di un terremoto, ovvero la sua potenza, si possono utilizzare diversi modi, tutti validi ma basati su parametri differenti e disponibili in tempi diversi. Si tratta però sempre di stime soggette a un certo margine di incertezza, man mano che vengono affinate le stesse misurazioni. “La rete sismica è dell’Ingv ed è comprensibile che in un primo momento ci siano delle discrepanze”, spiega Paolo Messina, direttore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr. “Tra l’altro la rete sismica è anche sul luogo delle precendenti scosse quindi gli strumenti possono andare in saturazione. Il problema è come viene misurata: magnitudo momento o magnitudo locale. Nei primi momenti c’è stata differenza ma nel giro di poco la misura è stata aggiornata nel modo corretto”.

La scala di magnitudo del momento sismico (MMS), introdotta negli anni ’70, viene utilizzata dai sismologi per misurare le dimensioni dei terremoti in termini di energia liberata. E’ quella usata dall’USGS. La magnitudo locale (Ml), o magnitudo Richter, si esprime invece attraverso il logaritmo decimale del rapporto fra l’ampiezza registrata da un particolare strumento, il pendolo torsionale Wood-Anderson, e una ampiezza di riferimento. E’ più veloce da calcolare ma vale solo per un terremoto che avviene a meno di 600 km dalla stazione che l’ha registrato. E’ quella usata dall’Ingv.

“Per rapidità – spiega il sismologo Salvatore Massa, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) – utilizziamo la magnitudo Richter. L’Ingv utilizza inoltre un modello calibrato proprio per l’Italia centrale e basato sui dati che arrivano da una rete di stazioni sismiche con una densità decisamente maggiore rispetto a quella delle altre agenzie internazionali che utilizzano modelli diversi.

Continua Massa: “Lo stesso Richter, il sismologo che negli anni ’30 aveva elaborato la scala, non la considerava lo strumenti ideale. Per i terremoti più forti, come quelli di magnitudo superiore a 6,0, per esempio, la magnitudo Richter (o magnitudo locale) non è considerata attendibile al 100 per cento. Per questo motivo i sismologi si servono anche del calcolo della cosiddetta “magnitudo momento”. Questa, spiega Massa, “si basa sulla stima del momento sismico, si basa cioè su una durata più ampia del sismogramma, fino a 30 minuti”. Ma bisogna aspettare: se quel tempo non trascorre non è quindi possibile avere la misura. “In teoria – ha proseguito Massa – la stima della magnitudo Richter e quella della magnitudo momento dovrebbero essere analoghe. E’ comunque probabile che, a seconda dei criteri di misura, possano differire di qualche punto decimale”.

(fonte)


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