La bufala della sicurezza a Milano spiegata (bene) da Piero Colaprico

(Piero Colaprico, da Repubblica, qui)

“Milano trema”. Ma dove ballavano i ben oliati kalashnikov, con le loro raffiche, e persino i bazooka della ‘ndrangheta, adesso lampeggiano i coltelli a buon mercato. Chi conosce i poliziotti e i carabinieri di strada sa che anche la loro paura nel tempo è radicalmente cambiata. Quando negli anni Ottanta inseguivano qualcuno, lungo le strade buie delle periferie di Milano, il pensiero comune era: “E se questo è armato?”.

Oggi si domandano un’altra cosa: “E se fosse malato?”. Si è passati dai placcaggi in stile rugby alle perquisizioni con i guanti da chirurgo.

Allora, ai tempi di criminali stra-conosciuti, come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Rossano Cochis; Epaminonda detto il Tebano con i suoi killer chiamati “gli indiani” per la ferocia dei delitti; ai tempi delle rapine dei terroristi rossi e neri, i morti ammazzati si contavano letteralmente a centinaia, ma Milano – lo ricorderà chi c’era – reggeva l’urto e, se era il caso, si mobilitava. Adesso, che si registrano tra i dieci e i venti omicidi l’anno, invoca l’esercito e si barrica in casa: “Milano trema” nonostante vittime e carnefici siano quasi sempre non i cittadini comuni, ma i senzacasa, i disperati, gli immigrati all’arrembaggio, quelli che hanno organizzato, al massimo, traffici da poche migliaia di euro. Questi assassini? Li arrestano quasi tutti. Le sezioni Omicidi qui funzionano con numeri da record: “fanno scuola”.

E, per capirci sino in fondo, dove c’erano le inchieste difficili, per esempio, sugli altezzosi boss della Comasina, e sui loro agguati tragici e spettacolari, costati undici morti solo nell’ultima faida metropolitana, “vinta ” dai fratelli Flachi negli anni ’90, adesso esiste un piano di sicurezza integrata. Prevede telecamere accese e sala operativa unica. Ha portato all’immediato arresto dei giovani filippini dell’altra sera, gli ultimi a finire nei telegiornali sotto la voce “allarme sicurezza”. Ragazzi, bisogna precisarlo, che hanno aggredito e ferito non per la droga, o per la supremazia da delirio delle bande. Ma solo perché altri filippini non sono arretrati. Hanno difeso il loro ballo proletario, sotto le luci fredde del Palazzo della Regione. Tentato, insomma, di salvaguardare una festa in strada: l’unica possibile, in questa costosa capitale morale, se non si hanno i venti euro d’ingresso per le discoteche, o la macchina, per inoltrarsi tra il dedalo dei capannoni industriali, riadattati e con security nerovestita, di via Scalarini, l'”ultima location”.

La stessa matematica, scienza di solito rispettata, era ed è categorica sui reati: quest’anno siamo scesi ancora, attestandoci a quota, sinora, 105mila “delitti in totale”. Cioè, abbiamo di fronte a noi milanesi numeri decisamente crollati rispetto ai 152mila reati del 2015; e diminuiti dai 162 mila del 2014. Il “meno 36 per cento dei reati a Milano in dieci anni”, viene assicurato dal ministero dell’Interno.

Il prefetto Alessandro Marangoni ha avuto un’immagine efficace per inquadrare la cosiddetta paura percepita: “Ci si sente con la spada di Damocle che ci cade sul collo, invece questa spada si allontana sempre più, non ci colpirà così facilmente, ma “ci crediamo” lo stesso”, dice, con chiara amarezza. Se c’è una città che gli dà ragione, ed è molto probabilmente la Milano che ha studiato di più, che conosce e pratica il volontariato, che ha relazioni sociali valide ed è meno povera, ce n’è anche un’altra che “trema”. E che rivendica un’inquietudine diventata un diritto, e non è più un deficit, sentendosi sostenuta dai politici che ribadiscono e rilanciano allarmi stentorei a ogni avvenimento criminale.

Sì, Milano sarà “ringiovanita “, grazie ai giovani universitari, all’uno su quattro di loro che resta qui, e ai nuovi lavori nati con il web. Ma – non scordiamolo – ci sono 90mila e 947 uomini e 115mila 78 donne (censimento del 2011) che hanno settant’anni o più: praticamente un abitante su sei è anziano e non lavora. Non solo: tutti i reati calano, è vero, ma i furti “reggono “. Chi non ha la porta blindata (e sono tanti), chi vive nelle zone ad alta densità di case occupate (almeno 200mila concittadini), si sente oggettivamente “a rischio”.

Anche le violenze sessuali, per quanto diminuite, per quanto avvengano nella stragrande maggioranza dei casi – e va sottolineato anche questo – tra conoscenti, o dentro le mura delle case (di famiglie-prigione) – oscillano sempre tra le 300 e le 250 denunce l’anno. Numeri e storie tali da impensierire chiunque al minimo ritardo.

Esiste dunque una fascia di persone per le quali le truffe e le frodi informatiche, in costante aumento, in media una ventina al giorno, sono faccende esotiche. Viceversa, una rissa in un bar rumoroso fa temere il peggio. E, a proposito di locali, resta sospesa “la” domanda cruciale: ma come può “tremare” davvero una metropoli che ieri sera, come ogni sabato, vede tra le 200 e le 300mila persone a zonzo lungo i quartieri della nightlife e degli aperitivi?

Sembra esistere una “malattia della paura percepita”: difficile pensare che dove lavorano, tra forze di polizia e vigili, quasi 15mila unità, come antidoto bastino 650 soldati e, come d’incanto, sul far della periferica sera, torni nei cuori il sereno.


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