‘Ndrangheta: parla la pentita Loredana Patania, tremano in molti

(L’articolo di Giuseppe Baglivo, qui)

Quasi cinque ore di deposizione oggi per la collaboratrice di giustizia Loredana Patania, chiamata a deporre da un sito riservato nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Romanzo criminale” in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Una Loredana Patania che per buona parte della deposizione, per come sottolineato in aula anche dalla presidente del Collegio Lucia Monaco, è andata “a ruota libera”, complici i problemi di collegamento che hanno impedito un perfetto ritorno dell’audio, ma anche da un atteggiamento della stessa collaboratrice di giustizia volto a non far terminare le domande alle parti (prima al pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso, quindi agli avvocati degli imputati ed infine alla stessa presidente del Tribunale) e che ha reso più complicato del previsto l’intero esame e perte del contro-esame. Tante le cose riferite da Loredana Patania, alcune frutto di supposizioni personali per come ammesso dalla stessa nel corso del contro-esame, altre per averle vissute, a suo dire, in prima persona.

I retroscena dei fatti di sangue e gli schieramenti mafiosi in “campo”. Loredana Patania ha indicato in Cosimo Caglioti di Sant’Angelo di Gerocarne l’esecutore materiale dell’omicidio di Michele Mario Fiorillo di Piscopio avvenuto nel settembre del 2011 nella Valle del Mesima. Sui terreni di quest’ultimo, Fortunato Patania – indicato dalla collaboratrice di giustizia come persona molto “rispettata e ben voluta a Stefanaconi poichè legato al capobastone dell’epoca ovvero a Nicola Bartolotta, detto “U Pirolu” – avrebbe ripetutamente fatto pascolare le proprie pecore ed a nulla sarebbero servite le denunce. “Il mandante di tale fatto di sangue – ha dichiarato la Patania – era Salvatore Patania con l’ausilio della madre Giuseppina Iacopetta”. E’ l’inizio della faida con il clan dei Piscopisani, con Loredana Patania che ha delineato gli “schieramenti” contrapposti. Da un lato i Patania contro i Piscopisani a loro volta alleati su Vibo Valentia con Andrea Mantella e Francesco Scrugli, dall’altro lato gli stessi Patania schierati contro il clan di Stefanaconi di Emilio Bartolotta e Franco Calafati a sua volta alleato con i Bonavota di Sant’Onofrio.

I Patania avrebbero invece goduto dell’appoggio del boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, il quale avrebbe voluto eliminare Scrugli e Mantella per riprendere il controllo sulle estorsioni nella città di Vibo Valentia ed allo stesso tempo, a detta della collaboratrice di giustizia, uccidere Domenico Cugliari, detto “Mico i Mela”, di Sant’Onofrio, zio “dei fratelli Pasquale, Domenico, Nicola e Salvatore Bonavota”. A tale ultimo agguato si sarebbe però opposto Salvatore Patania, intenzionato a vendicare prima la morte del padre Fortunato Patania (ucciso nel settembre del 2011 dai Piscopisani per vendicare l’omicidio avvenuto due giorni prima ai danni di Michele Mario Fiorillo, zio di Rosario Fiorillo, detto “Pulcino”, ritenuto elemento di spicco del clan dei Piscopisani). Secondo Loredana Patania ci sarebbe stato anche un incontro fra Giuseppe Patania e “U Tartaru” di Piscopio, ovvero Nazzareno Fiorillo, in cui il primo avrebbe detto al secondo che i Patania non si sarebbero fermati con gli omicidi sin quando non gli avrebbero consegnato la “testa” dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di Fortunato Patania.

Quindi il racconto del tentato omicidio nel febbraio del 2012 ai danni di Francesco Scrugli a Vibo Valentia, sparato da un killer macedone (Vasvi Beluli) assoldato dai Patania ed appostato con una carabina di precisione in una casa popolare del quartiere S. Aloe a pochi metri dalla Questura ed anche l’intenzione da parte degli stessi Patania di attentare alla vita di Scugli in ospedale a Vibo dove era stato ricoverato una volta ferito. Francesco Scrugli è stato poi ucciso nel marzo del 2012 a Vibo Marina in un agguato in cui sono rimasti feriti pure Rosario Battaglia di Piscopio e Raffaele Moscato (oggi collaboratore di giustizia). Per tale fatto di sangue, Loredana Patania è stata condannata a 6 anni di reclusione per aver ceduto a Giuseppe Patania una delle pistole usate per l’agguato.

Giuseppina Iacopetta (madre dei fratelli Patania e moglie dell’assassinato Fortunato Patania, in foto a sinistra) appresa la notizia dell’uccisione di Scrugli, a detta di Loredana Patania, si sarebbe invece inginocchiata a terra dicendo: “Nato mio, giustizia è fatta”. Sarebbe stata proprio Giuseppina Iacopetta, secondo Loredana Patania, a volere “la guerra” con gli altri clan, tanto da “invitarmi – ha ricordato la collaboratrice di giustizia – a bussare a casa di Franco Calafati per fargli aprire la porta. Nell’abitazione sarebbero dovuti poi entrare dei sicari per ucciderlo, ma io mi sono rifiutata”.

Il ruolo di Matina, la sparizione di Penna ed i contrasti sulle estorsioni. Giuseppe Matina, alias “Gringia” (soprannome che, a detta di Loredana Patania, sarebbe stato dato al marito dall’allora maresciallo della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro) sarebbe stato invece un componente del clan capeggiato da Emilio Bartolotta e da Franco Calafati ed avrebbe partecipato alla sparizione per lupara bianca dell’assicuratore, nonchè all’epoca segretario cittadino dell’Udc, Michele Penna, quest’ultimo intenzionato a formare un autonomo clan. O almeno così credevano i Patania che anche per questo decretarono la morte (eseguita dal kilelr Arben Ibrahimi su mandato dei Patania) di Giuseppe Matina, con Loredana Patania che dopo l’omicidio del marito si sarebbe trasferita con i bambini prima a casa di suo cugino Giuseppe Patania e poi a casa della zia Giuseppina Icopetta.

Inganni, tradimenti e voltafaccia sarebbero stati all’ordine del giorno, con i Patania che sarebbero stati intenzionati a trovare ad ogni costo il corpo di Michele Penna (in foto a sinistra) perchè, secondo Loredana Patania, “in cambio i miei cugini ritenevano di poter ricevere favori sul piano giudiziario dal maresciallo Cannizzaro che era impegnato pure lui a ritrovare il corpo di Michele Penna per consegnarlo ai genitori e dar loro la possibilità di una degna sepoltura”. Tre gli episodi delittuosi narrati invece dalla collaboratrice di giustizia per contrasti sorti – a suo dire – sulla spartizione dei lavori di metanizzazione a Stefanaconi: l’esplosione di una bomba al fioraio Lopreiato, la bomba messa al distributore di carburanti dei Patania nella Valle del Mesima e la bomba al negozio di generi alimentari “Franzè” a Stefanaconi. Secondo Loredana Patania a non mettersi d’accordo per la spartizione dei lavori di metanizzazione sarebbero stati “i Patania, Domenico Franzè, della “Società minore”, (“alleato – secondo la Patania – a Nicola Bartolotta, alias U Pirolu”), Giovanni Franzè e i Bartolotta a loro volta alleati ai Bonavota che sarebbero rimasti senza la loro parte di tangente”.

Per la bomba alla “Valle dei Sapori”, Giuseppe Matina (marito di Loredana Patania) sarebbe stato invece pesantemente minacciato di morte da Salvatore Patania, mentre Fortunato Patania avrebbe partecipato a Sant’Onofrio ad una riunione con i Bonavota “alzando la voce per sapere da Franco Calafati chi si era permesso di danneggiargli la stazione di carburanti poichè aveva intenzione di ucciderlo in piazza davanti a tutti”.

La bomba alla “Valle dei sapori”, le estorsioni sull’A3 e l’omicidio di Nino Lopreiato. Secondo Loredana Patania a mettere la bomba alla “Valle dei Sapori” (stazione di carburanti con annesso bar, albergo e ristorante) dei Patania sarebbero stati “Nazzareno e Vittorio Loschiavo su mandato dei Bonavota”. I sospetti dei Patania sarebbero però caduti su Giuseppe Matina, marito di Loredana Patania, che sarebbe stato indicato come l’autore dell’attentato – a dire della pentita – dal “maresciallo Sebastiano Cannizzaro”. Mancati accordi fra i Patania ed i Bonavota sulle estorsioni da praticare sul tratto dell’A3 -ricompreso fra gli svincoli di Sant’Onofrio e delle Serre – avrebbero ulteriormente alimentato lo scontro. In tale contesto ed alla sparizione di Michele Penna sarebbe legato per Loredana Patania pure l’omicidio di Antonino Lopreiato, ucciso a Stefanaconi nel 2008 ed i cui mandanti sono stati indicati dalla collaboratrice di giustizia in “Domenico Cugliari, detto Mico i Mela”, Franco Calafati ed Emilio Bartolotta”. Quindi i riferimenti a: “Riccardo Cellura che da Carugo, in provincia di Como, procurò falsi distintivi delle forze dell’ordine usati anche in occasione del tentato omicidio a Piscopio da parte dei Patania-Caglioti ai danni di Rosario Fiorillo detto “Pulcino”; ad “Antonio Mazzeo residente a Carugo, che dal Nord mandava a Stefanaconi le armi ai cugini Patania”; ed a Nazzareno Fortuna, detto “Cacazza“, di Stefanaconi, “che era il prestanome dei Patania ed il vero traditore della famiglia, ovvero colui che – ha spiegato Loredana Patania – passava poi di nascosto tutte le informazioni ai Piscopisani”.

Infine i riferimenti all’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Sant’Onofrio Sebastiano Cannizzaro e all’allora parroco di Stefanaconi Salvatore Santaguida. Secondo Loredana Patania, la zia Giuseppina Iacopetta si sarebbe recata diverse volte in Chiesa con la scusa di confessarsi con don Santaguida ma in “realtà per passare informazioni che il sacerdote trasferiva poi al maresciallo Cannizzaro. Sono stata perseguitata dal maresciallo – ha dichiarato la Patania – con il sequestro della casa, il ritiro della patente e continue microspie. Una microspia venne messa anche nell’auto di Giuseppe Patania, ma i Patania sapevano della presenza della cimice”. Accuse che la difesa di Sebastiano Cannizzaro (avvocati Aldo Ferraro e Pasqualino Patanè) e Salvatore Santaguida (avvocato Enzo Galeota) proveranno a smontare nella prossima udienza fissata per il 30 novembre. Nel corso dell’esame, in ogni caso, Loredana Patania ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti. “Ho fumato cocaina – ha dichiarato – mentre il mio attuale compagno Daniele Bono, pure lui inserito nel clan Patania, all’epoca faceva uso di cocaina. Ora viviamo insieme in una località protetta – ha concluso la Patania – e pure lui ha deciso di collaborare con la giustizia. Non parliamo mai però dei processi e delle dichiarazioni che dobbiamo rendere o abbiamo reso”. Parola di collaboratrice di giustizia. Se crederla o meno spetterà al Tribunale, oggi più volte costretto invano a cercare di fermarla nelle sue dichiarazioni “a ruota libera”. Il contro-esame fissato per la prossima udienza si preannuncia a dir poco interessante.

Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di Stefanaconi.


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