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Mafia e Expo: il filo che da Milano porta a Messina Denaro

Ci sarebbe un filo rosso che porta da Milano a Castelvetrano, o dovunque si trovi Matteo Messina Denaro. Un legame che, secondo i pubblici ministeri della procura lombarda che indagano sulle infiltrazioni di Cosa nostra a Expo, sarebbe rappresentato da Giuseppe Nastasi, imprenditore originario del paese del boss latitante. Per lui ieri l’accusa ha chiesto nove anni di carcere nel processo abbreviato nato dall’operazione Giotto. Gli contestano i reati di associazione a delinquere finalizzata all’agevolazione della mafia e riciclaggio. Ed è proprio l’imprenditore che, intercettato mentre parla col suo braccio destro Liborio Pace (pure lui accusato di essere trait d’union con Cosa nostra siciliana, in particolare con la famiglia di Pietraperzia), si mostra preoccupato per la latitanza di Messina Denaro.

«Lì – dice Nastasi riferendosi a Castelvetrano – si sono scantati, se Mimmuzzo si mette a parlare… ma non parla Mimmo (…) Eh, ma sono terrorizzati, eh? Vediamo… insomma che hanno arrestato uno, quello più vicino diciamo… Un bordello c’è al mio paese». Mimmuzzo sarebbe Domenico Scimonelli, imprenditore attivo nel settore della viticoltura e dei supermercati. Secondo la direzione distrettuale di Palermo è l’ultimo anello della catena di postini che ha permesso le comunicazioni del boss latitante. L’intercettazione che la procura di Milano ha depositato nell’inchiesta su Expo è stata registrata la sera del 23 agosto del 2015. Venti giorni prima Scimonelli è stato arrestato nell’ambito dell’operazione Ermes e sarà condannato a maggio con rito abbreviato a 17 anni di carcere per associazione mafiosa. Nastasi e Pace parlano a bordo di un’Audi dei timori in merito alle possibili rivelazioni che Scimonelli potrebbe fare agli inquirenti rispetto alla latitanza di Messina Denaro. «Ma a quanto pare – risponde Pace – questo è cristiano muto». «No, Mimmo è a posto», replica Nastasi.

Quest’ultimo, come emerge nell’ordinanza di arresto, è ritenuto vicino alla famiglia di Partanna, la stessa di cui Scimonelli sarebbe tra i vertici, nonché fedele alleata dei Messina Denaro. Un legame, quello tra Nastasi e Cosa nostra, che sarebbe garantito in particolare dal rapporto di amicizia con Nicola Accardo, ritenuto elemento di spicco della famiglia. Quando Accardo va a Milano, Nastasi lo aiuta per il trasferimento dall’aeroporto, gli trova e gli paga l’albergo, gli indica ristoranti. Disponibilità ricambiata quando l’imprenditore torna in Sicilia per le feste. Favori e cortesie che per gli inquirenti non si giustificano solo con un rapporto di amicizia. Ma anche di affari.

Ed è ricco il business che Nastasi avrebbe gestito grazie all’Expo di Milano. L’imprenditore è accusato di essere il reale gestore del consorzio di cooperative Dominus scarl, che all’esposizione universale ha realizzato i padiglioni di Francia, Guinea, Qatar e Birra Poretti, l’auditorium e il palazzo dei congressi. Appalti che in tre anni, dal 2013 al 2015, hanno permesso di ricavare 18 milioni di euro, pagati dalla società Nolostand, una delle controllate da Fiera Milano. Nolostand è stata commissariata e, assieme a Fiera Milano, ha chiesto 800mila euro di danni di immagine come parti civili (un milione la richiesta del Comune di Milano).

Nelle 70 pagine di informativa del Gico della Guardia di finanza depositate ieri dalla procura meneghina, si parla anche di un altro imprenditore con cui Natasi sarebbe entrato in contatto. Si tratterebbe di Antonio Giuliano Mafrici, di origini calabresi ma residente e attivo nella zona del Canton Vallese, al confine con la Svizzera. Secondo quanto annota la Finanza, l’imprenditore di Castelvetrano e il braccio destro Pace vanno a fare visita a Morici il 24 agosto del 2015 nella sua casa a Pedimulera, paesino del Piemonte nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Intercettato in auto, mentre torna a Milano, Nastasi direbbe che Mafrici «si è messo a disposizione». L’imprenditore emigrato in Svizzera recentemente è finito nelle cronache perché arrestato per corruzione. L’accusa era di aver pagato delle tangenti per ottenere l’appalto per la ristrutturazione di alcune gallerie sulla strada del Sempione. Mafrici in carcere c’è rimasto solo 40 giorni. Il tribunale amministrativo svizzero ha dato ragione a lui nel ricorso presentato dalle imprese che erano arrivate seconde. E lo scorso luglio l’imprenditore è tornato a guidare la ditta che ha fondato nel 1993, la Interalp Bau, impresa di costruzioni che negli ultimi anni si è aggiudicata diversi appalti pubblici in Svizzera.

Infine, altro elemento presentato dai pm di Milano a sostegno delle accuse a Nastasi è un’altra intercettazione. Nastasi e Pace, prima di essere arrestati, sarebbero andati a casa di un avvocato, manifestandogli l’intenzione di farlo entrare nella cerchia degli uomini vicini a Matteo Messina Denaro. Colloquio che sarebbe stato ascoltato dai militari della Finanza. La procura lombarda ha chiesto la condanna a nove anni per Nastasi. La sentenza dovrebbe arrivare il 3 febbraio, mentre Pace e altri tre imputati sono a processo con rito ordinario.

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