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Mafia nella Fiera di Milano: arrivano le prime condanne

(lo spiega bene Luca Fazzo)

Non è una bella giornata per l’immagine di Milano. Cosa c’è di più milanese della Fiera? Ebbene, ieri mattina un giudice certifica con sentenza che l’onda lunga della mafia era arrivata fino a ridosso dell’ente-simbolo della città, quello della vecchia Campionaria. Un imprenditore siciliano viene condannato per associazione a delinquere finalizzata all’autoriciclaggio e all’appropriazione indebita: l’aspetto avvilente è che tutti gli affari di questo signore ruotavano intorno ai padiglioni della Fiera, dove rastrellava appalti e si muoveva con fare da padrone; e la sentenza dice che i suoi reati erano aggravati dalla «finalità mafiosa»: non agiva solo per arricchire se stesso, ma per finanziare i clan criminali siciliani, arrivando – passaggio dopo passaggio, tra le «famiglie» di Pietraperzia e gli Accardo di Partanna – fino all’entourage del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.

L’imprenditore siciliano si chiama Giuseppe Nastasi e ieri si vede infliggere dal giudice Alessandra Del Corvo otto anni e dieci mesi di carcere. Il suo braccio operativo era la Dominus, un consorzio di cooperative dietro le quali – schermati da una pletora di prestanome – c’erano sempre lui, Nastasi, e suo padre Calogero (che ieri viene condannato a tre anni e otto mesi). Le indagini del Gico, i super-investigatori della Guardia di finanza, hanno accertato come appalti per diciotto milioni – compresi alcuni lavori sul sito di Expo 2015 – fossero stati assegnati alla galassia dei Nastasi da Nolostand, la società controllata dalla Fiera che per questo è stata commissariata dal tribunale. Lui, Nastasi, arrestato a luglio dello scorso anno, ha negato tutto, e anzi si è tolto la soddisfazione di rivelare un giro di mazzette all’interno di Fiera Milano su cui ora la Procura ha aperto un nuovo fascicolo. Questo però non gli ha risparmiato la pesante condanna di ieri. Insieme a lui e al padre, il giudice ha condannato a pene minori altre sette imputati.

È l’inchiesta che ha travolto l’attuale board della Fiera, spingendo l’intero consiglio di amministrazione a dimettersi. Non ci sono (per quanto se ne sa) personaggi di vertice dell’ente sotto inchiesta, ma le carte del Gico raccontano della disarmante facilità con cui Nastasi (indagato oggi anche per associazione mafiosa in un filone trasmesso a Caltanissetta) poteva interloquire con i massimi esponenti di Fiera, incontrando insieme al suo socio Liborio Pace persino l’allora amministratore delegato Enrico Pazzali. Gli incontri allarmarono il capo della security, Domenico Pomi, ex ufficiale dell’Arma, che denunciò come «in quella sede venissero imposti dai due ai vertici aziendali la natura dei servizi e dei prodotti offerti». Insomma, gli anticorpi contro la penetrazione criminale in Fiera fallirono clamorosamente.

Di fronte a una simile prova di vulnerabilità, la Procura della Repubblica aveva chiesto che l’intera Fiera venisse commissariata: sarebbe stata una prospettiva umiliante, persino la prima edizione milanese del Salone del Libro si sarebbe svolta il prossimo aprile in un ente guidato da un amministratore nominato dal Tribunale. Almeno questa onta verrà risparmiata alla Fiera, perché la richiesta della Procura è stata respinta. Ma la sentenza di ieri, che ritiene provata la «mafiosità» delle infiltrazioni negli appalti dell’ente, è destinata comunque a pesare.

Il consiglio dimissionario resterà in carica fino all’approvazione del bilancio, poi si dovrà andare al rinnovo. Ma oltre agli uomini il pool antimafia della Procura si aspetta che siano cambiate le procedure, togliendo peso a quella lottizzazione politica che nei documenti dei pm Paolo Storari e Sara Ombra viene indicata come la causa principale della facilità con cui gli appetiti dei clan hanno potuto saziarsi a spese della Fiera.


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