Libero? Cacata carta, avrebbe detto Catullo

Libero me lo ricordo quando mi ha sbattuto in prima pagina (il mio post di quel periodo è qui) insieme ai consiglieri regionali in Lombardia indagati per lo scandalo dei finti rimborsi. Io non era indagato. Eppure ero lì. Ricordo esattamente, ce l’ho ancora nelle orecchie, il frignio di questi machi del giornalismo che mi imploravano di non querelarli: il giorno dopo la smentita era un riquadro piccolo piccolo a fondo pagina. Piccolo come loro, pensai. Non ne feci niente perché si rischia di legittimare un giornalismo che non è giornalismo: ha la forma di un quotidiano, ne ha la forma ma è quella che Catullo chiama “cacata carta” nel suo Carme 36 delle Nugae. Non credo serva traduzione.

Però quello che Libero ha pornograficamente metaforizzato nella sua prima pagina di oggi è un prurito che da qualche giorno si sente sorridere durante gli aperitivi, nei corridoi dei cronisti politici e tra la gente: il maschilismo è un gene antico che va estirpato con un lavoro culturale di generazioni, purtroppo. Poi c’è chi lo pensa e non lo dice; c’è chi ne sorride tra pochi fidati amici in casa; c’è chi se ne nulla al bar; c’è chi ferocemente lo sparge su Facebook fino a chi (ahimè direttore) lo spalma in prima pagina. E Feltri sa bene che con quel titolo parla a loro: la tribù dei machi fieri che vigliaccamente esulta (senza farsi sentire) quando qualcuno scrive quello che loro hanno pensato senza il coraggio di dire.

Insomma: Libero è un pessimo giornale letto da pessimi machi. Il tema è molto più complesso di quel che sembra. Per quel conta, la mia solidarietà alla Raggi.

(ed è un peccato per i giornalisti in gamba che lì dentro sono comunque costretti a ubbidire)


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