L’unità solo professata e l’alibi della complessità

Non so se ne rendano conto, là a sinistra di quel che resta del Partito Democratico, di come appaia qui fuori il can can del movimento apparente di queste ultime settimane. Non so soprattutto se qualche sprovveduto possa sinceramente sperare che il Paese reale, quello che prende di rincorsa la coincidenza pendolare ogni mattina, abbia il tempo e la voglia di studiare ogni posizionamento tattico di ciò che avviene nel quadro politico del Paese.

In un’Italia storicamente bipolare scissa tra i filo governativi e quegli altri (e, ultimamente con l’aggiunta di quelli “contro tutti”, poi volendo essere ottimisti ancora tra destra e sinistra) il frastagliamento partitico e parlamentare ingenera una confusione pericolosamente funzionale. A sinistra, per esempio, i fuoriusciti da PD (sotto l’immediata sigla di “Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista”) ci tengono a dirci che sono contrari alle politiche renziane (che hanno tutti votato), di ritenere il PD un partito irredimibile (altrimenti ovviamente se la sarebbero giocata al congresso, verrebbe da dire) ma di volere sostenere il governo Gentiloni (che di Renzi è la naturale prosecuzione) dimenticandosi di dirci esattamente cosa farebbero loro e come. E, che a loro piaccia o no, la sensazione è che si siano seduti in un angolo in attesa della caduta dell’ex presidente del consiglio in posizione di concorso esterno congressoso.

Ieri Giuliano Pisapia (capo putativo di un movimento putativo come ‘Campo Progressista’) ci ha tenuto a dirci ancora una volta che il suo non sarà un partito (secondo la solita formula dell’antipolitica ma in salsa raffinata e borghese) ma che la sua missione sarà “federare”. Chi con chi, oltre a se stesso, rimane un mistero.

(continua su Left)


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