Torre annunziata: i carabinieri al servizio del boss

(un gran pezzo di Rosaria Federico per Cronache della Campania)

Torre Annunziata. Mazzette dai gestori della piazza di spaccio, orologi, penne: sul libro paga del boss, Franco Casillo, c’erano 11 carabinieri. Dieci rischiano l’arresto o la sospensione dal servizio. Uno è finito già ai domiciliari. Una storia, quella che si è consumata nella compagnia carabinieri di Torre Annunziata, durata almeno fino al 2010 e che ora rischia minare il lavoro di anni di investigazioni nella città del boss Valentino Gionta e nei paesi limitrofi. La richiesta di arresto dell’antimafia napoletana nei confronti di 10 carabinieri, un avvocato e tre camorristi è in calendario la prossima settimana dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame.

I fatti. ‘Ha ditt ‘a zia, tutto a posto’ è il messaggio quello dello chaffeur di donna Gemma Donnarumma, moglie dell’irriducibile boss Valentino Gionta, per consentire la cattura di Carmine Maresca, figlio di Luigi ‘o trippone, assassino del Tenente Marco Pittoni. Il tenente è stato ucciso a Pagani nel corso di una rapina il 6 giugno del 2008. Una cattura, quella di Maresca jr avvenuta con l’intermediazione di Francesco Casillo, énfant prodige della criminalità vesuviana, che era riuscito a instaurare rapporti di corruttela con esponenti delle forze dell’ordine e in particolare con i carabinieri. In quella occasione condusse la trattativa tra la camorra assassina e lo Stato.

Una storia, quella della cattura di Carmine Maresca, all’epoca minorenne, che si interseca con un’altra storia quella raccontata da Francesco Casillo ‘a vurzella, ‘finto collaboratore di giustizia’ di Boscoreale, inserito nel clan Aquino-Annunziata e con forti legami con il clan Gionta di Torre Annunziata.

Una storia che parla di carabinieri ‘infedeli’, di inquinamento delle prove, di regali (orologi marca Buti del valore di 5mila euro, penne Mont Blanc) e mazzette per coprire un traffico di stupefacenti e lo spaccio nella Scampia boschese del Piano Napoli di Via Passanti Scafati, ma anche armi e soffiate per evitare guai giudiziari, o verbali fasulli e finti controlli. Oppure, le soffiate ai carabinieri per far arrestare – con prove false – gli esponenti dei clan avversari.

Un quinquiennio, o forse più, di vita da ‘caserma’ border line – quella della Compagnia di Torre Annunziata, poi divenuta Gruppo – raccontata dai magistrati della Dda di Napoli nella richiesta di arresto riformulata al Riesame nei confronti di dieci carabinieri e quattro tra avvocati e pregiudicati.

Una storia che approderà davanti ai giudici del Riesame di Napoli la prossima settimana con l’Appello del sostituto procuratore Raffaele Falcone e del procuratore aggiunto Filippo Beatrice della Dda di Napoli, contro il mancato arresto in carcere e ai domiciliari o la sospensione dal servizio, di 14 persone: carabinieri, un avvocato e pregiudicati dell’area vesuviana, accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, traffico di stupefacenti e corruzione, aggravati dal fatto di aver agevolato la camorra.

La ricostruzione. Nel 2015 i magistrati antimafia di Napoli chiedono misure restrittive nei confronti di sedici persone, tre vengono arrestate: sono il pluripregiudicato Vincenzo Casillo, a vurzella, 44 anni di Boscoreale e il suo complice Orazio Bafumi, 42 anni originario di Catania, entrambi già detenuti, che ricevono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sandro Acunzo, 46 anni, originario di Trecase, maresciallo dei carabinieri in congedo, all’epoca in servizio alla Compagnia di Torre Annunziata va ai domiciliari, mentre al suo collega Gaetano Desiderio, 46 anni di Salerno, maresciallo in servizio attualmente al Comando provinciale di Salerno, viene applicato l’obbligo di residenza.

Ma la richiesta del pm Raffaele Falcone riguarda anche altre persone, per la maggior parte carabinieri come l’ex comandante della Compagnia di Torre Annunziata, il maggiore Pasquale Sario per il quale il giudice per le indagini preliminari nega l’arresto. Decisione che non è stata, però, Appellata dalla Dda di Napoli. Arresto mancato e rinnovata richiesta di arresti ai domiciliari o sopensione dall’esercizio della professione di avvocato per Giovanni De Caprio, difensore di Francesco Casillo che avrebbe avuto il ruolo di riciclare parte dei proventi delle attività e avrebbe fatto da trait d’union tra i militari infedeli e il suo assistito.

Nell’articolato ricorso, presentato il 1 dicembre del 2016, contro l’ordinanza del Gip Anna Laura Alfano del Tribunale di Napoli, emessa a novembre scorso, i pm Falcone e Beatrice chiedono l’arresto in carcere per Sandro Acunzo (già finito ai domiciliari): gli arresti domiciliari o la sospensione dal servizio per Gaetano Desiderio; per Francesco Vecchio (già luogotenente del Nucleo radiomobile di Torre Annunziata oggi in congedo); Franco De Lisio (appuntato in servizio all’aliquota radiomobile di Torre Annunziata); Antonio Formicola (appuntato attualmente in servizio a Castellammare di Stabia); Catello Di Maio (maresciallo oggi in congedo); Antonio Paragallo (in servizio all’epoca dei fatti a Torre Annunziata); Santo Scudieri (appuntato in servizio a Torre Annunziata); Antonio Santaniello, originario di Sarno (brigadiere in servizio alla Compagnia di Nola). Richiesta di arresto in carcere invece per il pregiudicato di Boscoreale Luigi Izzo, alias ufariello, complice di Francesco Casillo.

I magistrati napoletani nel loro Appello ripercorrono parte di un procedimento aperto nel 2010 sulle cointeressenze a partire dagli anni precedenti tra i militari in servizio a Torre Annunziata e noti esponenti della criminalità dei paesi vesuviani. Sotto accusa un sistema di corruttela che vedeva Acunzo tra i principali protagonisti che – mentre era in servizio presso la Compagnia di Torre Annunziata – spartiva con Francesco Casillo e addirittura lo coadiuvava nel traffico di stupefacenti. Un patto di corruttela che Casillo, gestore della piazza di spaccio del Piano Napoli, aveva instaurato con alcuni esponenti dell’Arma dei carabinieri per garantirsi l’impunità.

Nell’emettere l’ordinanza di custodia cautelare il Gip di Napoli muta l’originaria accusa per alcuni dei militari coinvolti di concorso esterno nell’associazione criminale. L’indagine si è arricchita delle dichiarazioni, seppure reticenti, di Francesco Casillo, aspirante collaboratore di giustizia che con la complicità del suo avvocato, Giovanni De Caprio, avrebbe architettato il falso pentimento per poi fuggire all’estero alla prima occasione. Sul libro paga di Casillo numerosi carabinieri che lo avrebbero aiutato, in più occasioni nel suo disegno criminale. In primis Acunzo che avrebbe venduto a Casillo droga per un milione di euro. Droga frutto di parziali sequestri come quelli avvenuti nel Porto di Napoli, il 19 gennaio del 2009, di 257 chili di cocaina. Quel sequestro -secondo i magistrati – doveva essere parzialmente eseguito. Sessantasei chili furono fatti sparire con la complicità di Acunzo per essere restituiti a Casillo. Il patto era questo. I sequestri parziali di grossi quantitativi di droga servivano a Casillo a truffare i narcos che avrebbero pensato di aver perso il carico e contemporaneamente a immettere sul mercato lo stupefacente che avrebbe fruttato milioni di euro. Quel sequestro nel Porto di Napoli del 2009, secondo l’antimafia, che ha arricchito gli elementi in suo possesso con le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia ma anche di testimoni e esponenti dell’arma dei carabinieri integerrimi, fu effettuato dall’allora Maggiore Sario – oggi tenente colonnello – con i suoi uomini del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata tra i quali anche gli infedeli. Serviva a far bella figura visto che in quei giorni vi sarebbe stata la visita in caserma di un alto esponente dell’Arma dei carabinieri. Ma mentre, Sario – sostengono i magistrati – voleva accrescere il suo prestigio, c’era chi invece accresceva solo i suoi guadagni.

La conoscenza tra Sario e Casillo – è il pregiudicato a raccontarlo – avviene in occasione dell’uccisione del tenente Marco Pittoni. Quando Casillo chiede all’allora maresciallo dei carabinieri di Boscoreale, Varriale, di parlare con il suo superiore per concordare quella trattativa tra camorra e Stato per la cattura del killer dei Gionta. Storie nella storia che si intrecciano.


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