Ci vuole costanza, per riconoscere i nuovi oppressi

Prende sempre più piede, anche a sinistra, un certo vendicativismo contro coloro che “non capiscono”, “non sanno” e “che non vogliono capire”. Mi è capitato qualche giorno fa, ad esempio, di ritrovarmi a una cena con persone di storica cultura di sinistra che mi hanno spiegato come sia “inutile” insistere nello smascheramento delle bugie su terrorismo e immigrazione e allo stesso tempo si raccomandavano di inaugurare un nuova “durezza” contro coloro che “si bevono le bufale di internet”.

Anche su certa politica mediorientale o per il dibattito sui vaccini sta crescendo una certa modalità per cui andrebbero dati per persi coloro che rimangono bloccati sulle loro posizioni. In un editoriale di qualche giorno fa sulla vicenda della presunta scarcerazione di Riina (che nessuna Cassazione ha mai scritto nero su bianco) si scriveva che “non bisogna avere più pazienza con questi mafiosi” adducendo una certa stanchezza nel “ripetere sempre le solite cose”.

Chi non sa, insomma, non è “degno” di essere preso in considerazione. E fa niente che il “non sapere” molto spesso sia esso stesso un’oppressione: piuttosto che criticare chi si informa solo da qualche link su Facebook forse sarebbe il caso di pensare a quanto la disperazione, l’instabilità e economica e l’oppressione di un reddito sempre in bilico abbia spinto molti a non avere il tempo e la voglia di approfondire perché impegnati in una sopravvivenza quotidianamente in bilico.

Un padre di famiglia che lavora per dodici ore in cambio di qualche spiccio, un giovane non più troppo giovane che rimbalza tra lavoretti sottopagati e colloqui di lavoro o una madre che si arrampica in verticale per provare ad arrivare al fine del mese a fine giornata hanno ben poca voglia ed energie per approfondire, verificare e ascoltare diverse fonti. Mi spiace per il fior fiore di editorialisti ma qui fuori c’è qualcosa di più urgente rispetto allo studio dei fatti del mondo.

E forse coloro che danno sfogo alla pancia e al luogo comune spesso sono quegli stessi oppressi a cui dovremmo dedicarci. O no?

(continua su Left)


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