Tutte le bugie di Trump

Il New York Times mette in fila le bugie di Trump. Ecco l’articolo del Corriere:

«Molti americani si sono abituati alle bugie del presidente Trump. Ma per quanto regolari esse siano, il paese non dovrebbe consentirsi di diventare insensibile. Per questo abbiamo catalogato quasi tutte le bugie evidenti che ha detto pubblicamente da quando ha giurato per entrare in carica». Il New York Times spiega così la genesi dell’incredibile lavoro che presenta ai suoi lettori e al mondo: la documentazione dettagliata di tutte le false affermazioni del presidente degli Stati Uniti, dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca fino a mercoledì scorso, dal 21 gennaio al 21 giugno.

 

Cinque mesi

Cinque mesi scandagliati con meticolosità, che portano il giornale più avverso a questa presidenza ad affermare che Trump è riuscito a realizzare «qualcosa di notevole»: «Ha detto una cosa non vera, in pubblico, ogni giorno per i primi 40 giorni del mandato». Presosi una pausa il 1° marzo, The Donald ha poi riacquistato un ritmo notevole, «mentendo per almeno 74 giorni su 113». «Semplicemente — afferma il Nyt —, non ci sono precedenti di un presidente americano che passi tanto tempo a dire bugie. Ogni presidente ha offuscato la verità e detto balle occasionali. Nessun altro presidente — di nessun partito — si è mai comportato come Trump. Sta cercando di creare un’atmosfera in cui la realtà è irrilevante». Il giornale è però convinto che la mendacia sistematica del leader qualche traccia la stia lasciando: «Quasi il 60 per cento degli americani ritiene che il presidente non sia onesto, contro il 53 di quando entrò in carica». Passerà alla storia come la guerra delle fake news, e il vincitore non è scritto.

La lista

Dalla prima bugia, «Barack Obama non è nato in America», sulla quale Trump ha basato la sua campagna elettorale all’ultima, pochi giorni fa: su Twitter il presidente Usa ha paventato l’esistenza di registrazioni dei suoi colloqui con l’ex capo dell’Fbi James Comey salvo poi, a distanza di settimane, affermare che quelle registrazioni non sono in suo possesso.

Le menzogne più eclatanti

Ma vediamo quali sono le menzogne più eclatanti. O le più stupide. «Sono stato sulla copertina di Time 14 o 15 volte. Credo sia un record storico», 21 gennaio (in realtà sono solo 11 contro le 55 di Nixon. «Ho già risparmiato più di 700 milioni di dollari da quando mi sono impegnato nei negoziati sui tagli all’aereo F-35», 6 febbraio (buona parte dei tagli al prezzo era avvenuto prima del suo avvento alla presidenza). «Il tasso di omicidi nel Paese è il più alto da 47 anni», 7 febbraio (era più alto negli anni 80 e 90). «Obamacare copre ben poche persone, e ricordate che bisogna dedurre dal numero tutti quelli che avevano un’ottima assistenza sanitaria che gli è stata tolta», 24 febbraio (l’Obamacare ha offerto copertura sanitaria a 20 milioni di americani). «E’ così patetico che i democratici non abbiano ancora approvato l’intero mio governo», 3 marzo (al Senato mancava la documentazione di due candidati). «Quanto è caduto il basso il presidente Obama a far registrare le mie telefonate durante il processo elettorale. Questo è il Nixon/Watergate», 4 marzo (nessuna prova di intercettazioni). «122 prigionieri, rilasciati dall’amministrazione Obama da Guantanamo, sono tornati a combattere», 7 marzo (ne sono stati liberati 113, ma dal presidente George Bush). «Ero totalmente contrario alla guerra in Medio Oriente», 2 aprile (era per l’invasione, poi cambiò idea). «Mi piace Steve ma ricordate che è stato coinvolto nella mia campagna solo all’ultimo. Non lo conoscevo», 11 aprile (Conosce Steve Bannon dal 2011). «Il deficit commerciale con il Messico è di quasi 70 miliardi di dollari, con il Canada 17», 28 aprile (Gli Usa hanno un surplus, non un deficit, con il Canada di 8,1 miliardi). «Siamo la nazione più tassata al mondo», 4 maggio (non è vero). «La storia della collusione fra russi e la campagna Trump è stata costruita dai democratici come scusa perché hanno perso le elezioni», 12 maggio (l’Fbi sta indagando da prima delle elezioni). «Il dipartimento di Giustizia avrebbe dovuto mantenere l’originale Travel Ban (il divieto di viaggio in Usa per i cittadini di sei Paesi), non doveva presentare questa versione annacquata e politically correct», 5 giugno (la versione è firmata da Trump non dal dipartimento alla Giustizia).


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