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Staff Giulio Cavalli

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Intervista a Giulio Cavalli – Il teatro partigiano, la politica e la lotta alla mafia

Intervista di Daniela Bettera e Lara Peviani. Riprese dell’intervista e di Milano, e montaggio di Lara Peviani.
Video realizzato per la rivista PaginaUno (www.rivistapaginauno.it)

 

SEA rimanga in mano pubblica

“Questa sera Sinistra Ecologia Libertà promuove un momento di confronto pubblico sulla questione degli aeroporti milanesi.

Si tratta di un tema fondamentale per la nostra città e per la nostra regione.

Il sistema aeroportuale è infatti di assoluta importanza per l’attrattiva e lo sviluppo di un territorio. In tal senso, Sea risulta strategica non solo per Milano, ma anche per l’intera Lombardia e perciò riteniamo sia imprescindibile che rimanga in mano pubblica.

Non possiamo pensare all’organizzazione di Expo 2015 né tantomeno all’uscita dall’attuale stato di crisi senza immaginare infrastrutture sostenibili, capaci di garantire competitività a un’area che possa in questo modo ritrovare la sua vocazione europea.

L’iniziativa vedrà confrontarsi, tra gli altri, il segretario della Camera del Lavoro cittadina Onorio Rosati, le assessore Cristina Tajani e Daniela Benelli, Franco Brioschi della Filt Cgil Lombardia, i consiglieri comunali e il coordinatore provinciale di Sel.

L’appuntamento è per le 18 presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3”.

Giulio Cavalli e Chiara Cremonesi (Gruppo SEL Regione Lombardia)

Giulio versus Giulio dal palco alla carta, l’Andreotti di Cavalli

«Caro Giulio, ho cominciato cento volte a scrivere questa storia. Ho provato a metterci il rigore e l’impettimento dello storico, ma mi sembrava di costruire un palazzo nel deserto. Ho provato a scriverla con in testa l’eco dei muri e del legno dei tribunali, ma il cuore di questa storia sta nella verità più che nella giustizia. L’unico inizio possibile è impastato di nausea. Per questo, caro Gulio, è venuto fuori un libro maleducato e rissoso. Di un’indignazione che pulsa nelle tempie». Chi scrive è Giulio Cavalli, scrittore e autore teatrale lodigiano, dal 2010 anche consigliere regionale lombardo. E l’omonimo a cui si rivolge è Andreotti, sette volte presidente del consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri. E poi delle Finanze, dell’Industria, del Tesoro, dell’Interno. Le parole sono nell’incipit dell’ultimo lavoro dello scrittore lodigiano, L’innocenza di Giulio, sottotitolo Andreotti e la mafia, edito per Chiarelettere con la prefazione di Gian Carlo Caselli. Un lavoro secco, asciutto, diviso in capitoli che passa per la storia d’Italia, dal 1948 a oggi. I tempi della carriera politica dello stesso Andreotti che finisce per mescolarsi con nomi e ombre di mafia. Coincidenza per alcuni, fatti non riscontrabili per altri, quello del processo Andreotti, arrivato a sentenza definitiva nel 2004, racconta «di un reato commesso fino alla primavera del 1980 – spiega Giulio Cavalli – in cui la rappresentanza mediatica è stata un capolavoro di disinformazione e di distrazione di massa». Da qui l’esigenza di raccontare una storia che è «anche l’innocenza più colpevole della storia». Uno «di quei buchi neri nella storia in cui ciclicamente si finisce dentro». Una storia che fa la stola tra Palermo e Roma, in cui tornano nomi come quelli dei cugini Salvo, Ignazio e Antonino Salvo, Salvo Lima e l’ascesa della Dc in Sicilia, il caso Moro e poi Sindona, l’omicidio Ambrosoli, quello di Piersanti Mattarella, e poi le rivelazioni di Tommaso Buscetta, la guerra di mafia con i corleonesi, l’omicidio del prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una vicenda processuale che si conclude con una sentenza di cui, secondo l’autore, non si è mai parlato abbastanza. «Perché una bugia, sembra dirci Andreotti, se la racconti all’infinito diventa verità» spiega l’autore, anche direttore artistico del Nebiolo che ha già portato sul palco la storia del “divo” Giulio nello spettacolo L’innocenza di Giulio. «Questo libro vuol far diventare l’argomento Andreotti diventi “pop” – spiega l’autore – mi piacerebbe che se ne parlasse dal parrucchiere, che ne parlino le signore al bar». L’idea nasce dalla collaborazione con Gian Carlo Caselli e lo scrittore Carlo Lucarelli. «Abbiamo riflettuto sul fatto che al di là dello sdegno di alcuni, la conoscenza dei fatti era davvero manchevole – spiega Cavalli – : non volevamo lasciare ai nostri figli l’idea che parlare del processo Andreotti significa essere di una parte politica. L’intenzione è quella di invitare a un atteggiamento critico». Al di là della vicenda Andreotti, però, quello che racconta Cavalli è l’«innocenza» di un Paese. «Di Andreotti mi interessa relativamente poco – conclude – mi interesse l’andreottismo, ovvero l’opera di chi oltrepassa i limiti etici e morali stando in equilibrio con quelli legali». Le “colpe” stanno anche in una generazione che non fa domande. «L’innocenza di Andreotti è quella di tutti gli italiani, ma gli anticorpi ci sono. Questo è il Paese di Andreotti, ma è quello del sindaco Angelo Vassallo (ucciso nel settembre 2010 con 9 proiettili ndr) e quello di Pio La Torre».

Rossella Mungiello (da IL CITTADINO)

____________________________________________________GIULIO CAVALLI, L’innocenza di Giulio (Andreotti e la mafia), prefazione di Gian carlo Caselli, Chiarelettere Editore, Milano 2012, pp. 148, 11 euro

Giulio Cavalli e “L’innocenza di Giulio”, un libro “sull’assoluzione più colpevole d’Italia”

da IL FATTO QUOTIDIANO

Esce in libreria per Chiarelettere l’ultimo lavoro dell’autore milanese sulla vicenda giudiziaria del politico più longevo della Repubblica. Un volume che ripercorre la sua storia e ristabilisce una verità da troppi dimenticata: il sette volte presidente del consiglio non è stato assolto, ma riconosciuto colpevole del reato di associazione mafiosa fino al 1980, ma prescritto.

“L’assoluzione più colpevole d’Italia”. Così Giulio Cavalli, scrittore, autore teatrale e consigliere regionale in Lombardia per Sinistra ecologia e libertà, definisce il “caso Andreotti”, al centro del suo ultimo libro “L’innocenza di Giulio” nelle librerie da oggi per l’editore Chiarelettere.  ”Conoscere il processo Andreotti ci insegna a riconoscere la politica che tenta in tutti i modi di legittimare l’illegalità – spiega Cavalli al Fattoquotidiano.it – Soprattutto capire che la storia di questo Paese è negli atti giudiziari, nei fatti che sono stati riscontrati, nei fatti che sono stati raccontati e su cui non possono esistere dubbi”.

Nel 2011 Cavalli porta in scena uno spettacolo teatrale – “L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto” – uno spettacolo-monologo in cui testimonianze, deposizioni e lettura degli atti giudiziari si alternano per raccontare il processo per mafia che ha coinvolto una delle figure politiche più controverse della politica italiana. “Tutto parte da una cena con il procuratore Gian Carlo Caselli e con Carlo Lucarelli – racconta ancora l’autore, milanese, classe 1977 – In quel momento decidemmo che non potevamo lasciare il racconto della vicenda Andreotti a chi continuava a dire che il politico sette volte presidente del Consiglio era stato assolto nel processo per mafia”. Perché, “se si ripete una bugia infinite volte alla fine si riesce anche a trasformare in una verità storica qualcosa che in realtà non è mai avvenuto”. E quello che non è mai avvenuto è proprio l’assoluzione di “Belzebù”.

Tutti ricordano la giovane e allora sconosciuta avvocato Giulia Bongiorno chiamare l’illustre cliente gridando “Assolto! Assolto!”. Molti meno ricordano che nella sentenza d’appello, emessa dal tribunale di Palermo nel 2003 allora guidato da Gian Carlo Caselli, Andreotti viene riconosciutocolpevole del reato di partecipazione all’associazione per delinquere con Cosa Nostra, “concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980″, reato però “estinto per prescrizione”. Una versione confermata anche dalla Cassazione. Altro che innocente. La sentenza della Corte d’Appello di Palermo è lapidaria: “Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi coltivato, a sua volta, amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi”.

Per quella sentenza il giudice Caselli, che firma la prefazione al libro, fu escluso dalla nomina a procuratore nazionale antimafia con una norma specifica ribattezzata “contra personam”. Ora Giulio Cavalli con il suo ultimo lavoro segue un sogno: “Quello – spiega – che dopo aver visto lo spettacolo, le persone sentano il desiderio di documentarsi e per questo comprino il libro”. Un libro contro “l’innocenza di un Paese che si ostina a dimenticare il passato”. Un libro per “interessarsi al presente”.

L’Italia andreottizzata: CadoInPiedi sul nuovo libro ‘L’innocenza di Giulio’


E’ il libreria il tuo nuovo libro: “L’innocenza di Giulio” (ed. Chiarelettere). Un lavoro che racconta di mafia e politica, partendo dalla figura di Giulio Andreotti. Ma chi è Giulio Andreotti? E cosa ha rappresentato per il nostro Paese?

Giulio Andreotti è l’esponente politico che più di tutti ha attraversato le diverse Repubbliche, le diverse legislature, e quindi, se vogliamo, per presenza e per durata è il simbolo della politica italiana. Ed è per questo che la responsabilità sulla figura di Giulio Andreotti e soprattutto l’analisi sulla sua innocenza è un esame di coscienza sull’innocenza di questo Paese.
Andreotti è stato scambiato per statista. Un politico che ha dimostrato tutta la sua mediocrità nell’avere bisogno di usare metodi che anticipino, che scavalchino le regole perché incapace di governare secondo le regole. E quando il potere ha bisogno di diventare prepotente o di utilizzare i prepotenti per governare, non è più un potere credibile e soprattutto è un metodo che va raccontato, perché l’andreottismo come metodo di governare, in realtà è diventato un sistema che si è modernizzato, che ha cambiato referenti, ma ha dimostrato e continua a dimostrare di funzionare in questo Paese.

La mafia e la politica sono due entità separate oppure no?

La mafia senza politica non può esistere, mentre la politica senza mafia sì. La mafia continua a essere forte nel momento in cui la politica, o alcuni esponenti della politica o alcuni mezzi della politica, mettono in vendita quelle che sono le regole e quelli che sono i diritti. Per cui, affinché le mafie siano degli ottimi compratori che riescono veramente a condizionare gli atti amministrativi, hanno bisogno di trovare dei politici che siano assolutamente svendibili.
La vera domanda è quanto quella mafia che lo stesso Andreotti probabilmente ha utilizzato come controllo del territorio e come controllo del consenso, in realtà oggi sia diventata ispiratrice delle azioni politiche. E’ necessario rendersi conto che il connubio mafia e politica è uno dei cancri più gravi di questo Paese, in tutte le sue forme, nelle forme più militari, quelle che escono molto più facilmente sui giornali o vengono scritte e vendute molto meglio sui libri, ma anche nelle sue sorelle che possono essere la corruzione e il riciclaggio. Finché non si capisce che l’ispiratore unico è sempre lo stesso, difficilmente si potrà parlare di legalità e soprattutto di moralità.
Il problema vero non è solo quello delle regole, ma, come ci racconta il processo Andreotti, il problema vero è lo spessore morale ed etico di quelli che queste regole sono chiamati a difendere e a governare. Il processo Andreotti racconta un modo di fare politica che parte dall’omicidio di Notarbartolo, passa da Portella della Ginestra e probabilmente negli stili è molto diverso dall’innocenza di Dell’Utri o dalla presunta innocenza di contemporanei capi di governo.

Sei consigliere regionale in Lombardia. Considerato il numero di indagati che ruotano attorno al Pirellone, a volte Milano sembra Reggio Calabria. Ma i lombardi se ne rendono conto?

Credo che con l’operazione Infinito l’aspetto militare della criminalità organizzata sia, un po’ per allarme e un po’ per emergenza, entrato comunque nella pancia dei lombardi. La cosa che lascia sempre abbastanza perplessi è che ogni volta serve una maxioperazione, ciclicamente, per accendere uno sdegno che però non riesce a rimanere acceso più di qualche anno, perché l’operazione Infinito poi in realtà è simile alle maxioperazioni deglianni 90, dalle quali scaturirono centinaia di ergastoli.
In questa città si dimenticano troppo in fretta le vicende di Sindona, la vicenda di Ambrosoli. Le indagini di questi giorni in Regione Lombardia, secondo me, raccontano, al di là dell’aspetto strettamente giudiziario, un aspetto culturale e politico. E la Lombardia che è così brava a essere intollerante, a volte anche nei modi sbagliati, non riesce a imparare invece a essere intollerante con gli amministratori inopportuni. Non riesce soprattutto a rivendicare un’inopportunità che non debba per forza essere legata alle azioni giudiziarie: si può essere inopportuni molto prima di essere rinviati a giudizio, molto prima anche di essere condannati. Si è inopportuni nel momento in cui si cominciano a addensare delle ombre, lo diceva Paolo Borsellino. Sono le stesse parole del Presidente Pertini quando parlava della politica con le mani pulite.
Credo che quando in Lombardia si riuscirà a accendere la rivolta solidale che in Calabria c’è già da anni, checché ne dica la Lega o checché ne pensino alcuni lombardi, allora probabilmente si comincerà veramente ad avere un’evoluzione culturale, sociale e poi inevitabilmente politica.

http://www.cadoinpiedi.it/2012/03/22/litalia_andreottizzata.html

Tutto quello che non vi hanno detto su Andreotti e i boss

Giulio Cavalli, sotto scorta dal 2006, ricostruisce in un libro l’intera vicenda dei legami mafiosi e del processo. «i più credono sia stato assolto, ma non è così. E anche Dell’Utri…»

Incontriamo Giulio Cavalli, 34 anni e tre figli, in un bar, mentre la scorta vigila: lo fa dal 2006, non si prevedono cambiamenti. «Mi minacciano varie famiglie mafiose, ma poiché sono dinastie anche alla terza generazione, penso che la colpa dei nostri padri è di non aver vigilato abbastanza. La mafia senza politica non esisterebbe». L’attore e autore teatrale – ma lui preferisce definirsi «raccontatore di storie» – è anche consigliere regionale della Lombardia dal 2010 per Sel e ha scritto ora un nuovo libro per Chiarelettere – L innocenza di Giulio con prefazione di Gian Carlo Caselli, il magistrato del processo Andreotti. II libro è una costola dello spettacolo che Cavalli porterà in tournée dal 22 marzo.

Perché tornare ancora a quel processo?

«Intanto perché la stragrande maggioranza degli italiani è convinta che Giulio Andreotti sia stato assolto. Non è cosÌ: è stato riconosciuto colpevole di associazione a delinquere con Cosa nostra fino alla primavera del 1980. TI delitto è stato commesso ma prescritto. Prescrizione non è sinonimo di innocenza. E poi perché vorrei che quel processo uscisse per sempre dai recinti della politica per stare sulla piazza, essere narrato in modo talmente chiaro, e i suoi termini resi talmente trasparenti, da diventare materia di chiacchiere al caffe tra signore. Mi domando perché non sia successo, quando invece, per esempio, sulla stagione delle Brigate rosse tutta l’opinione pubblica, al di là degli schieramenti politici, ha un quadro chiaro e un’ opinione abbastanza condivisa».

Che risposta si dà?

«II processo Andreotti é il processo a tutti gli italiani, alla loro ignavia – in cambio di 50 anni di benessere - e a mezzo secolo di politica a ogni livello. Uno dei lasciti è che la politica si permette di accusare solo quando la giustizia si è pronunciata in modo definitivo: diversamente si è giustizialisti. lo credo invece che non dobbiamo aspettare per giudicare la rilevanza morale - e politica – delle azioni che si compiono. La mia opinione è che Giulio Andreotti rappresenti la mediocrità di un politico che ha avuto bisogno del potere mafioso per governare, perché non sapeva più farlo secondo le regole. li politico più presente sulla scena italiana si è seduto al tavolo della mafia: moralmente, un compagno di giochi di Cosa nostra può cadere in prescrizione? lo rispondo di no».

Dopo di lui, le cose sono cambiate?

«L’andreottismo è un sistema di potere ancora in voga: è stato modernizzato, sono cambiati i referenti, ma è saldo. È la politica che ha bisogno di privatizzare i processi della democrazia, che li porta lontano dalla scena. L’andreottismo è un virus che diventa gene. Lo dico nell’ultima frase del libro, quando avverto che vado in stampa prima di sapere la sentenza della Cassazione su Dell’Utri (che ha. poi stabilito che il processo d’Appello è da. rifare, ndr) e scrivo: “Ogni lustro avrà sempre la sua innocenza di Giulio”, quella ottenuta con i cavilli, o dichiarando di non aver saputo, di non aver fatto caso, di essere stati distratti. Il senso del libro è la necessità che si sviluppino la vista e l’udito per capire quello che succede, essere dubbiosi e curiosi, fare e farsi domande, esercitare la memoria e imparare a declinarla per capire la realtà e riconoscere i nuovi andreottisrni: anche nelle vicende con personaggi – per cosÌ dire – minori».

Per esempio?

«Penso alla Regione Lombardia, o ai Comuni in odore di mafia come Desio o Buccinasco. Domando: se la criminalità organizzata conosce i progetti della politica prima dei cittadini, è perché ha informazioni di prima mano – l’ipotesi “migliore” – oppure perché è l’ispiratrice delle scelte?».

Isabella Mazzitelli

(da Vanity Fair, 28/3/2012)

Cavalli: “Andreotti? Il caso non è chiuso”

Domani a Como la pièce con il video del giudice Caselli Un monologo che s’interroga sul rapporto tra mafia e potere

I Circuiti Teatrali Lombardi propongono per domani, alle 20.30, al Teatro Sociale di Camo, un appuntamento con la memoria che, con le “ombre dell’uomo” evocate dalla stagione Notte, ha molto a che fare. Giulio Cavalli, attore e autore impegnato in un teatro militante che gli è costato, per lavori come ‘Do ut des” e “Nomi, cognomi e infami” le minacce dei mafiosi e la vita sotto scorta, sarà sul palco, nello stesso giorno in cui esce il libro omonimo, con “L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto”. II monologo, a cui hanno collaborato Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli, e diretto da Renato Sarti, racconta vita e azioni dell’uomo politico più rappresentativo e discusso della Prima Repubblica. (Biglietti a 20 euro. Informazioni e prenotazioni: 031/270170).

Cavalli, come nasce l’esigenza di un monologo su Andreotti?

Non accettiamo che una bugia ripetuta tante volte possa diventare verità e non a caso, lo spettacolo si apre con un video in cui Giancarlo Caselli, il giudice che ha istruito il processo al senatore, per collusione con la mafia, sottolinea, per chi lo avesse dimenticato, che Andreotti non è stato assolto ma che se la sentenza fosse arrivata entro il 20 dicembre del 2002, avrebbe potuto essere condannato, in base all’articolo 416.

E dunque come accostarsi a una vicenda come questa?

lo, Caselli e Lucarelli ci siamo confrontati a lungo e ci è parso chiaro che non dovevamo rileggere, come fatto tante volte, in passato, la figura di Andreotti da un punto di vista ideologico. Il proposito guida è stato ricostruire l’andreottismo per entrare a capire una stagione focale della storia italiana e anche per poter riconoscere i nuovi “Andreotti” che caratterizzano oggi la nostra politica. E importante sottolineare come la “spericolatezza” nei modi, nelle scelte, nelle frequentazioni, è sempre, soprattutto per i politici, un comportamento pericoloso, che non fa il bene dei cittadini, anche quando sembra rivestita da una patina di fascinazione.

Perché riallestire un “processo” sul palcoscenico e contemporaneamente scrivere un libro?

Mentre il teatro è la pars destruens che distrugge i miti e porta il pubblico a conoscere la verità, il libro è la pars construens, in cui il lettore ha un approccio più attivo e costruisce le proprie opinioni. Per lo spettacolo, e per il libro, la fonte prima sono gli atti processuali.

Materiale “difficile” per il teatro?

Sì, ma anche una fonte certa e inoppugnabile, cui attingere con rigore, per una ricostruzione chiara e senza ombre. Impegnarci nella lettura di quei documenti, con l’aiuto del massimo esperto, Caselli, non è stato facile ma dimostra a quanti volevano far credere il contrario, che è una operazione possibile e doverosa.

Qual è stata la reazione di Andreotti al vostro lavoro?

Sappiamo che non gli è piaciuto e che sta aspettando il libro. In compenso, alla prima, abbiamo suscitato lo sdegno di Giovanardi. Mi ha fatto piacere, anche per il fatto che, finalmente, il teatro andava in prima pagina.

Caselli e Lucarelli, due collaborazioni d’eccezione …

Sì. Il rigore del magistrato e la capacità comunicativa del divulgatore sono state preziosissime. Importante anche il ruolo di Cisco, ex dei Modena City Ramblers, che ha dato la sua sensibilità di musicista al progetto.

Sara Cerrato (da La Provincia di Como, 21/03/2012)

Cosa c’entra Formigoni: sono tutti suoi ex assessori

“E’ stupefacente l’impudenza con la quale, ancora oggi, il Presidente della Lombardia chiami fuori se stesso e la Regione rispetto agli scandali giudiziari che hanno travolto in sequenza Nicoli Cristiani, Ponzoni e Boni.

Da ieri rete e carta stampata diffondono foto e presunta ‘maledizione’ dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio. Peccato che tutti i reati contestati a segretario, vice e presidente risalgano al periodo in cui, guarda caso, i tre erano assessori della terza Giunta di Roberto Formigoni e alle relative funzioni.

Se si trovasse la foto di una riunione dell’esecutivo datata 2006, vedremmo seduti allo stesso tavolo insieme al solito Presidente l’allora assessore alla protezione civile, passato nel 2008 alla qualità ambientale, Massimo Ponzoni, oggi indagato per corruzione e bancarotta fraudolenta; l’allora assessore al commercio Franco Nicoli Cristiani, con delega all’ambiente nella legislatura precedente, oggi indagato per tangenti in relazione alla discarica di Cappella Cantone e alla Brebemi; l’allora assessore all’urbanistica Davide Boni, oggi indagato per corruzione e tangenti milionarie in tema di Pgt. Nonché l’allora assessore a giovani e sport, Piergianni Prosperini, arrestato due volte, con una condanna per truffa aggravata e un’altra indagine per tangenti.

Una compresenza che a dire il vero ci sembra ben più significativa, in quanto a responsabilità anche intrecciate tra loro, di quella all’interno dell’Ufficio di Presidenza.

Resta semmai da chiedersi se sia poi del tutto casuale che, a parte il già condannato Prosperini, i tre ex-assessori nel 2010 non siano stati riconfermati nella loro posizione, ma lasciati al Consiglio con incarichi di prestigio. Il dubbio che Formigoni già sapesse naturalmente si fa strada.

E a maggior ragione non si capisce davvero come possa ancora reggere la sua tesi sulle colpe individuali e l’estraneità della Regione. Esiste un problema etico e politico enorme, che non può più essere ignorato.

Il governatore e la sua maggioranza hanno perso ogni legittimità istituzionale e ogni credibilità. Le dimissioni di Boni sono già in ritardo. Arrivino ora. E subito dopo anche Formigoni lasci, restituendo onorabilità a Regione e Consiglio e voce in capitolo ai lombardi”.

Milano, 7 marzo 2012

Intervista: i principi della legalità

MilanoSud intervista Giulio Cavalli. Di Paolo Piscone.

Giulio Cavalli : i principi della legalità

«…il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.»

Giulio Cavalli, classe 1977 scrittore, autore, attore e dal 2010 anche politico. A soli 24 anni ha fondato a Lodi la compagnia “Bottega dei mestieri teatrali” iniziando a firmare il testo e la regia di molti spettacoli. Ciò che in questa intervista ci interessa evidenziare è la crescita e l’evoluzione personale ed artistica di un giovane pervaso dalla voglia di raccontare e che lo porterà, non solo sul palcoscenico, ad essere in prima fila nella battaglia per la legalità contro il sistema mafioso stigmatizzando nel contempo l’indifferenza di parte della politica e della società civile. Come dirà più avanti Giulio Cavalli «La passione per la legalità non è un’ hobby…ma è un dovere» e il coraggio non è la mancanza di paura ma la consapevolezza che esiste qualcosa di più importante della paura stessa» [James Neil Hollingworth] : è la dignità di essere uomini liberi, in un mondo libero e solidale.

«Si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non si può resistere all’invasione delle idee e degli ideali. Le idee possono essere offuscate ma non sconfitte» (Fratelli di sangue- Nicola Gratteri, Antonio Nicaso)

Cosa l’ha spinta sulla scena del palcoscenico?

«Fin da piccolo,quello volevo che fosse il mio lavoro. Pensavo che nella vita non ci fosse privilegio più grande che quello di raccontare storie. Mi sono trovato a scriverle, poi per egoismo e forse per egocentrismo ho iniziato a recitarle io. Sono finito così per fare anche l’attore»

Quali sono stati i suoi Maestri?

«Nel teatro penso a Paolo Rossi. E’ stato il mio primo incontro e sicuramente ha segnato una svolta. Poi negli anni penso all’incontro con Dario Fo e alla collaborazione su un suo testo. E’ stata l’unica volta che ho portato in scena un testo non mio. Poi penso a Renato Sarti, un esempio di teatro applicato alla cittadinanza che tanto mi ha insegnato e continua ad essere per me un riferimento non solo sulla scena ma anche e soprattutto nella vita.»

Il 2006 con “Kabum” lo possiamo definire come il bivio, la svolta dell’uomo e dell’artista Giulio Cavalli ?

«Si. Fino al 2006 eravamo una Compagnia Teatrale classica, io ero il drammaturgo e il regista degli spettacoli e recitavo nella parte di Arlecchino, perché nella commedia dell’arte quella era stata la mia formazione. Nel 2006 scriviamo ‘Kabum’ e lo scriviamo con un grande uomo milanese:Aldo Aniasi. Decidiamo di provare a raccontare la resistenza però alla stregua dell’ Arlecchino quindi con la risata. Il testo era stato scritto per Paolo Rossi. Un giorno però Paolo Rossi me lo fece leggere su un palcoscenico, se non ricordo male eravamo a Grosseto, e mi disse che la migliore soluzione sarebbe stata che fossi io a rappresentare l’opera. Un passaggio dunque dalla compagnia teatrale nella sua accezione più classica, a monologhi che mi consentirono di poter coniugare in teatro para-giornalismo e para-attivismo sociale»

Con “Do ut des” (2008) sposta la sua attenzione al mondo della MAFIA, andando oltre il velo della mera cronaca, ridicolizzando gli uomini d’onore e i loro riti : perché questa scelta?

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale”.[Paolo Borsellino]

«Perché dopo Kabum…ci siamo accorti che il palcoscenico ci dava la possibilità di raccontare, sotto ottiche diverse, dei fenomeni che spesso finivano ai margini dell’attenzione dei media o della discussione della società civile.» Ma prima di approdare a ‘Do ut des’ «andiamo in scena prima con uno spettacolo sull’ incidente di Linate del 2001» denunciandone «le responsabilità politiche e i meccanismi molto para-mafiosi» e poi con (Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers dove raccontiamo ciò che è successo al G8 di Genova. Notiamo che se la risata applicata alla tragedia o ad eventi storici come la resistenza o a temi non facili come il G8 funziona, se la risata funziona contro i prepotenti, i prepotenti peggiori forse sono gli uomini di mafia. Poi grazie all’intuizione di Rosario Crocetta (“Sindaco antimafia” di Gela e Parlamentare Europeo ndr) decidiamo di provare a ripercorrere la strada , già percorsa da Peppino Impastato (politico, attivista,conduttore di Radio Aut, candidato nel ’78 nelle liste di Democrazia Proletaria, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978 ndr), da Salvo Vitale (compagno di lotte di Peppino Impastato n.d.r.), e da Riccardo Orioles (giornalista antimafia ndr) provando a metterla in pratica sul palcoscenico. Si perché, la mafia è un po’ come la politica, se tu non ti occupi di lei è lei che si occupa di te. Con Do ut des, e questa è la svolta vera, incominciamo a fare SPETTACOLI CONTRO. Qui non ci interessa più solo raccontare il fenomeno, perché qualsiasi Magistrato lo sa raccontare meglio. Qui ci interessa utilizzare l’arma della risata per dare contro, come un guanto di sfida. Con Do ut des tutti gli spettacoli sono diventati atti d’accusa»

Aveva messo in conto che la scelta per un teatro di denuncia della mafia l’avrebbe poi portata ad essere oggetto di minacce di morte?

«Si l’avevo messo in conto perché tutti quelli che si occupano di mafia sono oggetto di ‘attenzioni’ diciamo non propriamente “civili”. Sul ricevere delle pressioni eravamo pronti fin dall’inizio. Per me è stato molto più facile rispetto ad altri perché le intimidazioni sono state graduali .Quindi io ho avuto all’inizio una sensazione, poi una conferma, poi un innalzamento del livello di attenzioni, poi sfociate nella minaccia. Questa gradualità mi ha permesso di essere ben consapevole . Quindi posso dire che l’ho proprio scelto».

Dal 2008 è sotto scorta: come vive questa condizione soprattutto pensando a sua moglie e ai suoi figli?

«Io molto tranquillamente, nel senso che rientra nella mia scelta. La questione della tutela e delle scorte rientra in un affare privato tra il tutelato e il tutelante che è lo Stato e non deve essere oggetto di banalizzazione e di pubblicizzazione. Lo spessore delle battaglie, le minacce e le scorte, sono le conseguenze, mentre invece noi dobbiamo lavorare sulle cause. C’è però un problema etico importante ed è che la famiglia non ha scelto tutto ciò. Quindi per me c’è il dovere di tutelare la mia famiglia più che pretendere di essere tutelato. Ho la fortuna di avere una moglie che ha sempre condiviso il percorso e insieme siamo sempre riusciti a cercare di normalizzare il più possibile questa condizione. Io mi auguro che quando i miei figli saranno grandi, e questo è uno dei miei obiettivi, trovino questi primi anni della loro vita abbastanza incredibili, perché saremo riusciti tutti insieme a fare dei passi in avanti»

In occasione del 17° anniversario della strage di Via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta legge “Lettera a mio figlio per Via D’Amelio”: qual’era il messaggio?

«Il fatto è che secondo me ci concentriamo troppo spesso sulle analisi, sugli aspetti pittoreschi di questo o quel boss, sull’efferatezza degli omicidi e dimentichiamo il lato umano. E la storia delle mafie in Italia è una storia di dolore e credo che noi narratori e teatranti, abbiamo l’obbligo di raccontare questo dolore. Paolo Borsellino è stato ucciso proprio nel momento in cui era figlio, quindi non era Magistrato. Questa cosa mi aveva molto colpito, come se dedicarsi ai normali affetti sia uno di quei momenti di debolezza che ti rende molto più vulnerabile e individuabile. E il figlio che citofona alla madre, come abituato a fare le tutte le domeniche, era una fotografia che serviva a raccontare l’ ordinarietà di questa lotta»

La Politica è molto spesso un passo indietro rispetto alla Cultura nella lotta alle mafie. Perché?

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.[Paolo Borsellino]

«Perché non è stata credibile. A parte l’azione di alcune grandi figure che in prima persona hanno combattuto la mafia, come Danilo Dolci, Pippo Fava, Peppino Impastato, Pio La Torre, il Sindaco Vassallo, , siamo il paese di tanti amministratori piccoli che non sono alla ribalta, non guadagnano, ma anzi forse spendono soldi per fare politica. Ci si dedica un po’ troppo a fare antimafia è un po’ troppo poco a studiare la mafia. L’alfabetizzazione è un compito dell’arte, della cultura e della politica in un paese normale. Plutarco diceva che la politica è la più alta forma d’arte. Lo spessore culturale era uno degli aspetti determinanti per la meritocrazia politica. Lavoriamo perché torni ad essere così»

Lei sta portando avanti il suo impegno e la sua lotta contro la cultura dell’illegalità oltre che in Teatro e in Regione, anche nelle scuole. Dunque una operazione che parte dal basso, dal territorio. Perché, e quale messaggio intende dare ai giovani?

“La lotta alla mafia deve essere … un movimento culturale e morale, anche religioso, che abitui a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.” [Paolo Borsellino]

«L’amore per la legalità, la passione per la legalità non è un’ hobby, come ogni tanto in Lombardia mi è capitato di sentire, ma è un dovere. Uno dei doveri è educare i giovani affinché le leggi siano vissute come opportunità di convivenza sociale e solidale. Io credo che la criminalità organizzata non riuscirà a sconfiggere una generazione educata. Palermo è rinata nel momento in cui i ragazzi delle elementari, come è successo l’anno scorso all’anniversario di Falcone, hanno letto le loro poesie sulla mafia . Significa che non hanno avuto bisogno di scavalcare i cadaveri sui marciapiedi per sapere che cos’è la mafia, ma hanno avuto il tempo per potersi responsabilizzare e di prendere coscienza»

Come uomo politico, Consigliere Regionale di Sel, quale il suo impegno su questo fronte?

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.[Paolo Borsellino]

«Quello di educare alla legalità. Sono molto contento della legge, che siamo riusciti a far passare in Regione, e che ha portato in febbraio all’insediamento dell’Osservatorio sulla legalità. Penso che ciò costituisca una grande innovazione, non tanto perché abbiamo inventato “l’educazione alla legalità”, che a Milano c’è da anni, ma perché chi si occupa in questo campo sia legittimato, rendendolo quindi più forte e meno esposto ad eventuali ritorsioni non sempre lecite. E poi raccontare come la politica, abbia perso il senso dell’importanza istituzionale, perché la legalità passa attraverso il rispetto delle istituzioni. Noi proviamo a combattere contro una Regione che sulla questione dell’oligarchia delle regole, e quindi della sparizione delle regole, ha dimostrato di essere un ottimo alleato delle mafie»

Quali dovrebbero essere i compiti dell’Osservatorio sulla legalità di cui anche lei è componente e come intenderà contribuire?

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo [Paolo Borsellino]

«I compiti della Commissione, sono quelli di verificare i temi, di proporre eventi e metodi di sensibilizzazione alla legalità e contrasto alla criminalità. Un compito molto importante perché rientra nel compito dell’alfabetizzazione. La legge prevede anche un finanziamento importante, 500 mila euro. Quest’anno la giornata In memoria delle vittime di mafia, istituita dalla Associazione Libera di Don Ciotti, vedrà l’evento in Regione. Saranno poi fatti alcuni corsi all’interno delle scuole e soprattutto agli Amministratori, perché le mafie corrompono gli Amministratori , inquinano la coscienza dei ragazzi. »

Ultimamente è stato stigmatizzato un certo presenzialismo antimafia che dimentica troppo spesso le realtà che operano dal basso e coinvolgono giovani in difficoltà. Lei come risponde a queste accuse?

«Che sono giuste. Se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo riconoscere che chi per troppo amore per se stesso, chi per consenso, tende a credere che qualsiasi tema si tocchi sembra parti dal punto zero e di essere i profeti unici, sbaglia. Noi abbiamo delle realtà che operano da anni su tutti i territori. Ad esempio in Lombardia l’Osservatorio per la Legalità in passato si chiamava Società Civile. Non abbiamo quindi inventato niente. Siamo un paese che non riesce ad avere memoria di quello che di buono è stato fatto e che ogni volta riparte da zero. Sulla questione dell’antimafia siamo portati più al ‘vippismo’ in forme diverse. Borsellino e Falcone, avendo ben analizzato anche l’aspetto culturale , dissero «…questa è una battaglia che ha bisogno dell’impegno ordinario di tutti e non dell’impegno straordinario di pochi». Questa dovrebbe essere una frase sempre ben presente per chi si ritrova ad operare in questo campo.»

Cosa significa essere indifferenti e cosa produce nel sistema sociale il suo radicamento?

«Questo l’ha raccontato benissimo Ilda Bocassini. Siamo un paese dove gli intellettuali sono un po’ latitanti, ed ai Magistrati tocca fare anche gli intellettuali. Disse Ilda Bocassini che noi non possiamo più dire di non sapere, e che l’indifferenza è una forma di collusione. Io credo che quando si è di fronte ad una emergenza bisogna decidere esattamente da che parte stare. Da che parte stare significa essere partigiani e che non significa essere tutti uguali. Significa avere delle opinioni diverse, ma un nemico comune che tutti riconoscono come una priorità nell’azione politica sociale e civile. L’articolo 4 della Costituzione dice: Ogni cittadino italiano ha il dovere con la propria professione , con la propria funzione di concorrere alla crescita materiale spirituale del proprio paese. In questo articolo c’è tutta l’onestà intellettuale della battaglia antimafia, perché afferma di evitare gli eroismi, di svolgere bene la propria funzione, la propria professione, consapevole che ognuno di noi è un ingranaggio di un meccanismo che se oliato funziona»

James Neil Hollingworth disse “ Il coraggio non è la mancanza di paura ma la consapevolezza che esiste qualcosa di più importante della paura stessa “. E’ d’accordo con questa definizione?

«Si. In realtà io credo che più che coraggio sarebbe più opportuno parlare di urgenza. C’è l’urgenza di fare alcune cose e ci sono dei modi su cui non si può soprassedere. Che poi dei modi normali oggi ci rendano identificabili o attaccabili , cioè che la normalità diventi eccezionale è un problema sociale molto più ampio che sta nella pavidità, nell’indifferenza della moltitudine e non nell’eroismo dei pochi. Credo quindi sarebbe anche meglio non parlare di paura e coraggio su questi temi, di sgombrare anche su questo il campo, e parlare piuttosto di doveri e di diritti che poi sono i principi della legalità.»

La mafia è pervasiva a Milano e in Lombardia?

Si , l’attività giudiziaria continua a raccontare quanto sia pervasiva la mafia. A Milano parliamo soprattutto di ‘ndrangheta ed è presente in diversi settori . Nelle cooperative del mercato ortofrutticolo, nelle cooperative di trasporto, nel gioco d’azzardo, nei videopoker, nella sicurezza dei locali notturni, nel riciclaggio, nella ristorazione. Direi che la storia della mafia in Lombardia è una storia antica. E’ la storia di Epaminonda , di Turatello… Sono esistiti diversi modi di averne consapevolezza e secondo me diversi modi di combatterla. Un’emergenza di fatto esiste e lo racconta ad esempio il fatto, che a Milano, con il nuovo Sindaco, (al di là dell’aspetto prettamente politico, su questo tema ha preso delle posizioni anche forti e tra l’altro avendo anche il coraggio di sfidare la timidezza delle istituzioni e delle forze dell’ordine, perché qui non è tutto bianco e tutto nero), un bene confiscato alla mafia è stato bruciato nel momento in cui è stato riassegnato. L’ottimismo per alcune battaglie vinte non deve però evitare di essere realisti :nel varesotto hanno accoltellato capi degli Uffici Tecnici, in Lombardia ci sono molti Sindaci minacciati. Io credo che siamo assolutamente in piena emergenza. Come disse il Procuratore Alberto Nobili “…non abbiamo ancora imparato che l’attività giudiziaria interviene sulle macerie e quindi su ciò è già avvenuto”, quindi non è risolutiva ma racconta ciò che è stato. L’operazione Infinito ci racconta ciò che è stato fino al 2010. Noi dobbiamo avere quanto prima le chiavi di lettura per provare ad immaginare per prevedere ciò che succede. Io credo che il fatto che le mafie abbiano “alzato il tiro” , può essere una buona notizia, perché significa che si sentono molto meno protetti e molto meno impuniti rispetto a quanto avvenuto prima.

Se dovesse continuare così si potrebbe prevedere un acuirsi dello scontro?

Credo di si, soprattutto in previsione dei grossi lavori di Expo 2015, ma anche in generale anche per lavori di altre infrastrutture ugualmente appetibili come Pedemontana o Brebemi, (un’autostrada costruita sui rifiuti tossici ndr). Ciò provocherà secondo me innanzitutto un ‘assestamento’ nei rapporti interni della ‘ndrangheta, in parte peraltro già avvenuto con l’uccisione di Carmelo Novella che voleva rendersi autonomo dalla Calabria. Io credo quindi che ci attende un tempo abbastanza buio.

Quindi il rischio è che il tiro possa essere alzato proprio nei confronti della politica?

«Si credo proprio di si. Del resto anche su questo abbiamo eventi recenti che ce lo raccontano…Provate a pensare, il Sindaco di Pollica Angelo Vassallo è vero che è un Sindaco di un piccolo paese ma è una di quelle storie che rimbalza solo dopo una fine tragica. Noi viviamo in una nazione dove è stata ammazzata gente come Fortugno che ricopriva ruoli istituzionali molto alti. Non siamo negli anni di piombo degli anni ’90, ma la mafia ha dimostrato di puntare molto in alto»

Lei recentemente ha nuovamente ricevuto minacce?

«Il mio rapporto con la criminalità organizzata è sempre stata abbastanza regolare , quindi non mancano ogni tanto di dare segnali di presenza. Ultimamente in queste ultime settimane ho vissuto momenti più difficili e allora ogni tanto quando succede , soprattutto quando si intensificano i segnali significa che probabilmente ho toccato qualche corda giusta . La cosa che mi lascia sempre molto perplesso, e questo vale per l’incendio di Affori, e vale per alcuni segnali che ho vissuto io negli ultimi giorni è che lo fanno sempre con molta sfrontatezza. E se lo fanno con molta sfrontatezza significa che si sentono protetti dall’indifferenza sociale. Quindi forse a livello sociale non abbiamo ancora raccontato e fatto vedere quanto possiamo essere vivi. Questo è l’aspetto secondo me più importante»

Milano, 9 febbraio 2012 Paolo Piscone

 

Quante volte ancora Giulio?

06 Febbraio 2012 - di A. Berti e A. Bertoncini (da IlGardesano.it)

Un racconto storiografico sulla vita di uno dei personaggi più influenti e potenti della nostra repubblica. Uno spettacolo per colludersi con la verità.
Il termine Verità indica una varietà di significati che esprimono un senso di accordo con la realtà. Giovanni Pascoli parlando dell’innocenza diceva: “Intendo per innocente non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso.” Verità e innocenza, questi sono i cardini dello spettacolo messo in scena da Giulio Cavalli accompagnato da Cisco, ex cantante dei Modena City Ramblers, al Teatro Dim di Castelnuovo del Garda. Parole che hanno un’importanza fondamentale nella vita di ogni uomo e nella società. Protagonista del racconto è l’onorevole Giulio Andreotti, principale esponente della democrazia cristiana e protagonista della vita politica italiana della seconda metà del ventesimo secolo, le sue frequentazioni mafiose e le sue bugie confessate.Una figura potente e misteriosa che custodisce molti dei più grandi misteri di questo paese. Beppe Grillo durante i suoi spettacoli ne parla così: “Quando Andreotti morirà e potranno toglierli la scatola nera dalla gobba, allora finalmente sapremo la verità di molte cose”. E’ la battuta di un comico, e come tale va presa ma come ha ribadito Cavalli il ruolo del giullare non è solo quello di divertire ma di rappresentare la realtà. Certo ognuno ha una sua verità, ma le prove fornite nel corso dello spettacolo, le testimonianze filmate e scritte rendono più facile per ognuno di noi riconoscere il giusto dallo sbagliato, la verità dalla menzogna. Una frase su tutte riassume lo spirito e il fine dello spettacolo. Cavalli prima di lasciare la scena saluta il pubblico dicendo: “Ora, che vi piaccia o meno, voi siete collusi con la verità!”.

***  *** ***

Cisco, quando è nata l’idea per questo spettacolo? Giulio da anni aveva in mente di fare questo spettacolo. Tempo fa quindi mi contatta per le musiche, visto che mi conosceva come ex Modena City Ramblers, e voleva riutilizzare alcuni pezzi come I cento passi Quarant’anni più altre musiche originali. Passano un paio di anni dove non ci siamo sentiti e nell’aprile del 2011 mi chiama e mi dice “Cisco, a maggio si va in scena. Hai preparato i pezzi?”. Io non avevo fatto niente fino a quel momento, allora lui mi ha mandato il testo scritto e ho iniziato a inserire alcuni pezzi ri-arrangiandoli e a comporne di nuovi. Quante volte Giulio e la Ninna nanna italiana che in qualche modo aprono e chiudono lo spettacolo sono stati realizzati per lo spettacolo, come anche I tempi siamo noi, un frammento che poi è stato inserito nel mio album appena uscito dal titolo Fuori i secondi. Man mano che andiamo avanti con lo spettacolo va sempre bene e migliora di sera in sera.

Giulio, cos’è che ti ha spinto a scrivere e a portare in scena questo spettacolo? Quando mi è successo quello che mi è successo, il 90 per cento delle persone pensano che finisci scortato a causa dei boss mafiosi. E finché non riesci a capire che il problema è di tipo politico, non ne esci. Un giorno discutevo con Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli sulla vicenda Andreotti e ragionavamo sul fatto che la vicenda è conosciuta in maniera approfondita dalle persone che si sono occupate direttamente della storia. Ma in generale Andreotti è considerato una persona innocente tra le persone normali e siccome il teatro è uno dei mondi dove riesci a raccontare queste cose, l’idea è nata da qui. Anche perché se capisci in cosa è colpevole Andreotti, riesci anche a riconoscere gli andreottismi di oggi.

Il mio ultimo libro: L’INNOCENZA DI GIULIO – booktrailer

Le mie foto, i miei posti

  • L'INNOCENZA DI GIULIO alla Feltrinelli, Monza. Con Pippo Civati.
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  • Pietro Piccinini della Cooperativa Ruah racconta l'esperienze d'accoglienza #nonmifermo
  • Manila Filella sulla legislazione verso la clandestinità #nonmifermo
  • Edda Pando interviene a #nonmifermo
  • Maurizio Martina segretario regionale PD interviene #nonmifermo
  • Pino Petruzzelli legge passi dal suo libro GLI ULTIMI #nonmifermo
  • Romana Vittoria Gandossi racconta delle xenofobie del sindaco di Adro #nonmifermo
  • Luciano Scagliotti (ex presidente ENAR): integrazione è possibilità di partecipare alla vita sociale, politica e lavorativa #nonmifermo
  • @MartaFratter: 'Su certi temi non si può rimanere indifferenti. Imparare ad essere intolleranti con i prepotenti.' #usalatesta
  • A Massafra. Pronti per andare in scena.
  • A Perugia, con Gian Carlo Caselli per discutere de L'INNOCENZA DI GIULIO
  • Noi non dimentichiamo Pio La Torre e Rosario Di Salvo uccisi dalla mafia a Palermo il 30 aprile 1982.

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