IJF2012 / EVENTI / SALA NOTARI INCONTRO CON / 29 APRILE 2012
Giustizia e potere con: Gian Carlo Caselli,Giulio Cavalli
Due libri, L’innocenza di Giulio (Chiarelettere) e Assalto alla Giustizia (Editore Melampo), per capire se l’Italia possa essere un paese normale, “senza più quello stravolgimento dei valori che arriva a presentare come trasgressione il controllo di legalità”. Per capire come mai, finora, ogni stagione politica abbia avuto la propria “innocenza di Giulio”, in cui il potere riesce ad assolvere se stesso anche quando gli indizi e le prove dicono che è colpevole.
Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella mia vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.
La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande chiarezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie. (Italo Svevo, La coscienza di Zeno)
Oggi compirebbe 100 anni.
Il pubblico è come un bambino. Se gli si lascia un bel giocattolo lo rompe subito. Bisogna aver pazienza, giocare assieme.
Renato Rascel nasce “per caso” a Torino durante una tappa della tournée della compagnia d’arte in cui lavorano suo padre Cesare Ranucci, cantante di operetta, e sua madre Paola Massa, ballerina classica. Riceve il battesimo nella Basilica di San Pietro secondo il desiderio del padre, romano da sette generazioni, ed alla città eterna la sua vita resterà sempre legata.
Affidato dai genitori ad una zia, a causa del loro lavoro che li costringeva a continui spostamenti, Renato cresce nell’antico rione di Borgo insieme alla sorella Giuseppina (scomparsa prematuramente a soli diciassette anni). Frequenta la Scuola Pontificia Pio IX, gestita dai Fratelli di Nostra Signora della Misericordia i quali, oltre ad impartire l’insegnamento scolastico, organizzavano corsi di canto, musica e recitazione. Già durante la partecipazione a queste attività Renato mostra i segni del suo precoce talento, al punto di essere ammesso a far parte, all’età di dieci anni, del Coro delle Voci Bianche della Cappella Sistina, allora diretto dal Maestro don Lorenzo Perosi. Sempre in questo periodo si esibisce per la prima volta in pubblico come batterista di un complesso jazz di dilettanti scritturato dal Circolo della Stampa.
Poco tempo dopo debutta in teatro a fianco del padre, divenuto direttore della filodrammatica “Fortitudo”, nel dramma popolare Più che monelli, dove interpreta la parte di un ragazzino che muore a causa di un sasso tiratogli da un compagno di giochi.
Consapevole del fatto che la carriera artistica non è tra le più facili e remunerative, il padre cerca di avviare Renato a lavori più sicuri e redditizi. Per qualche tempo lavora come apprendista calderaio, muratore e garzone di barbiere, ma il richiamo dell’arte è troppo forte per lui. Renato ha solo tredici anni quando viene scritturato in pianta stabile come musicista dal proprietario del locale “La Bomboniera”, ed in seguito suonerà alla “Sala Bruscolotti” noto ritrovo della Capitale. A quindici anni entra a far parte del complesso musicale “Arcobaleno”. L’impresario teatrale napoletano Luigi Vitolo, notata la sua esuberanza, lo spinge ad improvvisare negli intervalli dell’orchestra numeri di danza e di arte varia che riscuotono ilarità e successo dal pubblico. Il resto qui.
DA LEFT di SIMONA MAGGIORELLI
Andreotti non è stato assolto. “Ma in Italia la parola prescrizione viene scambiata per assoluzione”. Denuncia lo scrittore e attore Giulio Cavalli. Che nel libro L’innocenza di Giulio ricostruisce i rapporti fino al 1980 fra il senatore e la mafia. Intano la gestione andreottiana del potere, con rapporti pericolosi con malavita e lobbies, ha fatto scuola in Italia
Vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta (in perfetta buona fede, perché questo le è stato fatto credere con l’inganno) che Andreotti sia innocente. Di più: vittima di una persecuzione», scrive Gian Carlo Caselli nella prefazione al libro di Giulio Cavalli L’innocenza di Giulio.Andreotti e la mafia(Chiarelettere).
Un testo che ha il merito di raccontare in modo puntuale come sono andate veramente le cose, riportando in primo piano il fatto che «l’imputato fu dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980», per dirla ancora con le parole di Caselli che, come capo della procura te dell’opinione pubblica italiana».
Anche per questo, per «un dovere di civile di ripristinare la verità storica» l’autore de L’innocenza di Giulio sta viaggiando in lungo e in largo per la penisola presentando il libro con intellettuali e magistrati, cercando di stimolare un pubblico dibattito:( il 29 al festival del giornalismo di Perugia con Caselli e il 30 a Milano con l’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio di quel Giorgio Ambrosoli che si trovò ad indagare sulla banca di Sindona e che non si piegò ai ricatti. Per questo fu ucciso nel 1979.
Nel frattempo, per raggiungere un pubblico ancora più vasto, L’innocenza di Giulio è diventato anche uno spettacolo teatrale. In scena Cavalli ingaggia un serrato corpo a corpo con il “Divo Giulio” che, a mani giunte, giganteggia nella scenografia alle sue spalle. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare». «Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato»
. Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo pio. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare».
«Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato». Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo più intenso ed efficace.
«Penso che serva un linguaggio nuovo. Ma anche che sia venuto il tempo di fare una storia dell’antimafia pop», chiosa Cavalli, con un pizzico di provocazione. «Ma autenticamente pop, ovvero popolare. Non credo che la pericolosa perdita di memoria e di partecipazione che attanaglia l’Italia abbia bisogno solo di un nuovo Pier Paolo Pasolini, di intellettuali profeti. Penso piuttosto che sia necessario parlare semplice e chiaro perché la gente possa farsi autonomamente la propria opinione».
Una buona notizia: la richiesta di sequestro e di distruzione de Il Casalese, il libro dedicato alle biografia politica e criminale di Nicola Cosentino, è stata rigettata dal Giudice. Ne avevamo già parlato: ora che si è evitato il rogo rimane la richiesta di un milione e 200mila euro di risarcimento danni. L’ho già detto e lo riscrivo: quel libro (che oggi ancora di più vale la pena di leggere e comprare) è l’unica biografia non autorizzata dell’ex sottosegretario salvato dal servilismo bipartisan di un parlamento garantista con i potenti e macellaio con i poveri. Quel libro è il simbolo oggi del giornalismo che decide di scrivere il fatto che sarebbe meglio oltrepassare, di fare quel nome che porta solo guai e di non essere compiacente. Mai.
Non serve (e non è mai servito) a garantire la qualità del prodotto giornalistico, una soglia minima di decenza al di sotto della quale non si può più parlare di giornalismo. Non serve più, ai pubblicisti, che entro il 13 agosto dovranno essere cancellati dall’albo professionale, come prevede il decreto del governo Monti, sulla base di un principio banale ma sacrosanto: chi non ha superato l’esame di Stato non può essere iscritto all’albo professionale. Non serve ai citizen journalist, ai titolari di blog, alle migliaia di giovani colleghi senza tutela che ogni giorno si sforzano di raccontare questo Paese oltre i recinti corporativi dell’appartenenza professionale e che spesso vengono sanzionati ‘’per esercizio abusivo della professione’’. Non serve più sotto il profilo disciplinare, visto che il decreto Monti lo ha svuotato di questo potere, affidandolo ad un collegio esterno. Non serve ai giornalisti, quelli veri, che non hanno bisogno di un Ordine arroccato a presidio di un’identità ormai virtuale e che negli anni hanno assistito alla mutazione genetica degli elenchi: oggi l’Ordine ha110.000 iscritti, il 70,7% sono pubblicisti, solo il 19 per cento ha un contratto di lavoro, 84 mila di essi sono sconosciuti all’Inpgi e dei restanti 26 mila, 6 su 10 hanno un reddito inferiore a 5000 euro lorde l’anno. Chi sono questi 84 mila e cosa fanno dentro il nostro ordine professionale? Gli resta, come giustificazione della sua esistenza, la formazione professionale, ma è solo un business, fallimentare sotto l’ aspetto didattico e, oggi, anche economico: a Bologna, dove la scuola esiste da anni, hanno sospeso l’ultimo corso, i candidati non ce l’hanno fatta a superare i test di cultura generale. Una riflessione di Giuseppe Lo Bianco. Mentre il ‘giornalista’ Pino Maniaci (un amico di cui ho parlato spesso) chiude Telejato come racconta Ivan Asaro.
Non si può essere felici finché intorno a noi tutti soffrono e si infliggono sofferenze; non si può essere morali fintantoché il procedere delle cose umane viene deciso da violenza, inganno e ingiustizia; non si può neppure essere saggi fintantoché l’umanità non si sia impegnata nella gara della saggezza e non introduca l’uomo alla vita e al sapere del più saggio dei modi. (Friedrich Nietzsche)
Giulio Andreotti è un archetipo del Male. La sua ombra gibbosa aleggia sulle trame della Repubblica come quella di Darth Vader in Guerre Stellari. Gelido, sardonico, implacabile, machiavellico, amico degli amici, impunibile, regista occulto, eterno. I suoi numeri politici sono un corollario di cariche senza soluzione di continuità e raccontano da soli la vocazione al potere di un uomo che a dispetto dell’inprinting democristiano (o forse proprio per quello) è sceso a patti, fra gli altri, con diversì Belzebù: sette volte presidente del Consiglio, otto ministro della Difesa, cinque ministro degli Esteri, due delle Finanze, dell’Industria, del Bilancio, del Tesoro, dell’Interno, delle Partecipazioni Statali, dei Beni Culturali. La spietata anamnesi che segue non viene dal j’accuse di un nemico giurato (a parte qualche magistrato, ne ha?) ma dal memoriale di Aldo Moro nella prigione delle Brigate Rosse:
“…lo scandalo delle banche (…) le ambiguità sul terreno dell’edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture, considerata occasione di facili guadagni (…) la Dc non è certo estranea (…) Ma è naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’on. Andreotti”.
Aldilà delle genuflessioni assolutorie in salsa talk show o dei peana interessati dei tanti servi sciocchi che gli scodinzolano ancora attorno, il Divo è subdolo e calcolatore per antica accezione e in nome di un interesse di Stato (più millantato che effettivo) è dal 1948 che va riempiendo i suoi armadi di scheletri ingombranti.
Ne “L’innocenza di Giulio” di Giulio Cavalli (Chiarelettere, 2012) si indagano i suoi rapporti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo e Stefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, ha nicchiato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scrive, non senza retrogusto un po’ amaro, il giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume:
“La stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”.
Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente. L’autore di questo illuminante libro-inchiesta impiega poco più di 140 pagine per raccontare e dimostrare come stanno e lo fa con coraggio, senza infingimenti né peli sulla lingua, dichiarando ab origine, in una delle introduzioni più belle e non paludate che abbia mai letto (Cavalli è scrittore e autore teatrale, si vede e si sente) che ciò che è venuto fuori dalla sua sacrosanta curiosità e dal suo impegno civile è “un libro maleducato e rissoso. Di un’indignazione che pulsa nelle tempie. Processare Andreotti [aldilà delle aule dei tribunali, n.d.a.] significa far accomodare la presunta democrazia sul banco degli imputati. Un processo da cui non ci si può esimere”. Vivaddio.
«Sai, mia cara, che non siamo distanti l’uno dall’altra? Se una mattina tu uscissi da Terezin e ti dirigessi a nord, e io da Bautzen venissi verso sud, la sera ci si potrebbe incontrare. Andremmo di corsa, no?»
(Jula, Cecoslovacchia ― Museo Monumento al Deportato, Sala 6)
A Como Mario Lucini potrebbe essere un ottimo sindaco per la città. Ne sono convinto. E per questo ho deciso di appoggiare la sua campagna elettorale (e quella della lista di Sel Como che lo sostiene) con uno spettacolo, che è serata politica e raccolta fondi. Se volete, ci si vede lì.