“Oltre 1300 tra operatori della cultura in Lombardia e cittadini hanno firmato l’appello che abbiamo lanciato lo scorso dicembre a sostegno di un settore letteralmente massacrato dall’azzeramento dei fondi regionali.
Pensiamo si tratti di un numero significativo di persone mobilitate in difesa di un bene primario, che non è soltanto strumento di diffusione della conoscenza, ma significa ben più concretamente anche lavoro e produttività, oltre che consapevolezza e democrazia.
E pensiamo che, dopo l’assordante silenzio di Massimo Buscemi e il recente rimpasto di Giunta, ora il nuovo assessore alla partita, Valentina Aprea, sia rapidamente chiamato a intervenire al riguardo.
Da uno stanziamento di 51 milioni di euro nel 2010, si è passati per l’anno in corso a neanche 8. Il che significa per Regione Lombardia non riuscire nemmeno a mantenere le convenzioni con gli enti teatrali attualmente in essere. Una situazione drammatica e inaccettabile, che colpisce la promozione culturale e che mette a rischio imprese con migliaia di lavoratori.
Occorre uno sforzo immediato per restituire fiato al settore. In tal senso chiediamo che il neoassessore dia un segnale forte e che apra quanto prima un tavolo di confronto con gli operatori, impegnandosi a dare risposte, a reperire, pur nel quadro generale di crisi, le risorse necessarie per un rilancio della cultura in Lombardia e a impostare una programmazione di ben più ampio respiro”.
Giulio Cavalli (SEL)
Pippo Civati (PD)
Di solito a botte o a coltellate, quasi sempre per mano di mariti, fidanzati o ex. In Italia c’è una vittima ogni tre giorni, e va sempre peggio.
Se Laura sappia o meno che l’omicidio è la causa principale di morte per le donne, non glielo leggi in faccia. Quello che vedi chiaramente invece, mentre racconta l’incubo di quasi dieci anni di violenze subite da parte del marito, è il sollievo per esserne uscita. Perché, alla fine, quel che resta non sono le botte, ma la consapevolezza di essersi ripresi la propria vita.
Certo, c’è pure la paura che l’epilogo della storia potesse essere diverso, come è stato per Stefania Noce, attivista 24enne di “Se Non Ora Quando” di Catania, accoltellata dal fidanzato che non si rassegnava ad essere ex. Anche per Maura Carta le cose sono andate diversamente, presa a pugni fino ad essere uccisa dal figlio schizofrenico, una delle 19 vittime dall’inizio dell’anno al 15 febbraio.
E se i numeri sono questi, non c’è da aspettarsi niente di buono per il 2012, “considerando anche il fatto – sottolinea Cristina Karadole dell’associazione Casa Delle Donne Per Non Subire Violenza – che è dal 2006 che l’elenco dei femicidi aumenta costantemente, superando la media di 120 l’anno”.
Omicidi che lasciano la scia di storie tutte diverse tra loro, eppure tutte uguali: violenze fisiche e psicologiche come copione fisso di una vita, che vorrebbero rimettere in riga la donna che ha osato troppo. “E’ così che succede – spiega Laura -, ti spengono poco a poco: prima ti fanno sentire una nullità, ti umiliano anche davanti agli altri, ti privano del tuo stipendio. Poi arrivano i cazzotti, e ti illudi che quella sia l’ultima volta”. E non sarà un caso – fanno notare le associazioni femminili – se la maggiore concentrazione di violenze hanno luogo nel più emancipato nord Italia.
L’inchiesta di Valeria Abate per L’Espresso accende la luce su una strage che non ha niente del rosa ma vira sempre sul rosso rame del sangue. Nel bel libro di Marco Cavina “Nozze di sangue” (ed. Laterza) si legge ‘la violenza domestica rappresenta l’anima nera del matrimonio, il suo versante demoniaco, la sua irriducibilità agli schemi tranquillizzanti e coartanti dell’armonia del focolare’. Il punto cruciale sta nel ritenere la violenza sulle donne un argomento osceno, uno di quelli che non riesce ad entrare nel dibattito pubblico per un pudore arcaico di cui non riusciamo a spogliarci. Troppo possibile e troppo vicino per aprirsi alle analisi, troppo doloroso frantumare l’ideale di ‘famiglia’ (così ciellinamente formigoniano, qui da noi) che in fondo serve un po’ a tutti per rassicurarsi. Se la famiglia è l’ultimo welfare in un tempo di sostegni delegati alla parentela e al buon cuore e abbandonati dalla politica, raccontarne i contorni più oscuri può diventare l’ultimo passo prima del baratro.
I dati dei femicidi sono una mattanza che ha il profilo della guerra eppure si consuma in silenzio. Oggi il governo Monti potrebbe cominciare firmando la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, nata a maggio a Istanbul, che costituisce il punto più alto raggiunto in questo lunghissimo percorso di armonizzazione delle leggi, delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta già 16 paesi europei, con l’impegno di superare la violenza di genere. Noi (nel nostro piccolo) in Regione Lombardia lavoriamo al Progetto di Legge num. 136: INTERVENTI DI PREVENZIONE, CONTRASTO E SOSTEGNO A FAVORE DELLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA (lo trovate qui) e ci facciamo carico di parlarne, di costringere a dire e farsene carico. Perché, saremo idealisti, la politica ha l’obiettivo di spegnere la violenza, tra le altre cose, anche se (come diceva bene Friedrich Hacker) la violenza è semplice; le alternative alla violenza sono complesse.
Adesso l’eleganza e l’opportunità entrano nella nuova giunta Formigoni. Vi trovano bei personaggi come Alessandro Colucci, assessore Pdl al verde, che ricordiamo per una sua indimenticabile cena elettorale al ristorante Gianat di Milano, con conto pagato da Salvatore Morabito, l’erede del Tiradritto (“Abbiamo un amico in Regione”, dicevano riferendosi a lui due mafiosi intercettati della cosca di Africo). E come Monica Rizzi, assessora leghista allo sport, che vantava una laurea in Psicologia che non ha mai avuto. Ma il capolavoro del “rimpasto” è l’incarico che Formigoni ha attribuito all’ex presidente della Corte d’appello di Milano, Giuseppe Grechi: delegato alla Trasparenza. Di Grechi si ricordano ottime relazioni all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ma anche, purtroppo, disinvolte telefonate con un membro della P3 (Pasqualino Lombardi), proprio mentre la P3 di Flavio Carboni, Marcello Dell’Utri e Arcangelo Martino si stava dando da fare – sottobanco – per far riammettere alle elezioni la lista Formigoni, esclusa dalla competizione nel marzo 2010 per irregolarità nella presentazione delle firme. Lo scrive Gianni Barbacetto ma, in fondo, lo sanno tutti quelli che leggono i quotidiani e non hanno ceduto all’abbraccio della retorica dell’eccellenza (e ultimamente della trasparenza) formigoniana. E anche di questo parleremo alla prima agorà di NonMiFermo il 3 marzo a Milano. Perché è ora di cambiare passo. Sul serio.
La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appannaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia. [...] Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia. (Enrico Berlinguer)
Non Mi Fermo è diventato il luogo in cui stiamo mentre ci prendiamo la responsabilità di ascoltare, ascoltarci e fare politica. Insieme. Non Mi Fermo non è un partito, non è una corrente (anche se le porte sono sempre aperte) e non è un movimento sostitutivo: Non Mi Fermo è un luogo di analisi e una proposta sempre in fieri. Cittadini e amministratori per cogliere l’opportunità, le buone pratiche e le possibili strade da percorrere.
Sabato 3 marzo alle 14.30 a Milano, la prima Agorà al Teatro della Cooperativa su ‘Etica e Politica’. Intervengono: Sonia ALFANO, Luigi DE MAGISTRIS, Giulio CAVALLI, Chiara CREMONESI, Loris MAZZETTI, Daniele BIACCHESSI, Renato SARTI, Patrizia QUARTIERI, Edda PANDO, Diego PARASSOLE, Federico CIMINI, Giovanni GIOVANNETTI, Claudio MESSORA, Jole GARUTI, Alessio BAÙ, Corrado DEL BO’, Piero RICCA, Vladimiro BOSELLI, Chiara PRACCHI, Iolanda NANNI, Daniele CASSANMAGNAGO, Rodolfo SERIANNI, Osservatorio Mafia Monza E Brianza, G.A.S., Comitati Pendolari, Rete Antimafia Brescia, Comitato Acqua Pubblica.
L’hashtag su twitter: #nonmifermo
Ora, siamo in movimento. Sul serio.
Quanta paura fanno gli omosessuali a Formigoni. Il presidente della Regione Lombardia ha infatti deciso che gay, lesbiche e coppie conviventi non dovevano rovinare il suo San Valentino, e ha mobilitato i collaboratori più fedeli affinché nella notte tra il 14 e il 15 febbraio nessuno potesse tirargli un brutto scherzo. Formigoni e i suoi si sono quindi dovuti inventare un piano di emergenza per evitare che la terrazza del Pirellone somigliasse a un gay pride in miniatura. La prima mossa è stata una semplice dichiarazione, diventata poi un messaggio su Twitter: “S. Valentino a Palazzo Lombardia: il 39 piano non potrà essere utilizzato per manifestazioni di alcun tipo. Vi aspettiamo a Palazzo Lombardia”. Tutta qui la controffensiva formigoniana? Naturalmente no, anche se questa è stata l’unica azione pubblica. Per le altre il team di Formigoni ha preferito via meno ufficiali. La mattina del 14 febbraio, tutti i dipendenti del Consiglio regionale si sono ritrovati un messaggio nella rete interna che li invitava a un’anteprima dell’apertura del 39esimo piano. L’articolo de L’Espresso qui.
La proposta di legge #salvaiciclisti continua a grandi passi. Repubblica ha ripreso l’appello che avevamo lanciato qui qualche giorno fa (con un eccesso di paternità, ma va bene così) e su twitter l’hashtag #salvaiciclisti si conferma vivo. Sul gruppo facebook continuano le adesioni e si cominciano ad interpellare i deputati. Sentire parlare d’inverno di bici è già un fatto strana. Tutti in gruppo è proprio un bel vedere. Noi stiamo preparando le carte per Regione Lombardia.
Siamo in aula a discutere della legge ‘Harlem’ con cui la Lega (in pratica) vuole liberare la Lombardia da kebabbari e affini (trovate info qui). Anzi, in realtà in aula saremo si o no una decina per esempio sui banchi del PDL ci sono sedute 2 persone e sui banchi sella Lega si fa una gran caciara. Anche nei banchi della minoranza galleggia una certa desolazione. E sembra che non si riesca a cogliere la portata culturale che sta dietro alla proposta leghista: la discriminazione come unico ingrediente credibile per combattere la paura. E le discussioni in aula si perdono nei rivoli costituzionali. Mentre qui si chiacchiera come dei ragazzetti in gita fuori i lavoratori ALCATEL manifestano per i tagli che subiscono. Sarebbe un incubo kafkiano ma Kafka in Lombardia non potrebbe aprire una bancarella di incubi. La Lega non vorrebbe.
Il liveblogging del Consiglio Regionale del 14 febbraio sulla legge Harlem
01.32
Il Consiglio é finito all’1 nonostante fosse convocata alle 24 per fare passare la legge-famiglia. Impugneremo la legge.
21.55
Ancora in Consiglio. Continuiamo l’ostruzionismo sulla discriminatoria legge Harlem antikebab.
15.15
Formigoni perde la testa e convoca i dipendenti per arginare il kiss-in. Paga gli straordinari per una pomiciata omofoba.
12.26
I banchi della maggioranza durante la discussione della legge antikebab. Fuori manifestano i lavoratori. Qui la foto
12.12
Il punto della legge antikebab é culturale prima che commerciale: discriminazione come unico antitodo.
11.01
Mentre la Lega propone la boiata anti kebab l’Assessore al commercio Maullu non c’è. Lo raccontano perplesso Roberto Formigoni.
10.36
La legge Harlem della Lega è incostituzionale perché non rispetta l’uguaglianza e non è competenza regionale
10.31
Si discute della legge Harlem della Lega contro kebab e simili. Ovviamente incostituzionale.
10.28
Formigoni sorridente ci illustra il rimpasto dicendo di avere trovato la quadratura del cerchio. Ci ha messo 20 anni.

La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20 mila adesioni in soli cinque giorni).
In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.
Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo che mi unisco all’appello dell’Associazione Ciclonauti per chiedere che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:
Il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.
Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito e attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #salvaiciclisti.
Ora bisogna trasformare i contributi in una seria proposta di legge. Chiunque abbia idee, suggerimenti e collaborazioni noi siamo qui. In bici.
Per darvi una idea: un sistema informativo di un grande Comune – spiega Davide Lipodio, direttore consulenza per la Pa di Engineering – oggi può arrivare a superare le 200 applicazioni e, poiché le competenze sono sostanzialmente le medesime, anche nei Comuni di medie dimensioni si può arrivare a superare con facilità le 100 applicazioni». Su Bologna, per esempio, sono state analizzati 179 programmi. «In queste settimane è in corso l’analisi dei risultati che permetterà di decidere a quali dati dare priorità e quali interventi effettuare per la generazione degli open data. Le prime indicazioni sono confortanti – sottolinea -. Le applicazioni che non gestiscono dati di una qualche utilità per cittadini, imprese e istituzioni si sono rivelate una minoranza». L’esperienza di Engineering con il Comune di Bologna ma anche quelle di soggetti come Spaghetti OpenData stanno dimostrando come estrarre un metallo prezioso ma instabile. «Le pubbliche amministrazioni – osserva Lipodio – rappresentano immensi giacimenti e le applicazioni informatiche che raccolgono, elaborano e trattano i dati pubblici possono essere considerate alla stregua di vere e proprie miniere». La tecnologia c’è, servono solo i minatori. Se ne parla oggi su Il Sole 24 Ore. Servono i minatori e noi (l’avevamo già scritto qui in tempi non sospetti) stiamo provando ad accendere la miccia.