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ottobre, 2009
ottobre 11th, 2009
di Carlo Ruta
Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.
Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.
I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.
Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.
Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.
Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche.
In Guinea Bissau è in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.
Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.
In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area. La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.
ottobre 5th, 2009
Ci sono tutti gli elementi per imbarazzare anche i più grandi negazionisti. Per tanti motivi: c’è l’imprenditore “chiaccherato” atterrato nel lodigiano (con la solita chiacchera, forse malalingua, che accompagna grandi liquidità non indigene che si rovesciano sulla cittadina di provincia) che si compra i prestigiosi bar del centro per un atterraggio in grancassa. Ci sono i gelesi (che in Lodi e nel lodigiano hanno trovato probabilmente un pascolo molto più tranquillo di quella terra di confine che è il sud milano) legati alla famiglia Fiandaca, uomini d’onore di Niscemi attivi a Genova. La vicenda rientra in un troncone dell’indagine portata avanti dal Gico di Genova che si è avvalso di intercettazioni telefoniche, ambientali fino alla puberale forma comunicativa della videochiamata perfettamente funzionale all’esibizione via cellulare di valigette ricche di droga. Riunioni non propriamente convenzionali tenute nei locali del circolo Arci “Il Borghetto” e “La Concordia” di Genova, legati (si dice) il primo ai gelesi (tra cui il mai dimenticato La Rosa bombarolo affamato per le sorti del sindaco di Gela Rosario Crocetta) e “La Concordia” legato alla famiglia Maurici di Cosa Nostra. Tra i filoni dell’inchiesta andati a segno vi sono quello sulle estorsioni del levante genovese e quello sulle bische clandestine con arresti e sequestri in Liguria e la trasmissione di atti anche alla procura di Torino. In tutta questa salsa (che ovviamente non esiste) si finisce dritti dritti nella piazza più tranquilla ma bugiardamente tranquillizzante, quella di Lodi.
E’ cominciato tutto il 3 ottobre. La squadra mobile di Genova ha arrestato tre persone di origini siciliane, ma tutte da tempo residenti nel capoluogo ligure, con l’accusa di estorsione ai danni del proprietario del bar “Spagnuolo” in piazza Vittoria a Lodi. Sulla vicenda, gli investigatori hanno mantenuto il più stretto riserbo. I tre in carcere, erano in attesa della convalida del provvedimento, e hanno avuto il divieto assoluto di incontrare i legali fino all’interrogatorio, che è stato celebrato questa mattina di fronte al gip Daniela Faraggi. I tre sono stati arrestati giovedì, due a Genova e uno in una piazzola dell’autostrada Genova-Milano, in flagranza di reato, mentre si facevano consegnare il denaro dalla vittima. Secondo le accuse, infatti, i tre avrebbero chiesto il «pizzo» allo Spagnuolo, conosciuto a Genova. Gli arresti sono scattati dopo un’indagine condotta dalla Procura di Genova, insieme agli agenti della squadra mobile. Gli investigatori li hanno intercettati e seguiti e al momento dello scambio li hanno bloccati. Uno dei tre sarebbe il fratello di un altro siciliano assolto lo scorso inverno dall’accusa di associazione mafiosa. L’uomo era stato accusato di essere legato alla famiglia dei Fiandaca. In primo grado era stato assolto, mentre in appello era stato condannato. La Cassazione però aveva annullato la sentenza di secondo grado e ordinato di rifare il processo.
Oggi invece restano in carcere dopo l’interrogatorio di convalida di stamani davanti al gip Daniela Faraggi i tre uomini arrestati per il pizzo di 80mila euro. I tre, tutti residenti nel capoluogo ligure A.G., 56 anni; B.C., 37; e M.M., 35; si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Secondo quanto ricostruito A.G. e B.C. hanno numerosi precedenti, ed in particolare A.G. era già stato accusato di omicidio per aver ucciso un altro detenuto mentre stava scontando una pena in carcere. I tre tuttavia non sarebbero legati alla malavita organizzata. Prima di ricevere la richiesta di pagamento del pizzo, all’imprenditore erano stati incendiati due bar. I due esercizi commerciali avevano riportato danni per svariate migliaia di euro.
ottobre 4th, 2009
La vicenda dei testimoni di giustizia in Italia (sempre confusi e indegnamente in bilico nella melma del fraintendimento tra “pentito” e “testimone”) è uno degli angoli vergognosi e tenuti sotto chiave da una paese che è fortissimo nelle celebrazioni ma colpevolmente distratto nella gratitudine dei suoi uomini migliori. C’è una differenza sostanziale tra un collaboratore di giustizia (volgarmente detto “pentito”) e un testimone di giustizia: il primo rinuncia ( o comunque tratta) alla propria pena, il secondo spesso alla propria dignità di vita. E sulla bilancia della giustezza (prima della giustizia) qualcuno ci dovrà spiegare perché un concetto così lapalissiano non sia comunicabile. Perché non venga ritenuto “giornalistico” o politicamente “strumentalizzabile” al di là di qualche serata di costume d’antimafia o qualche docu-marketing-fiction. Un paese che culla le puttane perchè servano a sputtanare il re e intanto lascia sui marciapiedi gente come Pino Masciari o Piera Aiello perché sono spendibili solo nei processi. Un paese che celebra le “scorte letterarie” come oggetto da bestseller e nasconde (male) sotto lo zerbino chi ha sfidato la criminalità mettendosi a verbale. Un paese in cui succede che gente che dallo Stato si aspetta il diritto di stare in sicurezza nell’ombra sia costratta ad urlare per salvarsi e contemporaneamente uccidendosi. Il comunicato di Piera Aiello (attraverso l’Associazione Rita Atria) e quello di pochi giorni fa di Pino Masciari sono il grido più doloroso (e sottovalutato) dell’antimafia non di chi la vorrebbe tanto imparare a fare; ma di chi ci è caduto dentro con la testa alta, lo sguardo fiero e sempre in piedi.
Se ci fosse cuore sarebbe un grazie come un mantra da tutti gli spigoli della nazione.
ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE “RITA ATRIA”
OGGETTO: Comunicato stampa: Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Partanna (TP) dopo 18 anni per rivendicare il suo diritto a Vivere
Tornata nella sua casa di Partanna (TP), Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, per constatare il suo effettivo status di “ex testimone”, come da comunicazioni (e senza motivazione) del Servizio centrale di protezione, che ha demandato alla Prefettura della località segreta i problemi legati alla
sicurezza in base a motivazioni contenute nel documento “stralcio del verbale di riunione del 15 aprile 2009” recapitato alla Aiello (i cui dettagli renderemo noti durante la conferenza stampa).
La Prefettura competente, da parte sua, ritarda ancora ad ottemperare alle misure concordate con Piera Aiello già nel maggio scorso (teniamo a sottolineare che il 2 aprile Piera Aiello aveva appreso che la sua copertura è stata vanificata per cause ad oggi ancora oggetto di indagine e sulle quali
non desideriamo soffermarci, nel pieno rispetto della serenità di giudizio delle istituzioni competenti).
Ricordiamo inoltre che l’art.16-ter della L 45/2001 prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio, cessazione della quale la diretta interessata non ha ricevuto alcuna comunicazione, nemmeno dopo le ripetute richieste rivolte al Servizio
centrale di protezione, che fa capo al ministero degli Interni. Da qui la sua decisione di chiedere un sereno colloquio con le procure siciliane che si sono avvalse delle sue testimonianze per avere chiarezza sulla condizione di pericolo in cui attualmente versano lei e la sua famiglia.
Ci riserviamo inoltre di discutere nell’ambito di “Contromafie”, organizzato da “Libera” a Roma il 23/24/25 ottobre, le politiche da intraprendere insieme ad altre associazioni affinché siano accolte le
proposte di modifica alla legge già presentate ad alcuni parlamentari al forum (organizzato dall’Associazione Antimafie “Rita Atria”) sui testimoni di giustizia tenutosi a Roma il 26 luglio scorso, durante la giornata in memoria di Rita Atria.
Martedì 6 ottobre alle 11.30 a Partanna (TP), in via Crispi 199, si terrà una conferenza stampa in presenza di Piera Aiello, di don Luigi Ciotti.
Per motivi legati alla sicurezza di Piera Aiello è necessario accreditarsi inviando una email all’indirizzo info@ritaatria.it (per informazioni tel 347.262.27.46).
Documento Piera Aiello
Io sottoscritta Piera Aiello nata a Partanna il 02-07-1967 Testimone di giustizia dal 1991 e residente in località protetta, scrivo e intendo rendere pubblico questo documento dopo 18 anni di non vita, grazie ad uomini di Stato preposti a garantire la mia sicurezza – come quella di altri Testimoni di Giustizia – e che invece si sono dimostrati ASSENTI e peggio INDIFFERENTI alle nostre condizioni di vita ed alle condizioni di pericolo cui eravamo esposti.
Sono persone che hanno dimostrato purtroppo un assoluto senso di superficialità per quanto riguarda la questione delicatissima dei Testimoni di Giustizia, invece di dimostrare quella attenzione e quell’attento accompagnamento dei “Testimoni di Giustizia” che lo Stato ha progressivamente imparato ad assumere come compito e tradurre nello spirito e nel dettato delle specifiche Leggi promulgate, ma di cui costoro sembra non abbiano mai avuto conoscenza o comprensione.
Pertanto ho deciso di elencare e rendere pubblica questa situazione attraverso la narrazione di una piccolissima parte della mia vicenda umana che attesta il poco tatto con cui io, e sicuramente molti altri Testimoni di giustizia come me, veniamo trattati fino ad oggi da funzionari e rappresentanti istituzionali che avrebbero invece il compito di essere delicati e quantomeno premurosi e solerti nell’affrontare i nostri problemi, e che invece dimostrano la volontà di lasciare irrisolte le questioni, spesso vitali, poste dal Testimone, o di costruire percorsi limpidi per una fuoriuscita dal Programma di Protezione ed un ritorno a nuova vita in modo dignitoso, dopo il lungo periodo di tribolazioni e peregrinazioni nelle aule dei vari tribunali.
La mia storia è forse risaputa, in quanto ampiamente riportata dai mass media, ma sento necessario – per dare un ordine ed una ragione comprensibile alla conclusione verso cui sono orientata – raccontarne qualche breve tratto ben sapendo che non è possibile rappresentare in poco spazio tutta la drammaticità quotidiana della vicenda che ho scelto di vivere per contrastare la criminalità mafiosa, vicenda che è stata aggravata proprio da una inattesa insensibilità istituzionale da parte di chi avrebbe dovuto accompagnarmi in questa scelta di vita dura e difficile.
Divenni Testimone di Giustizia nel 1991 a seguito di avvenimenti criminali rivelati in deposizioni rese davanti al Giudice Paolo Borsellino ed allo stuolo di Sostituti Procuratori che con lui collaboravano. Venni messa sotto regime di protezione immediatamente. Subito dopo la mia decisione, mia cognata Rita Atria volle condividere la medesima scelta di Testimone di Giustizia.
Quando ho preso la decisione di testimoniare vigeva l’istituto dell’Alto Commissario, solo successivamente vi sarebbe stato l’avvento del Servizio Centrale di Protezione.
Già a quei tempi, in regime di Alto Commissario, si registrava una profonda confusione di compiti, ruoli e modalità di intervento, in quanto i funzionari non sapevano bene come gestire il fenomeno dei Testimoni di Giustizia e facevano molta fatica a distinguere tra questi ultimi ed i collaboratori di Giustizia, cioè coloro che – a differenza dei Testimoni, i quali non avevano mai colluso con i crimini ed i criminali di cui riferivano vicende e comportamenti – si erano dissociati per le più varie ragioni dai crimini e dai criminali con cui avevano precedentemente collaborato direttamente ed attivamente.
L’unica cosa che posso dire con certezza è che quando era in vita Paolo Borsellino le varie mancanze e difficoltà venivano sempre risolte tempestivamente e grazie a suoi diretti interventi, mentre dopo la sua morte le cose precipitarono.
Già dopo pochi giorni dall’omicidio del Giudice, si verificò infatti una vicenda sconcertante. Vennero cioè a trovarci (me e mia cognata Rita) due funzionari che ci dissero: “Dalla morte del Giudice, molti collaboratori si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?”. Allora ci chiamavamo tutti collaboratori, senza distinzione, perché non c’era ancora una legge che differenziasse i due status, ma non credevo che per differenziare un criminale da una persona onesta nella coscienza dei funzionari occorresse un testo di legge, credevo piuttosto che bastasse solo la Verità delle cose. (La legge arriva, ma solo nel febbraio del 2001).
Quella domanda mi ha fatto capire che non avrei più avuto il conforto dello Stato rappresentato da Paolo Borsellino, ma avrei bensì convissuto con l’improvvisazione. Rimasi allibita, risposi con l’unica cosa che potevo dire, e cioè che “se prima avevo un motivo per andare avanti, adesso ne avevo mille”. Mia cognata Rita non rispose. Lei era convinta che la mafia l’avrebbe trovata e uccisa. Aveva ragione Rita: con la morte di Paolo Borsellino era finito tutto, non saremmo più state protette allo stesso modo, e sbagliano coloro che citano Rita solo come vittima della mafia. Rita è vittima dell’indifferenza di funzionari incapaci a capire la differenza tra una pratica ed un essere umano. Come dimenticare l’intervista di Ambra Somaschini (29 luglio 1992 su repubblica) all’allora prefetto di Roma. Alla domanda: “Rita Atria soffriva di depressioni e il settimo piano di quel palazzo anonimo, la solitudine, forse ne hanno provocate altre…”, il prefetto rispose: “Pagavamo 950 mila lire al mese per quell’appartamento. Abbiamo fatto il possibile”. Pagavano 950 mila lire da meno di una settimana (perché Rita ebbe quella casa dopo la morte di Paolo Borsellino), ma non è questo il problema: la risposta doveva essere diversa perché la giornalista parlava di “essere accanto umanamente ”, di un supporto psicologico, per far sentire che dopo Paolo Borsellino lo Stato c’era, e invece … “Pagavamo 950 mila lire”. Umanità misurata col metro dei soldi.
Come dimenticare poi le differenze che venivano fatte tra me e Rita: a me avevano dato un alloggio bellissimo, con tutti i comfort, ma a Rita diedero un appartamentino lugubre. Ci davano un contributo mensile talmente irrisorio che a stento riuscivamo a sbarcare il lunario.
Ritengo importante sottolineare questo aspetto per far capire che noi Testimoni di Giustizia non veniamo trattati tutti alla stessa stregua. Ci sono testimoni di seri “A” e testimoni di serie “Z”.
Dopo la morte di Rita, chiesi di trasferirmi in un convento, stanca di vedere quei funzionari con cui dovevo relazionarmi e che pretendevano di “gestirmi” a modo loro senza alcuna mia partecipazione al disegno ed alla costruzione del mio futuro. Avrei voluto restare fuori dal mondo, ma dopo un paio di anni decisi che la vita monacale non faceva per me, soprattutto per la presenza della mia bambina. Mia figlia era ormai in età scolare, e dunque decisi di trovarmi un appartamento in un qualche paese ed a mie spese mi trasferii nella mia “nuova residenza”.
Chiesi ai funzionari preposti a dare soluzione ai problemi della mia esistenza quotidiana di collaborare per iscrivere la mia bambina a scuola, ma nulla mi venne risposto. Decisi di andare personalmente dal direttore didattico del posto, sperando che fosse un onesto padre di famiglia e non un delinquente. Trovai una persona di coraggio e carica di passione civile: gli dissi chi ero, che non avevo documenti, ma rivendicavo che mia figlia potesse godere del suo inalienabile diritto allo studio.
E fu dunque solo grazie a me e a quel direttore, che mia figlia poté entrare a scuola, sotto false generalità. Quando la bambina frequentava ormai la terza elementare, durante un colloquio presso il Servizio Centrale di Protezione (di fronte a testimoni) una funzionaria del servizio centrale mi chiese quanti anni avesse mia figlia e se andasse a scuola. Le risposi che mia figlia aveva otto anni e che frequentava la terza elementare e che loro avrebbero dovuto saperlo senza chiedermelo!
Non solo il danno, dunque, ma anche la beffa di un ipocrita e tardivo interessamento per una situazione che io avevo tempestivamente segnalato e che era rimasta dormiente per oltre tre anni!
Negli anni successivi, dopo aver conseguito due diplomi, sempre a mie spese, e grazie all’aiuto di persone estranee a quegli uffici istituzionali, chiesi di fuoriuscire economicamente dal programma: volevo tornare libera, volevo lavorare, volevo tornare a vivere!
Mi venne concesso quel “privilegio” dopo dure ed impari lotte, perché nel frattempo non mi venivano attribuite le nuove generalità. Quei documenti rappresentavano per me l’unica possibilità di costruire il mio futuro e tuttavia mi venivano negati. Comunque ci riuscii grazie anche all’intervento di persone che mi stimano e mi vogliono bene e che mi hanno salvato la vita, perché la solitudine mi aveva spinto alle stesse conclusioni di mia cognata Rita.
Venni “liquidata” con una cifra che considero irrisoria, ma a me non importava. Anche se pochi, quei soldi mi consentivano di realizzarmi nel lavoro, mi consentivano di ritornare a nuova vita. E poi c’erano le nuove generalità che mi permettevano di andare a votare dopo 7 anni, di non chiedere in prestito il codice fiscale di un’amica fidata, di uscire e non aver paura di esibire il documento, di portare mia figlia all’ospedale e di scegliere il medico e tutte quelle cose che fanno di un essere umano un cittadino.
Dopo la “capitalizzazione” (la chiamano così la liquidazione) attorno a me è caduto il silenzio istituzionale più assoluto. Nessuno, dico nessuno, si è mai chiesto come io abbia utilizzato tali soldi, se ero riuscita a realizzarmi, nulla, neanche una telefonata per dire: “signora va tutto bene? È viva?”. Il nulla. Eppure mi avevano detto che c’era un funzionario del ministero del Lavoro che mi avrebbe potuto aiutare nel reinserimento lavorativo.
Sapevo che in quegli uffici noi siamo pratiche, ne avevo avuto ampiamente la prova e la stessa storia continuava a ripetersi. Non potevo neppure telefonare per parlare con i funzionari. Addirittura una volta venni insultata perché telefonando avevo chiesto di parlare con il direttore del Servizio Centrale. Mi rispose un funzionario, ammonendomi di non chiamare più!
Insomma quello Stato che mi era stato proposto come la mia nuova famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini, forse per “gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato”.
Ho anche prodotto tutta la documentazione prevista dalla Legge e necessaria perché lo Stato acquistasse la mia casa in Sicilia e mi consentisse di ottenere nella mia nuova residenza beni di “pari consistenza” o comunque qualcosa di dignitoso che si potesse chiamare casa. Lo Stato ha rifiutato di accogliere le mie richieste (offrendomi una cifra offensiva e umiliante per una casa costruita con sacrificio e anni di immigrazione in Venezuela di mio padre) e la vicenda si è risolta nella necessità di avviare una azione giudiziaria con un ricorso davanti al TAR contro quello Stato che mi doveva tutelare per promessa e per Legge! Ricorso che ancora ad oggi deve essere discusso!
Avevo chiesto altre cose che mi spettano di diritto, che non vado qui ad elencare (sempre disponibile a farlo con chiunque nutrisse dubbi sulla mia onestà intellettuale), ma com’è sempre accaduto quando sono andata negli uffici istituzionali, ho trovato apparente disponibilità ed avvertito una “falsa” cortesia, ma nessuna volontà di risposte concrete e tempestive. Così è stato ad esempio per una richiesta fatta a febbraio 2009 e per la quale ancora oggi (settembre 2009) sono in attesa di una qualsivoglia risposta, foss’anche un rifiuto. Non so e non mi è dato sapere se sono state approvate le mie proposte e richieste. Mi chiedo come sia possibile affidare oltre a simili persone la propria vita! Mi chiedo come faccia una istituzione ad ignorare critiche pesanti e denunce fondate contenute nella relazione sui Testimoni di Giustizia della precedente commissione antimafia… Nella nuova commissione hanno ritenuto il problema talmente superfluo o superato che hanno pensato di non istituire una commissione sull’argomento. Non si sono posti neanche il problema se le indicazioni contenute in quella relazione fossero state in qualche modo portate avanti.
Ho avuto un grave problema di sicurezza determinato da un episodio oggi oggetto di accertamento (nonostante tutto confido sempre sul fatto che vinca il primato della Verità e della Giustizia su altri primati meno nobili) che ha fatto saltare la mia copertura. Questo significa che la mafia conosce il mio attuale nome e dove mi trovo.
In seguito a quello che per me e per la mia famiglia è un vero e proprio dramma, a maggio sono stata convocata in Prefettura, dove mi sono state fatte promesse di videosorveglianza. Ho saputo da fonte certa che alcuni dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione sostengono che quei dispositivi di videosorveglianza sarebbero stati già montati (per l’esattezza l’affermazione è stata: “la signora è coperta da videosorveglianza”), cosa assolutamente falsa se riferita alla mia personale situazione. Dunque costoro parlano senza cognizione di causa di cose che non conoscono o che preferiscono ignorare.
Da tutto questo la mia profonda inquietudine: persone e funzionari istituzionali che dovrebbero occuparsi di una situazione di rischio e delle relative azioni di garanzia della sicurezza, mettono invece a rischio deliberatamente con la loro inefficienza le vite umane che sono state affidate all’esercizio dei loro poteri.
Questi signori nei recenti documenti che mi notificano scrivono che sono solo “un’ex testimone” e che della mia sicurezza se ne deve occupare la Prefettura della località segreta. Io posso serenamente sostenere che anche questa è una affermazione falsa o comunque infondata, perché io sono fuoriuscita sì dal programma, ma solo economicamente: ogni qual volta mi devo recare in luoghi a rischio, sono ancora tenuta a comunicarlo al NOP che lo notifica al Servizio Centrale di Protezione, e di conseguenza debbo essere accompagnata da uomini di scorta. Presumo dunque che ciò avvenga perché sono sempre e comunque una persona a rischio di aggressione, quindi soggetta ad essere scortata. Mentre la mafia sanziona che i suoi nemici sono nemici per sempre, lo Stato di Diritto afferma che i Suoi Testimoni divengono ad un tratto ex testimoni e dunque possono essere lasciati in balìa della propria sorte, decisa dai criminali denunciati. Ovviamente nessuno ti notifica che non sei più a rischio e che la mafia (anche quella uscita di galera) ha dimenticato. Nessuno si prende la responsabilità di dirlo apertamente, così magari per aver la certezza che la mia copertura è saltata a causa di due stolti uomini dello Stato forse vogliono il cadavere: “tutto è da verificare”. Qualcuno è arrivato a dire che la mia condizione di presidente di una associazione antimafia mi avrebbe esposta. Ovviamente non hanno dimostrato come. Eppure era stato proprio un sottosegretario a dirmi che la mia storia era talmente importante che bisognava che io andassi nelle scuole. Io nelle scuole ci vado, ma da sola, e cioè senza sponsor politici.
Adesso a distanza di diciotto anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla Vita. Non torno per morire ma per lottare.
Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita (per quanti essi potranno essere) nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione.
Prendo tale decisione con serenità e con consapevolezza. Per proteggere la mia nuova famiglia, per far sapere all’opinione pubblica l’inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l’ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime che a dir poco sono sfuggite loro di mano.
Aggiungo inoltre che intendo che la difesa dei miei diritti è azione imprescindibile per continuare ad andare nelle scuole e parlare della cultura della testimonianza. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera da una bambina di 12 anni del mio paese: “tu vivi esiliata, Rita Atria è morta, ci state chiedendo di diventare eroi?”. Rispondano i funzionari dello Stato a questa domanda. Io ho deciso di dimostrare alla mia Terra che dobbiamo pretendere protezione e allontanare i mafiosi dalle città, e non i cittadini onesti.
Per tali inadempienze, per porre fine alla mia prigionia, per porre fine a vivere una vita non vita
Chiedo
1. L’annullamento dello status di ex testimone di giustizia come da notifiche del Servizio centrale di protezione in netta contraddizione con l’art.16-ter della L 45/2001 che prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio.
In tal senso se viene mantenuto lo status di ex testimone chiedo che organi competenti mi notifichino lo scampato pericolo così come mi hanno notificato il mio esilio.
Ricordo che fino al mese di luglio c.a. mi sono recata in Sicilia con tre uomini di scorta più due di supporto sul territorio, per un totale di cinque uomini di scorta. Se fosse intervenuta la cessazione del rischio evidentemente non avrei avuto bisogno di questi uomini.
2. L’acquisizione dei miei beni. Anche in questo caso interviene l’art 16 ter della L 45/2001:
“se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato”.
3. La concessione del mutuo che avevo chiesto e che da mesi mi si dice essermi stato concesso, mentre invece le mie pratiche rimbalzano tra la banca e il ministero degli Interni in un palese stato di incomprensione. Inutile dire che il mutuo l’avevo chiesto per uno stato di bisogno che solo grazie ad interventi privati sto cercando di tamponare. Per lo Stato sarei già caduta in miseria.
4. Il diritto a vivere insieme alla mia famiglia in maniera dignitosa.
ottobre 4th, 2009
di Carlo Ruta
Fin qui emerge un dato di fondo. In tutti i continenti, negli ultimi decenni le economie di origine illegale hanno vissuto i trend dei mercati da protagoniste, correlandosi alle Borse come entità finanziarie imprescindibili. È andato stabilizzandosi per ciò stesso il raccordo delle mafie con i maggiori business, dalla speculazione immobiliare all’industria dei metalli, dalle energie naturali e rinnovabili all’acqua. Le classifiche di Forbes, che hanno visto scalare un gran numero di magnati dell’est europeo e asiatico senza passato, oltre che autentici gangster, ne danno la misura. La crisi attuale rischia di aprire tuttavia scenari nuovissimi. Sta sollecitando infatti degli aggiustamenti nelle economie clandestine più forti: il narcotraffico, il commercio di armi, le tratte degli esseri umani. E gli effetti sul sistema potrebbero essere non da poco. Negli ultimi due decenni, è emerso un incremento di tali traffici su scala mondiale, nonostante le attività contrasto venute dai governi. A dispetto altresì delle iniziative di organizzazioni sovranazionali, a partire dall’Onu, che, per esempio, negli ultimi anni novanta ha sollecitato, per la prima volta, alcuni paesi produttori di sostanze stupefacenti, l’Afghanistan e Birmania per l’oppio, Colombia Perù e Bolivia per coca e cannabis, alla soppressione di tali colture in cambio di aiuti. Ma cosa sta accadendo di preciso in questo tempo di crisi? I dati che vanno rendendosi disponibili, offrono già delle indicazioni, a partire appunto dal narcotraffico.
I ritmi di modernizzazione, più o meno convulsi, dell’ultimo mezzo secolo hanno finito per incentivare il consumo di massa di stupefacenti, naturali e sintetici. Balzi decisivi di tale domanda sono andati correlandosi comunque con snodi particolarmente difficili. E quello di oggi è tale. Come documentano le cronache dell’ultimo anno, la recessione, che si vorrebbe considerare un capitolo chiuso, sta generando precarietà e vuoti di futuro in tutti i paesi, ricchi e poveri. Può essere in grado quindi di interagire a vari livelli con il mercato dei narcotici. È presto beninteso per poter comprendere l’incidenza degli eventi odierni sull’evoluzione del medesimo. Ma alcuni dati che emergono dal terreno, non del tutto concordanti con i numeri che di recente sono stati fatti dall’Unodc, Ufficio dell’Onu che sovrintende alla lotta al narcotraffico, appaiono significativi.
Nel Sud America, capoluogo strategico dei narcos, la crisi globale ha fermato cinque anni di crescita. Sono state colpite le economie del rame, del petrolio, di altre materie prime. È stato penalizzato l’interscambio con gli Stati Uniti. Milioni di persone sono finite quindi in povertà. Il narcotraffico continua però a progredire. Le aree di coltivazione di cannabis e coca lungo le Ande vanno estendendosi, malgrado le politiche di contrasto dei governi. La produzione di oppio ed eroina si conferma in attivo. In tutte le regioni aumenta infine il consumo di narcotici, mentre migliorano le facoltà di produzione di droghe sintetiche. È quanto emerge da un rapporto pubblicato nel marzo 2009 dalla Latin American Commission on Drugs and Democracy, diretta da Fernando Cardoso, già presidente del Brasile, César Gaviria, già presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, già presidente del Messico. È quanto affiora altresì da ricerche specialistiche. Nei mesi scorsi, su incarico dell’associazione Libera, un team di economisti delle università di Bologna e Trento è intervenuto sulla situazione in Colombia, passando al vaglio 30 mila dati, oggettivi, tratti soprattutto dagli archivi giudiziari. Ha concluso che nel 2008 sono stati prodotti in quel paese da 2.000 a 4.500 tonnellate di cocaina, a fronte di una stima dell’Unodc di appena 600.
A dare conto delle cose sono altresì le emergenze civili sul terreno, che vengono riconosciute a tutti i livelli. Nelle favelas brasiliane, dove arrivano dalla Colombia grandi quantitativi di stupefacenti, i regolamenti fra bande, spesso con vittime innocenti, hanno raggiunto negli ultimi anni picchi inauditi, malgrado le iniziative di contrasto promosse dalla presidenza Lula. In Messico, anello di congiunzione fra le due Americhe, è stata registrata nel 2008 la cifra record di 6 mila uccisioni per affari di droga, mentre in Guatemala, El Salvatore e Venezuela il tasso di omicidi, nello stesso anno, è salito a oltre 100 per 100 mila abitanti, superiore cioè alla media mondiale di ben 16 volte. Per tali ragioni, il presidente dell’Organizzazione degli stati americani, José Miguel Insulza, ha potuto dichiarare che in Sud America il crimine organizzato uccide più della crisi economica e dell’Aids. Secondo il direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa, tali soprassalti di violenza proverebbero che il mercato della cocaina nei paesi latino-americani va contraendosi. In realtà la storia delle mafie, dalla Chicago anni trenta alla Palermo anni settanta, dalla Colombia degli anni ottanta alla Russia degli anni Duemila, indica che gli scoppi di tensione, pur originati da contesti di crisi e di rottura, recano spesso logiche e significati del tutto differenti, correlandosi con poste in gioco che, proprio in determinati frangenti, anziché ridursi, si fanno più attraenti e remunerative.
Alla luce dei fatti, la situazione non appare insomma rassicurante. Tanto più se si tiene conto delle riserve che proprio in questi mesi vanno manifestandosi in tante sedi, pure governative. Nell’ultimo rapporto del Government Accountability Office la guerra ai narcos sudamericani viene presentata come persa, con l’avallo del vice presidente degli Usa Joe Biden, a fronte dei miliardi di dollari che le precedenti amministrazioni hanno erogato ai paesi produttori. L’Office National Drug Control Policy suggerisce quindi svolte radicali, in senso strategico, a dispetto dei freni che permangono negli States. Il convincimento di una partita persa, che un recente sondaggio ha visto condiviso dal 71 per cento degli statunitensi, si fa largo altresì in America Latina, dove con forza sempre maggiore viene reclamata la sostituzione del paradigma, repressivo dalla produzione al consumo, che finora ha ispirato la lotta al narcotraffico. La Commissione di Cardoso, Gaveria e Zedillo ne indica uno nuovo, proponendo di trattare il consumo di droghe come problema di salute pubblica, con mezzi informativi ed educativi. E su tale linea convergono associazioni e altri alti esponenti della politica, come l’ex presidente del Cile Ricardo Lagos, che suggerisce, più espressamente, di legalizzare la cannabis. Orientamenti di questo tipo non mancano del resto nel governo brasiliano di Lula, oltre che nel Senato colombiano, con le rivendicazioni del liberale Juan Manuel Galan, mentre insiste nel programma di Evo Morales, presidente della Bolivia, l’obiettivo di legalizzare il consumo delle foglie di coca, recante radici etniche, per contrastarne il traffico illegale.
In definitiva, il business delle droghe, in Sud America, sta reagendo agli attuali frangenti con conferme e rilanci che risultano impossibili in altri ambiti. Ma non si tratta di un trend localizzato. Andamenti simili vanno registrandosi in ogni altre latitudini, con economie da narcotraffico che stanno riuscendo a imbrigliare i rovesci dei mercati, forti di una domanda che non demorde, di capitali ingenti e condizionanti, di guadagni che restano sicuri a dispetto della war on drugs.
La recessione in Asia va esprimendosi in modo eterogeneo. In Giappone i collassi della domanda, interna ed estera, corroborati dai crolli borsistici degli ultimi anni, stanno frustrando economie dal passato fiorente. Nei paesi del sud-est, dal Laos al Vietnam, riavutisi dal tracollo del 1997 con un iter espansivo che ha raggiunto cifre da miracolo, si conteranno a fine 2009 2 milioni in più di disoccupati. Perfino in India e in Cina, che per certi versi hanno fatto argine al crollo, con il Pil saldamente in attivo, in virtù pure dei cambi monetari a loro favore, si è avvertita la scossa, con una vistosa riduzione dei ritmi di crescita. Eppure le economie della droga, lungo tutto il continente, stanno mostrando di non temere la crisi. Come in America Latina, contano anzitutto sull’abbondanza del prodotto base: nel caso, sulle coltivazioni di papaveri da oppio che ricoprono l’Afghanistan, la Birmania, il Laos, la Thailandia, il Nepal. L’Onu ha conseguito beninteso dei risultati, soprattutto in Laos e in Birmania, dove nel 2008 sono andate distrutte piantagioni per migliaia di ettari. Ma i dati sul terreno sono ben lontani da annunciare svolte, tanto più se si considera che sono gli stati stessi, interlocutori delle Nazioni Unite, a garantire l’esistente, per il tornaconto, diretto o indiretto, che recano nel business, dal traffico in senso stretto al lavaggio di valute. Le movenze del regime di Than Shwe in Birmania sono nel caso esemplari. Le economie di questo tipo beneficiano comunque di altri fatti: l’aumento di produzione di droghe sintetiche, su scala continentale, e una corrispondente crescita nei consumi delle medesime. Non è poco, evidentemente.
Le amfetamine e le metamfetamine contano oggi su una produzione distribuita in tutti i continenti. E ovunque la domanda è sostenuta dal basso prezzo, dalle mode edonistiche, dagli inarrestabili passaparola, probabilmente pure dal disagio, dal deficit di futuro che è proprio delle crisi. Centri strategici ne sono divenuti diversi paesi dell’Europa, ma ancor più il Canada, in cui si confezionano forse i maggiori quantitativi di ecstasy. La diffusione del prodotto asiatico, corroborata appunto da un sensibile aumento di consumo nel continente, costituisce comunque un sintomo. Si consideri un’area di forte concentrazione, quella del Grande Mekong, infeudata ai gruppi che trattano l’oppio: pakistani, thailandesi, indiani, birmani, cinesi. Lungo tale linea, che dallo Yunnan della Cina percorre l’intero territorio del Laos, con riverberi comunque nello Shan birmano, vengono prodotte, in quantità notevolissime, pasticche di crystal meth e di una variante detta ketamina, destinate in buona misura all’estero. Quale può esserne la logica, in una terra che abbonda fino all’inverosimile di papaveri da oppio? Di certo, non è la prova che le droghe tradizionali stiano entrando in crisi, perché il consumo di oppiacei, di eroina in particolare, nei primi mercati al mondo, l’Europa e il Nord America, proprio non demorde. Potrebbe essere invece l’esito di una studiata diversificazione, legata a un orizzonte di domanda che va ampliandosi, con esiti sempre maggiori nei paesi in via di sviluppo, in favore delle droghe meno costose. Il dato testimonia in ogni caso che le economie degli stupefacenti, anche in contesti di crisi, possono essere mosse da logiche aggiuntive ed espansive. E in altre regioni asiatiche le cose vanno appunto in tale direzione.
Un caso emblematico è quello dell’Arabia Saudita. Diversamente che in Iran e in altri stati vicini, in tale paese il narcotraffico ha incontrato nei decenni passati ostacoli che apparivano irriducibili, di tipo culturale anzitutto, per gli stili di vita che vi reggono, legati alla tradizione islamica. Il controllo ferreo delle frontiere sul golfo Persico ha impedito altresì che i grandi deserti della penisola divenissero corridoi di transito degli oppiacei da Oriente a Occidente, contigui a quelli che collegano l’Afghanistan alla Turchia e all’Europa, attraverso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia. Negli ultimi anni le cose sono mutate tuttavia in modo dirompente. L’Arabia Saudita risulta essere uno dei paesi in cui più vengono prodotti e si consumano droghe sintetiche, soprattutto ecstasy e amfetamine del tipo captagon. Prova ne è che nel 2007 ne sono stati sequestrati quantitativi record, pari a un terzo di quelli scoperti globalmente, a fronte dell’1 per cento registrato lungo il perimetro arabo nel 2001. Le droghe sintetiche, ma in una misura discreta pure le tradizionali, dal momento che le sfere di produzione e di distribuzione di massima coincidono, stanno intaccando insomma le frontiere più solide dell’Islam. E, sulla scorta dei dati che vanno emergendo, c’è motivo di ritenere che la recessione, pur trattandosi di aree ben compensate dalle economie del petrolio, stia alimentando tale trend.
Vanno giocandosi in sostanza due partite, congiunte. Le droghe tradizionali formano un mercato stabile, che procede oggi senza scosse, si direbbe in modo ritmico, tanto più nei paesi d’Occidente, dove può contare su un consumo inesausto. Il mercato dei prodotti sintetici, che muove già 100 miliardi di dollari all’anno, circa un terzo cioè del giro d’affari globale delle droghe, si manifesta invece, a fronte di minori investimenti, elastico, veloce, in grado di insinuarsi appunto nei paesi e nelle culture più difficili. Le mappe del narcotraffico vanno aggiornandosi di conseguenza, in favore delle aree e delle mafie che meglio stanno riuscendo a combinare tradizione e innovazione. E tutto questo, riguardo al continente asiatico, in cui la coesione fra i due livelli è probabilmente la più riuscita, evoca un mondo strutturato. Nel Grande Mekong, dove oppio e crystal meth formano appunto un continuum, un’offerta articolata, convergono, come si è detto, interessi molteplici: pakistani afgani, nepalesi, birmani, thailandesi. È decisiva comunque l’influenza delle Triadi cinesi, egemonizzate dalle compagini di Hong Kong e Taiwan: tanto più dopo gli accordi che le medesime hanno concluso con Khun Sha, che nel Triangolo d’Oro fa ormai da decenni le regole dell’oppio, forte di un esercito personale di 8 mila uomini. Il quadro degli interessi, per quanto diviso sul terreno, si dimostra in sostanza aperto. Se i potentati militari del narcotraffico, come nel caso dell’United Wa State Army birmano, usano muoversi infatti in spazi assegnati, perlopiù lungo le linee dei conflitti etnici, le Triadi, servite da un complesso di gruppi territoriali, sono in grado di animare scenari ben più ampi.
Non è possibile definire beninteso quali possano essere gli effetti di tale situazione in questo particolare passaggio. Nuovi balzi in avanti nei traffici da Oriente appaiono tuttavia nell’ordine delle cose, possibili, con guadagni aggiuntivi per i signori del Triangolo d’Oro, ma pure per le mafie potenti che hanno scortato i transiti dell’oppio: da quella russa, che con il narcotraffico ha costruito imperi, oggi stimati e quotati nelle maggiori Borse internazionali, a quella turca, che si potrebbe candidare a nuovi ruoli. È il caso di soffermarsi su questo punto. I boss turchi hanno recato sempre una posizione di prim’ordine lungo le vie dell’eroina che dal sud est asiatico puntano in Europa, attraverso i Balcani. Forti della loro posizione mediana, hanno stretto relazioni con le mafie di ambedue i continenti. Hanno stabilito basi in Iran, in Turkmenistan, in Kazakistan, in altre repubbliche dell’Asia Centrale. Rivendicano, in aggiunta, il dominio delle regioni dell’Asia sud-occidentale, decisi a proiettare la loro egida fino al Golfo Persico, mentre non dissimulano le loro mire egemoniche lungo il Mediterraneo, che potrebbero trovare un appoggio decisivo nell’ingresso di Ankara in Unione europea. Quale nesso può correre allora fra tale progetto di dominio e l’erompere delle metamfetamine in Arabia Saudita, come, probabilmente, in altri paesi del Vicino Oriente? Al momento non è possibile rispondere. Comunque va tenuto conto di un dato: in quelle regioni, penetrate appunto da una solida tradizione islamica, non vengono registrate mafie che per disponibilità finanziarie e, soprattutto, facoltà logistiche possano competere con quelle turche.
In definitiva, non sembra che la recessione abbia preso i gruppi del narcotraffico alla sprovvista, sulla scena globale. I capitalismi “normali” in tempi di crisi vanno in affanno, caracollano, si disorientano. Fatte salve le situazioni di conflitto di taluni paesi, come in Sud America appunto, peraltro cicliche in determinati contesti, quel che emerge nei giri delle droghe è invece la capacità di fare gioco comune. Fatta salva la tradizionale inimicizia fra le Triadi e la Yakuza giapponese, sono appunto le mafie asiatiche a darne esempio, mantenendo oggi, a dispetto di tutto, una integrazione sufficiente. Va preso atto d’altronde che i signori della droga si sono dimostrati previdenti, agendo d’anticipo sulla crisi, diversificando, delocalizzando, puntando alla conquista di nuove aree, di produzione e di consumo, stabilizzando infine i mercati fondamentali, con ogni sorta d’incentivo. L’ultimo decennio ne offre una rappresentazione scenografica con la conquista, pianificata dai sudamericani e non solo, di un intero continente, che era rimasto a lungo marginale nei traffico di narcotici: l’Africa.