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ottobre 7th, 2008

Teatro civile?

La vertigine mi è arrivata ad un incontro organizzato contro le mafie, dopo che si era finiti come spesso mi capita ultimamente a parlare del programma di protezione nei miei confronti per il mio spettacolo Do Ut Des, riti e conviti mafiosi: una ragazza tra il pubblico mi ha chiesto chi me l’avesse fatto fare di uscire dai binari comodi delle storielle teatrali per approfondire e scontrarmi mettendo in pericolo la mia sicurezza e quella della mia famiglia. Lì per lì devo aver avuto in faccia una delle espressioni più sconsolate del mio repertorio.
C’è un malinteso di fondo in quello che è etichettato come “il teatro civile” di seconda generazione in Italia: il mezzo teatrale si è trasformato in un alibi per mediare contenuti e posizioni. Allora forse sarebbe opportuno fermarsi tutti, operatori e critici, per riconsiderare l’obbiettivo di un’orazione civile. Perché l’onda lunga del monologo in quanto commercialmente più appetibile (in un momento nero di mercato teatrale), l’abitudine della favoletta con sullo sfondo la tragedia recente e il suo bacino di affezionati, l’umorismo facile appoggiato sulla comodissima indignazione cronica, l’impacchettamento lacrimevole da scaffale o i funerali da palcoscenico non hanno nulla a che vedere con la funzione di informazione e approfondimento di uno spettacolo  intellettualmente onesto. E così si alimenta sempre di più quel teatro da cassetta che assomiglia nei tempi e nei modi alla Beneamata tivù. Quando i famigliari delle vittime dell’incidente di Linate dell’8 ottobre 2001 hanno fatto irruzione nelle fasi di scrittura e preparazione del mio spettacolo per quella strage ci siamo subito resi conto delle unicità del modus che avevamo a disposizione: il tempo e la vicinanza fisica del nostro pubblico per chiarire (uscendo da quest’informazione commerciale tutta a spot), una faccia e un corpo per accusare guardando fissi negli occhi, un posto fisico dove prendere una posizione. Per questo mi piace pensare ad un teatro partigiano piuttosto che civile dove sia obbligo morale prendere una parte, svelare una tesi e appoggiare informazioni desuete o volutamente dimenticate: un’azione teatrale di svelamento contro la normalizzazione controllata delle opinioni e delle sensazioni. Oggi noi narratori abbiamo la grande occasione di metterci in rete con tutto quel giornalismo non normalizzato che si è definito e ha preso coscienza del proprio ruolo e diventare l’uno per l’altro strumenti di amplificazione e affilatori di contenuti. Recuperare la forza rovesciatrice delle Nuvole o della Rane di Aristofane, la giullarata non mediata dei cantastorie per far fruttare il momento teatrale come occasione ormai sempre più rara di comunicazione profondamente genuina e non manipolabile.
Non è un caso che abbia scelto come compagni di studi e scrittura per i miei spettacoli dei giornalisti, per  rispettare e non sprecare  un’opportunità difficilmente ripetibile:  un palcoscenico che si prenda il lusso di fare luce. Lasciamo i compromessi ai romanzi storici da autogrill, la strumentalizzazione lacrimevole alle trasmissioni tutte da ridere, l’esibizionismo del monologo agli onanisti d’accademia  e il racconto scorrevole alle riviste da spiaggia. Noi prendiamoci la responsabilità della fiducia di un pubblico intelligente alimentandola ad ogni battuta.

aprile 28th, 2008

Lo sapete che si sparava?

Posted in kabum!... come un paio di impossibilità by Giulio Cavalli

Il 25 aprile in orario di cena tarda ero appena giù dal palco a tavola con la scia del sipario chiuso e un partigiano di lunga data. Lui era con gli occhi vivi, lo sguardo veloce e il karaoke che gli rimbalzava nelle orecchie. Si parlava di 25 aprile dimenticandosi di avere a tavola qualcuno che li ha visti tutti.

Poi Frà Diavolo (il suo nome di battaglia) si è inserito nel discorso raccontando del suo allontanamento forzato dalla sua Lerici. – perchè se ci prendevano – dice – ci avrebbero sparato. Lo sapete che si sparava? -

In quella domanda c’è tutto il niente del 25 aprile di marketing “neo democratico”, del revisionismo prepotente e c’è il sospetto sessant’anni dopo che loro pensino che noi non si sia capito nulla.

In mezzo al tavolo c’era un vassoio di fritto scaldato male.

aprile 21st, 2008

Partecipare, da parte

Essere partigiano vuol dire prendere una parte. Scegliere. Condividere. Portare avanti. Resta da vedere se si tratta di una partecipazione o di uno stare in disparte. Le parti degli altri non si cancellano e non si riscrivono; in democrazia ci si oppone, ci si confronta. Riscrivere la resistenza è una frase che cola ignoranza. Continuiamo a scriverla e raccontarla ognuno con la propria sintassi e il proprio angolo di osservazione. Riscrivere è l’eufemismo di cancellare. Il rogo dei libri è il barbecue della pochezza.

Mio padre è morto partigiano a 18 anni

Mi’ padre e’ morto partigiano
a diciottani fucilato nel nord, manco so dove;
percio’ nun l’ho mai visto, so com’ era da quello che mi madre me diceva:
giocava nella roma primavera.

Mo l’antra notte, mentre che dormivo, sara’ stato due o tre notti fa,
m’e’ parso de svejamme all’improvviso e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c’aveva un gran soriso, che spanneva ‘na luce come un cero.

- Ammazza, come dormi – m’ha strillato,
era proprio lui, ne so’ sicuro,
lo stesso della foto che mi’ madre ciaveva sur como’,
dietro na fronda de palma tutta secca, benedetta,
un rigazzino, che ride in camiciola, col fazzoletto rosso sulla gola.

Ma siccome sognavo i sogni miei, pe’ la sorpresa jo chiesto – Ma chi sei?-
- So’ tu padre – ma detto lui ridenno – forse che te vergogni alla tua eta’
de chiamamme cor nome de papa’? -

- No, papa’, te chiamo come hai detto, me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto, che voi sape’ ? Nun me posso lamenta’,
nun so’ un signore, trentadu anni, davanti c’ho na vita,
ancora nun e’ chiusa la partita. -
- Lo sai, da quanno mamma s’e’ sposata co’ mi padre, che invece er mi patrigno… credo sett’anni dopo la tua morte… -

A ’ste parole ho visto che strigneva un poco l’occhi, come quanno se sta ar sole troppo forte.- Scusa papa’, credevo lo sapessi -
Ma lui, ridenno senza facce caso spavardo, spenzierato, m’ha risposto:
- Ma che ne so io de quello che è successo, io so’ rimasto come v’ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo…
giocavo a calcio e mica me stancavo, giocavo co’ tu madre e l’abbracciavo,
giocavo co’ la vita e nun volevo, co’ li nazzisti io pero’ nun ce giocavo,
perche’ io lottavo, lottavo, lottavo. -

Poi m’ha toccato i piedi dentro al letto e ha fatto un cenno, come da di’ -
Sei alto! -
- E dimmi – dice – prima d’anna’ via, che n’hai fatto della vita che t’ho
dato giocanno co la mia… Vojo sape’ sto monno l’hai cambiato?
Sto gran paese l’avete trasformato? L’omo novo e’ nato o non e’ nato?
In qualche modo c’avete vendicato? – e rideva co’ l’occhi, coi capelli
sembrava quasi lo facesse apposta. Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.

- Ma tu che voi co’ tutte ’ste domanne? Mo’ perche’ sei mi padre t’approfitti.
Tu m’hai da rispetta io so’ piu’ grande!
Va beh adesso accampi li diritti perche’ sei partigiano fucilato… ma se me
fai sveja io t’a risponno mabbasta solo che a ripjo fiato.
Certo che la vita e’ migliorata! Avemo pure fatto l’avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. -

- Mejo cosi’ – me fa – se vede che servito… vedi quanno che m’hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l’eroi pensavo a voi che sullo stesso campo avreste
certo vinto la partita pure che io eprdevo er primo tempo. -

- No un momento papa te spiego mejo… nu n’e’ che avemo proprio gia’ risolto
nella misura in cui ci sta il risvolto emh… – e allora quel ragazzo de mi padre che
stava a pettinasse nello specchio sa rivolta me fissa e me domanna
- Ma insomma, adesso il popolo comanna?-

A sta domanda so zompato dar mio letto, co’ na mano m’ areggevo le mutanne,
co’ l’altra cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j’ho parlato, perche’ m’aveva preso come na malinconia e nun volevo
che se ne annasse via prima de sape’ bene come è stato
- Sei ragazzo, papa’ come te spiego nun poi capi come e’ cambia er
monno.. Ce vole tempo, il tempo se li magna i sogni nostri, io, sai che
faccio, aspetto! Tutto quello che viene, io l’accetto, semo contenti si la
Roma segna, li compagni so’ tanti e li sordi pochi…e nun ce sta piu’
tempo pe’ li giochi! -

- Ma so’ sempre quelli te strappano le pene, ma tu nun poi capi’ papa’, sei
minorenne, si eri vivo te daveno trent’anni, mejo che torni da dove sei
venuto, perche’ quelli che t’hanno fucilato, proprio quelli li’ qui te fanno
mori’ tutti li giorni! Lassa perde papa’, qui nun e’ aria, semo cresciuti…
nun semo piu’ bambini, torna a gioca’ co’ l’artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu, noi semo… seri.
E nun giocamo piu’-

A ’sto punto mi padre s’e’ stufato, ha fatto du’ spallucce, un saluto,
s’e' rimesso in saccoccia la sua gloria e voltanno le spalle se n’e’ annato
ripetendo nel vento la sua storia:
- Ma che ne so io de quello che e’ successo, io so’ rimasto come v’ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo…
giocavo a calcio e mica me stancavo, giocavo co’ tu madre e l’abbracciavo,
giocavo co’ la vita e nun volevo, co’ li nazzisti io pero’ nun ce giocavo,
perche’ io lottavo, lottavo, lottavo… -

monologo di Magni
recitato da Proietti
nello spettacolo “A me gli occhi, please” 1976