Archive for the libri category

maggio 4th, 2009

Milano prostituita: LA CITTA’ DEGLI UNTORI di Corrado Stajano

Posted in libri by Giulio Cavalli

untoriRaccontarlo facendone una cronaca sarebbe ingiusto per la quadratura di una narrazione sempre così lucidamente di marmo senza perdere la poesia. Conoscevo poco Stajano da lettore anche se ho sempre un foglietto con la notizia del suo abbandono del Corriere della Sera nel 2003 “per protesta in difesa del giornalismo libero”.

Di certo Milano ammuffisce prima del passaggio dall’estetista per il ballo dell’Expo, eppure è così difficile da descrivere che inevitabilmente Stajano che ci riesce in punta di penna è un’ostia sconsacrata, sconsacrante e liberatoria.

Milano scoperta inginocchiata dentro un cesso mentre lecca la cerniera della ‘ndrangheta e di Morabito per guadagnarsi un pass Sogemi ai boss che ortofruttano cocaina dentro l’Ortomercato.

Milano che si gratta l’inguine indecisa per una via a Craxi mentre dimentica indultata il senso di giustizia mite e irremovibile dei suoi magistrati migliori: Guido Galli, ma anche Vittorio Bachelet, Occorsio, Emilio Alessandrini, ucciso dai presunti rivoluzionari delle Br e dai loro fratelli minori (ma ugulamente assassini) di Prima Linea.

Milano che si è venduta per spot il feretro di Piazza Fontana e che avvita dentro un carillon Giuseppe Pinelli. Tutto dentro un cofanetto anestetizzato e anestetizzante nel suo essere strenna.

Milano che ci tiene ad essere antifascista una volta all’anno ma che non disdegna di esserlo stata: dalla genesi tutta bianco e nero nel palazzo di San Sepolcro, a Villa Triste  tendone circense delle gesta del putridume nero della banda Koch, a via Santa Margherita dove si esibiva nel suo numero preferito del pavido eroe fascista Theo Saewecke, fino al capolinea di Piazzale Loreto. Così famoso per l’appeso e così meravigliosamente dimenticato nella veste di pozzanghera dei 15 italiani resi liquidi e carne dalla Legione Ettore Muti nell’agosto del ‘44 su ordine della Gestapo.

Milano che si rinnova, come la sua memoria che ciclicamente formatta la precedente.

Milano di Mani Pulite e i piedi ancora nella merda.

Milano con la schiena dritta nel giornalismo nell’accezione giornalistica del termine: Ferruccio Parri e Giulio Alonzi.

Milano che non è mai riuscita a sverginarsi dall’onta della Colonna Infame. Con la peste che le è rimasta nei capelli mentre s’incipria per uscire.

La città degli untori, appunto.

Il protagonista di questo intenso saggio in forma di narrazione di Corrado Stajano si aggira sgomento per le strade di una città che vorrebbe amare, che nella sua storia è stata anche amabile, ma che nell’oggi sembra solo respingere: Milano. In questo peregrinare la realtà contemporanea dischiude il suo passato e Milano diventa il centro concreto e insieme emblematico di un cupo trascorrer di tempi. La città lucente di acque magnificata da Bonvesin da la Riva si trasforma nella “città degli untori” e dalla peste rimane contagiata per sempre; un susseguirsi ininterrotto di oscene violenze connota la storia di Milano fino a piazza Fontana e agli anni del terrorismo e dei servizi segreti infedeli. Alla violenza si accompagnano poi la decadenza della borghesia, parallela alla drammatica e quasi repentina fine della classe operaia, il tramonto del cattolicesimo democratico, che pure a Milano aveva radici profonde fin dagli anni del modernismo, e – nuova peste – la corruzione. Qui nasce il fascismo, qui gli ideali storici del socialismo si barattano per cupidigia, qui trovano terreno grasso il prevaricante populismo berlusconiano e l’assordante grettezza leghista. Allora la peste, nella sua realtà storica e nella sua valenza simbolica di morbo morale, che avvelena la vita delle persone e delle cose, diventa la chiave di lettura che attraverso stratificazioni storiche e metamorfosi di costume può cogliere una lunga durata di vergogna e sofferenza.

Titolo La città degli untori
Autore Stajano Corrado
Prezzo € 16,60
Prezzi in altre valute
Dati 2009, 254 p., rilegato
Editore Garzanti Libri (collana Nuova biblioteca Garzanti)

aprile 20th, 2009

Sono morti perché noi non eravamo abbastanza vivi: LOTTA CIVILE di Antonella Mascali

Posted in libri by Giulio Cavalli

lottacivileC’è una legge non scritta depositata tra le sacerdotesse del buongusto che ci insegna che parlare di morti è esercizio solo per criminologi, pessimisti o complottisti. Al massimo possono essere raccontati in qualche serata di fiction ma dopo averli attentamente sterilizzati, perchè i bacilli dei cadaveri ma soprattutto le facce degli assassini aprono quel dubbio dal velo nero che terrorizza la casalinga di Voghera. Eppure dove c’è un morto ammazzato per mano di mafia tutto intorno c’è una famiglia che apre la porta ed esce di casa per alzare la testa. Non credo che sia un esercizio di coscienza leggero prendere la penna, il quaderno e il registratore per bussare le porte ai figli, le mogli e dare forma di un capitolo alle storie che camminano ancora per casa. Antonella Mascali ci è riuscita con un tratto leggero lì dove la leggerezza è una brezza di primavera che riesce a non lasciarti sepolto e schiacciato dal dolore che c’è nelle lancette delle ultime ore di dodici persone esemplari che ancora di più oggi andrebbero ascoltate. Perché sono morti ma hanno così tanto da dire che ogni libro, serata o voce che ce li racconti è una carezza che ci meritiamo per smetterla di mettere il naso sotto la coperta comoda della paura, o della codardia, o peggio ancora della viltà. Va letto perché nonostante le ombre di fango e merda che hanno impugnato l’arma alla fine è un libro che profuma. E che lascia un alone di speranza. Del dovere di speranza, soprattutto se a portarcela in mano sono proprio i figli, i mariti e le mogli.

Dal dolore privato all’impegno nelle scuole, nelle carceri, nella pubblica amministrazione. Giorno per giorno. È ciò che contraddistingue questo libro. Dodici storie esemplari, raccontate da chi le ha vissute sulla propria pelle. I familiari delle vittime che hanno trasformato la sofferenza in denuncia e in lavoro concreto nella società. Con il sostegno di Libera e delle Fondazioni dedicate a chi ha combattuto per ciò in cui credeva, fino a morire. È essenziale ricordarli: da Giuseppe Fava a Rocco Chinnici, da Beppe Montana a Roberto Antiochia, da Marcello Torre a Silvia Ruotolo, da Libero Grassi a Vincenzo Grasso, fino a Barbara Asta ai figli Giuseppe e Salvatore, e ancora Mauro Rostagno, Francesco Marcone, Renata Fonte. Le loro battaglie sono diventate le battaglie di figli, fratelli, mogli e mariti. Nando dalla Chiesa, nell’intervista che chiude il libro, afferma: “Bisogna cominciare a dire le cose che provocano reazioni ma che sono vere”. Lo sta facendo chi ha subito perdite irrimediabili e oggi, in prima persona, diventa artefice di una vera e propria resistenza civile. Prefazione di don Luigi Ciotti.

Titolo Lotta civile
Autore Mascali Antonella
Prezzo € 14,60
Prezzi in altre valute
Dati 2009, XX-305 p., brossura
Editore Chiarelettere (collana Reverse)

dicembre 9th, 2008

I boss della Madunnina

Posted in antimafia, articoli, do ut des, libri by Giulio Cavalli

L’articolo è stato pubblicato su LEFT  n.49 del 5 Dicembre. Il pdf qui.

Quanta irresponsabilità politica e civile c’è dietro l’antico refrain tutto lombardo “qui da noi la mafia non esiste”? una distesa: una distesa coprente e silente a forma di regione sopra una regione che non si vuole riconoscere. La sindachessa di Milano Letizia Moratti sente pronunciare “mafia” e risponde “allibita e preoccupata perché su Milano c’è un’aria strana di cose che francamente non appartengono, per fortuna, a questa città”;  è la solita vecchia eco tranquillizzante che rimbalza, il “non vedo non sento non parlo” che tranquillizza il popolo del Campari e dell’Expo mentre la Lombardia diventa l’eldorado di un modernissimo cartello di mafie.
Nel 2005 due giovani giornalisti lombardi, Fabio Abati e Igor Greganti, decidono per passione di unire le proprie competenze e la passione comune per l’inchiesta (quella che consuma suole, tranquillità e cervello) in un documentario su quello che lo stesso Abati definisce “il tema con la T maiuscola”: le mafie a casa loro. Nasce così “La leonessa e la piovra”: cinquanta inaspettati minuti di testimonianze della malavita in Lombardia  (con un occhio di riguardo per la zona bresciana) che costruisce, ricicla, spara e prolifera  con il racket e l’usura. La stessa criminalità, la stessa puzza, lo stesso sangue ma con l’abito buono. Il video riceve una menzione al premio “Ilaria Alpi” ma i due si sentono dire che “il progetto è poco vendibile perché troppo locale”. Non è una novità: la mafia senza coppola e lupara si vende poco, male e mina la tranquillità della piccola borghesia lombarda.
Nell’agosto 2006 a Brescia viene ucciso Angelo Cottarelli: lo trovano sgozzato e con le mani legate con fascette da elettricista nella sua villetta all’ingresso della taverna, di fianco su un divanetto ci sono la moglie polacca Marzenne Topar e il figlio diciasettenne Luca. Il procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini parla  di “sterminio mafioso ad opera di un commando mafioso trapanese”. Vengono rinviati a giudizio Vito e Salvatore Marino: alla base della strage di agosto, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, ci sarebbero dei vecchi litigi tra la vittima e i fermati che sarebbero stati complici in una serie di truffe ai danni dello Stato per diversi milioni di euro. Cottarelli, hanno accertato gli inquirenti, avrebbe preparato delle fatture false per gonfiare il giro d’affari di alcune cantine, in modo da far ottenere fondi dallo Stato e dalla Regione siciliana. Una pratica illecita alla quale Cottarelli a un certo momento ha deciso di sottrarsi, scatenando l’ira omicida dei suoi ex complici. A inchiodare i malviventi sarebbero state le tracce di polvere da sparo trovate su un’auto che i cugini Vito e Salvatore Marino hanno noleggiato a Milano una volta arrivati in volo dalla Sicilia. Brescia si risveglia con un brivido alla schiena: la notizia esonda dai trafiletti di cronaca locale e Abati e Greganti si mettono a seguire il filo rosso della malavita tra Milano, Verona, Brescia, Bergamo, Varese fino più giù in Emilia Romagna e ad appuntare tutto su un libro dal titolo illuminante: Polo Nord, la nuova terra dei “padrini” del Sud.
Ne esce un quadro allarmante e approfondito di una regione che trascura per presunzione un tumore di mafie che si attecchisce tra le corde del Pil più fiorente d’italia e sbriciola le sue metastasi tra night, cantieri, commercialisti faccendieri ,industrialotti con l’acquolina per il denaro facile e aziende e prestanome a lavare il denaro sporco. Ed è un invito accorato ad una presa di coscienza urgente: le mafie al Nord operano in una preoccupante forma di cooperazione, tutte insieme, da Cosa Nostra alla Camorra passando dalla Ndrangheta. Unite per non fare rumore, in pace per una conquista rapida ma discreta e inevitabilmente da fermare. Subito. In tempo prima che possano sedersi ed infiltrarsi nelle stanze dove il controllo sarebbe pressoché totale.
Ma perché proprio Brescia? La risposta è semplice: nella  zona del basso Garda arrivano i boss mandati al confino, qui si trasferiscono alcuni appartenenti della cosca dei Piromalli (che per conto della Ndrangheta controllano il porto di Gioia Tauro) e nella zona passando dall’Emilia Romagna arrivano braccia per la manodopera nei primi anni 90. Un intero paese (Cutro , provincia di Crotone) si trasferisce al Nord. I nuovi arrivati dopo un breve periodo di ambientamento si riorganizzano e si attivano su più fronti. Così nella zona del basso Garda i Piromalli prendono il controllo dello spaccio di droga, del riciclo di denaro sporco, della prostituzione, dei locali notturni e del racket. Non lontano da loro a Bergamo opera la ‘ndrina dei Bellocco, ma al nord non ci si fa la guerra come al sud, anzi qui al nord c’è così tanto da fare e da mangiare che Bellocco e Piromalli si alleano come nei migliori romanzi rosa scambiandosi manodopera e favori. Perché i Bellocco sono gente da tenersi buona, abili come sono nel recupero crediti (con il mitologico “Tyson” citato in alcuni atti giudiziari o con pettorine da falsi finanzieri recuperate per l’occasione) e qui al nord, galassia di piccole aziende a conduzione spesso famigliare, recuperare una fattura può determinare la sopravvivenza dell’attività. Così un’imprenditoria assolutamente disabituata alla criminalità organizzata (se non per quel paio di fiction in prima serata) comincia ad essere attratta della facilità e dalla penetrazione della “recupero crediti Bellocco” e comincia a mischiarsi in un conato torbido che arriva a costare fino al 50% del denaro recuperato; e poi le minacce e un intreccio che non ci si riesce più a scrollare.
Ma Cosa Nostra non vuole essere da meno. Al nord si trasferiscono i Rinzivillo, famiglia gelese attiva nel mercato delle carni nonchè fiancheggiatori attivi della latitanza di Zio Binnu Provenzano, che negli anni ’90 decidono anche loro di “diversificare” aprendo un’ impresa edile a Perugia. E da subito prendono appalti che contano con la supervisione del loro “coordinatore in trasferta” Angelo Bernascone di base a Busto Arsizio. Nel 2005 strappano un appalto da 4 milioni di euro presso la centrale termoelettrica di Tavazzano con Villavesco vicino a Lodi. Un affare grosso, tanto da meritarsi una prestanome giovane con la passione delle belle macchine che si stabilisce in un ufficio proprio a Tavazzano all’inizio di via Verdi. Bernascone si muove al nord con una scioltezza e tranquillità che sarebbe inimmaginabile giù in Sicilia (anche se al telefono  in un momento di saudade gelese dice che “Busto è come Gela, il bordello che c’è qui tra poco viene fuori”). In un momento di “onnipotenza” il Bernascone arriva al cantiere di Tavazzano come mediatore sindacale per calmare gli operai manifestanti. Pettinato e intervistato dai quotidiani locali: un trionfo di nordicità. E non potevano i Rinzivillo non allearsi anch’essi con i Piromalli per le truffe finanziarie sulla legge 488 del 92; tant’è che con un bel giro di fatture false per accedere ai finanziamenti per le zone depresse si dice che i Rinzivillo abbiano tirato fuori qualcosa come 2.000.000 di euro.
E poi ci sono i morti. Quei campanelli che ci dicono che la metastasi è cronica e che il “Polo Nord” comincia a vomitare i segnali di guerra: quella guerra che si fa sentire quando è troppo tardi per capirla. “Polo Nord” è un libro indigeno meravigliosamente inaspettato. Coraggioso in una regione dove questo coraggio non paga e non fa notizia. Pungente abbastanza da meritarsi una telefonata all’editore (Selene Edizioni) con un “invito” a ritirarlo dal mercato.
“Polo Nord” è un libro che è un avvertimento: ad aprire gli occhi, a spegnere gli stereotipi, a rimboccarsi le maniche per una battaglia che c’è da fare. Subito. Qui.