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	<title>Giulio Cavalli &#187; coraggio</title>
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	<description>Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia</description>
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		<title>Il rapporto di Amnesty. E il coraggio.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2011 07:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le comunità più colpite dalle violazioni sono la vera forza motrice della lotta per i diritti umani. La loro determinazione e caparbietà hanno ispirato milioni di persone e reso difficile per gli stati ignorare la sempre più forte richiesta di un cambiamento, che sia finalmente sostanziale e irreversibile. Il Rapporto di Amnesty è dedicato al loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Le comunità più colpite dalle violazioni sono la vera forza motrice della lotta per i diritti umani</strong>. La loro determinazione e caparbietà hanno ispirato milioni di persone e reso difficile per gli stati ignorare la sempre più forte richiesta di un cambiamento, che sia finalmente sostanziale e irreversibile</em>. <strong><a href="http://50.amnesty.it/rapportoannuale2011" target="_blank">Il Rapporto di Amnesty è dedicato al loro coraggio.</a> </strong>E all&#8217;impegno ad accendere il nostro.</p>
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		<title>Il ballo incivile dei testimoni di giustizia. Giustiziati.</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 20:43:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giuliocavalli.net/wp-content/uploads/2009/10/PieraAiello.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-711" style="margin: 5px;" title="PieraAiello" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/10/PieraAiello-150x150.gif" alt="PieraAiello" width="150" height="150" /></a>La vicenda dei <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Testimone_di_giustizia" target="_blank">testimoni di giustizia</a> in Italia (sempre confusi e indegnamente in bilico nella melma del fraintendimento tra &#8220;pentito&#8221; e &#8220;testimone&#8221;) è uno degli angoli vergognosi e tenuti sotto chiave da una paese che è fortissimo nelle celebrazioni ma colpevolmente distratto nella gratitudine dei suoi uomini migliori. C&#8217;è una differenza sostanziale tra un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Collaboratore_di_giustizia" target="_blank">collaboratore di giustizia</a> (volgarmente detto &#8220;pentito&#8221;) e un testimone di giustizia: il primo rinuncia ( o comunque tratta) alla propria pena, il secondo spesso alla propria dignità di vita. E sulla bilancia della giustezza (prima della giustizia) qualcuno ci dovrà spiegare perché un concetto così lapalissiano non sia comunicabile. Perché non venga ritenuto &#8220;giornalistico&#8221; o politicamente &#8220;strumentalizzabile&#8221;  al di là di qualche serata di costume d&#8217;antimafia o qualche docu-marketing-fiction. <strong>Un paese che culla le puttane perchè servano a sputtanare il re e intanto lascia sui marciapiedi gente come <a href="http://www.pinomasciari.org/chi-e-pino-masciari/" target="_blank">Pino Masciari</a> o <a href="http://www.ritaatria.it/PieraAiello.aspx" target="_blank">Piera Aiello</a> perché sono spendibili solo nei processi. Un paese che celebra le &#8220;scorte letterarie&#8221; come oggetto da bestseller e nasconde (male) sotto lo zerbino chi ha sfidato la criminalità mettendosi a verbale. Un paese in cui succede che gente che dallo Stato si aspetta il diritto di stare in sicurezza nell&#8217;ombra sia costratta ad urlare per salvarsi e contemporaneamente uccidendosi. Il comunicato di Piera Aiello (attraverso l&#8217;Associazione Rita Atria) e quello di pochi giorni fa di Pino Masciari sono il grido più doloroso (e sottovalutato) dell&#8217;antimafia non di chi la vorrebbe tanto imparare a fare; ma di chi ci è caduto dentro con la testa alta, lo sguardo fiero e sempre in piedi.</strong></p>
<p><strong>Se ci fosse cuore sarebbe un grazie come un mantra da tutti gli spigoli della nazione.</strong></p>
<p><strong>ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE &#8220;RITA ATRIA&#8221;</strong></p>
<p><em>OGGETTO: Comunicato stampa: Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Partanna (TP) dopo 18 anni per rivendicare il suo diritto a Vivere</em></p>
<p>Tornata nella sua casa di Partanna (TP), Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, per constatare il suo effettivo status di “ex testimone”, come da comunicazioni (e senza motivazione) del Servizio centrale di protezione, che ha demandato alla Prefettura della località segreta i problemi legati alla</p>
<p>sicurezza in base a motivazioni contenute nel documento “stralcio del verbale di riunione del 15 aprile 2009” recapitato alla Aiello (i cui dettagli renderemo noti durante la conferenza stampa).</p>
<p>La Prefettura competente, da parte sua, ritarda ancora ad ottemperare alle misure concordate con Piera Aiello già nel maggio scorso (teniamo a sottolineare che il 2 aprile Piera Aiello aveva appreso che la sua copertura è stata vanificata per cause ad oggi ancora oggetto di indagine e sulle quali</p>
<p>non desideriamo soffermarci, nel pieno rispetto della serenità di giudizio delle istituzioni competenti).</p>
<p>Ricordiamo inoltre che l&#8217;art.16-ter della L 45/2001 prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio, cessazione della quale la diretta interessata non ha ricevuto alcuna comunicazione, nemmeno dopo le ripetute richieste rivolte al Servizio</p>
<p>centrale di protezione, che fa capo al ministero degli Interni. Da qui la sua decisione di chiedere un sereno colloquio con le procure siciliane che si sono avvalse delle sue testimonianze per avere chiarezza sulla condizione di pericolo in cui attualmente versano lei e la sua famiglia.</p>
<p>Ci riserviamo inoltre di discutere nell’ambito di “Contromafie”, organizzato da “Libera” a Roma il 23/24/25 ottobre, le politiche da intraprendere insieme ad altre associazioni affinché siano accolte le</p>
<p>proposte di modifica alla legge già presentate ad alcuni parlamentari al forum (organizzato dall’Associazione Antimafie “Rita Atria”) sui testimoni di giustizia tenutosi a Roma il 26 luglio scorso, durante la giornata in memoria di Rita Atria.</p>
<p>Martedì 6 ottobre alle 11.30 a Partanna (TP), in via Crispi 199, si terrà una conferenza stampa in presenza di Piera Aiello, di don Luigi Ciotti.</p>
<p>Per motivi legati alla sicurezza di Piera Aiello è necessario accreditarsi inviando una email all&#8217;indirizzo info@ritaatria.it (per informazioni tel 347.262.27.46).</p>
<p><strong>Documento Piera Aiello</strong></p>
<p>Io sottoscritta Piera Aiello nata a Partanna il 02-07-1967 Testimone di giustizia dal 1991 e residente in località protetta, scrivo e intendo rendere pubblico questo documento dopo 18 anni di non vita, grazie ad uomini di Stato preposti a garantire la mia sicurezza – come quella di altri Testimoni di Giustizia – e che invece si sono dimostrati ASSENTI  e peggio INDIFFERENTI alle nostre condizioni di vita ed alle condizioni di pericolo cui eravamo esposti.</p>
<p>Sono persone che hanno dimostrato purtroppo un assoluto senso di superficialità per quanto riguarda la questione delicatissima dei Testimoni di Giustizia, invece di dimostrare  quella attenzione e quell’attento accompagnamento dei “Testimoni di Giustizia” che lo Stato ha progressivamente imparato ad assumere come compito e tradurre nello spirito e nel dettato delle specifiche Leggi promulgate, ma di cui costoro sembra non abbiano mai avuto conoscenza o comprensione.</p>
<p>Pertanto ho deciso di elencare e rendere pubblica questa situazione attraverso la narrazione di una piccolissima parte della mia vicenda umana che attesta il poco tatto con cui io, e sicuramente molti altri Testimoni di giustizia come me, veniamo trattati fino ad oggi da funzionari e rappresentanti istituzionali che avrebbero invece il compito di essere delicati e quantomeno premurosi e solerti nell’affrontare i nostri problemi, e che invece dimostrano la volontà di lasciare irrisolte le questioni, spesso vitali, poste dal Testimone, o di costruire percorsi limpidi per una fuoriuscita dal Programma di Protezione ed un ritorno a nuova vita in modo dignitoso, dopo il lungo periodo di tribolazioni e peregrinazioni nelle aule dei vari tribunali.</p>
<p>La mia storia è forse risaputa, in quanto ampiamente riportata dai mass media, ma sento necessario – per dare un ordine ed una ragione comprensibile alla conclusione verso cui sono orientata – raccontarne qualche breve tratto ben sapendo che non è possibile rappresentare in poco spazio tutta la drammaticità quotidiana della vicenda che ho scelto di vivere per contrastare la criminalità mafiosa, vicenda che è stata aggravata proprio da una inattesa insensibilità istituzionale da parte di chi  avrebbe dovuto accompagnarmi in questa scelta di vita dura e difficile.</p>
<p>Divenni Testimone di Giustizia  nel 1991 a seguito di avvenimenti criminali rivelati in deposizioni rese davanti al Giudice Paolo Borsellino ed allo stuolo di Sostituti Procuratori che con lui collaboravano. Venni messa sotto regime di protezione immediatamente. Subito dopo la mia decisione, mia cognata Rita Atria volle condividere la medesima scelta di Testimone di Giustizia.</p>
<p>Quando ho preso la decisione di testimoniare vigeva l’istituto dell’Alto Commissario, solo successivamente vi sarebbe stato l’avvento del Servizio Centrale di Protezione.</p>
<p>Già a quei tempi, in regime di Alto Commissario, si registrava una profonda confusione di compiti, ruoli e modalità di intervento, in quanto i funzionari non sapevano bene come gestire il fenomeno dei Testimoni di Giustizia e facevano molta fatica a distinguere tra questi ultimi ed i collaboratori di Giustizia, cioè coloro che – a differenza dei Testimoni, i quali non avevano mai colluso con i crimini ed i criminali di cui riferivano vicende e comportamenti – si erano dissociati per le più varie ragioni dai crimini e dai criminali con cui avevano precedentemente collaborato direttamente ed attivamente.</p>
<p>L’unica cosa che posso dire con certezza è che quando era in vita Paolo Borsellino le varie mancanze e difficoltà venivano sempre risolte tempestivamente e grazie a suoi diretti interventi, mentre dopo la sua morte le cose precipitarono.</p>
<p>Già dopo pochi giorni dall’omicidio del Giudice, si verificò infatti una vicenda sconcertante. Vennero cioè a trovarci (me e mia cognata Rita) due funzionari che ci dissero: “Dalla morte del Giudice, molti collaboratori  si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?”. Allora ci chiamavamo tutti collaboratori, senza distinzione, perché non c’era ancora una legge che differenziasse i due status, ma non credevo che per differenziare un criminale da una persona onesta nella coscienza dei funzionari occorresse un testo di legge, credevo piuttosto che bastasse solo la Verità delle cose. (La legge arriva, ma solo nel febbraio del 2001).</p>
<p>Quella domanda mi ha fatto capire che non avrei più avuto il conforto dello Stato rappresentato da Paolo Borsellino, ma avrei bensì convissuto con l’improvvisazione. Rimasi allibita, risposi con l’unica cosa che potevo dire, e cioè che “se prima avevo un motivo per andare avanti, adesso ne avevo mille”. Mia cognata Rita non rispose. Lei era convinta che la mafia l’avrebbe trovata e uccisa. Aveva ragione Rita: con la morte di Paolo Borsellino era finito tutto, non saremmo più state protette allo stesso modo, e sbagliano coloro che citano Rita solo come vittima della mafia. Rita è vittima dell’indifferenza di funzionari incapaci a capire la differenza tra una pratica ed un essere umano. Come dimenticare l’intervista di Ambra Somaschini (29 luglio 1992 su repubblica) all’allora prefetto di Roma. Alla domanda: “Rita Atria soffriva di depressioni e il settimo piano di quel palazzo anonimo, la solitudine, forse ne hanno provocate altre…”, il prefetto rispose: “Pagavamo 950 mila lire al mese per quell’appartamento. Abbiamo fatto il possibile”.  Pagavano 950 mila lire da meno di una settimana (perché Rita ebbe quella casa dopo la morte di Paolo Borsellino), ma non è questo il problema: la risposta doveva essere diversa perché la giornalista parlava di “essere accanto umanamente ”, di un supporto psicologico, per far sentire che dopo Paolo Borsellino lo Stato c’era, e invece … “Pagavamo 950 mila lire”.   Umanità misurata col metro dei soldi.</p>
<p>Come dimenticare poi le differenze che venivano fatte tra me e Rita: a me avevano dato un alloggio bellissimo, con tutti i comfort, ma a Rita diedero un appartamentino lugubre. Ci davano un contributo mensile talmente irrisorio che a stento riuscivamo a sbarcare il lunario.</p>
<p>Ritengo importante sottolineare questo aspetto per far capire che noi Testimoni di Giustizia non veniamo trattati tutti alla stessa stregua. Ci sono testimoni di seri “A” e testimoni di serie “Z”.</p>
<p>Dopo la morte di Rita, chiesi di trasferirmi in un convento, stanca di vedere  quei  funzionari con cui dovevo relazionarmi e che pretendevano di “gestirmi” a modo loro senza alcuna mia partecipazione al disegno ed alla costruzione del mio futuro. Avrei voluto restare fuori dal mondo, ma dopo un paio di anni decisi che la vita monacale non faceva per me, soprattutto per la presenza della mia bambina. Mia figlia era ormai in età scolare, e dunque decisi di trovarmi un appartamento in un qualche paese ed a mie spese mi trasferii nella mia “nuova residenza”.</p>
<p>Chiesi ai funzionari preposti a dare soluzione ai problemi della mia esistenza quotidiana di collaborare per iscrivere la mia bambina a scuola, ma nulla mi venne risposto. Decisi di andare personalmente dal direttore didattico del posto, sperando che fosse un onesto padre di famiglia e non un delinquente. Trovai una persona di coraggio e carica di passione civile: gli dissi chi ero, che non avevo documenti, ma rivendicavo che mia figlia potesse godere del suo inalienabile diritto allo studio.</p>
<p>E fu dunque solo grazie a me e a quel direttore, che mia figlia poté entrare a scuola, sotto false generalità. Quando la bambina frequentava ormai la terza elementare, durante un colloquio presso il Servizio Centrale di Protezione (di fronte a testimoni) una funzionaria del servizio centrale mi chiese quanti anni avesse mia figlia e se andasse a scuola. Le risposi che mia figlia aveva otto anni e che frequentava la terza elementare e che loro avrebbero dovuto saperlo senza chiedermelo!</p>
<p>Non solo il danno, dunque, ma anche la beffa di un ipocrita e tardivo interessamento per una situazione che io avevo tempestivamente segnalato e che era rimasta dormiente per oltre tre anni!</p>
<p>Negli anni successivi, dopo aver conseguito due diplomi, sempre a mie spese, e grazie all’aiuto di persone estranee a quegli uffici istituzionali, chiesi di fuoriuscire economicamente dal programma: volevo tornare libera, volevo lavorare, volevo tornare a vivere!</p>
<p>Mi venne concesso quel “privilegio” dopo dure ed impari lotte, perché nel frattempo non mi venivano attribuite le nuove generalità. Quei documenti rappresentavano per me l’unica possibilità di costruire il mio futuro e tuttavia mi venivano negati. Comunque ci riuscii grazie anche all’intervento di persone che mi stimano e mi vogliono bene e che mi hanno salvato la vita, perché la solitudine mi aveva spinto alle stesse conclusioni di mia cognata Rita.</p>
<p>Venni “liquidata” con una cifra che considero irrisoria, ma a me non importava. Anche se pochi, quei soldi mi consentivano di realizzarmi nel lavoro, mi consentivano di ritornare a nuova vita. E poi c’erano le nuove generalità che mi permettevano di andare a votare dopo 7 anni, di non chiedere in prestito il codice fiscale di un’amica fidata, di uscire e non aver paura di esibire il documento, di portare mia figlia all’ospedale e di scegliere il medico e tutte quelle cose che fanno di un essere umano un cittadino.</p>
<p>Dopo la “capitalizzazione” (la chiamano così la liquidazione) attorno a me è caduto il silenzio istituzionale più assoluto. Nessuno, dico nessuno, si è mai chiesto come io abbia utilizzato tali soldi, se ero riuscita a realizzarmi, nulla, neanche una telefonata per dire: “signora va tutto bene? È viva?”. Il nulla. Eppure mi avevano detto che c’era un funzionario del ministero del Lavoro che mi avrebbe potuto aiutare nel reinserimento lavorativo.</p>
<p>Sapevo che in quegli uffici noi siamo pratiche, ne avevo avuto ampiamente la prova e la stessa storia continuava a ripetersi. Non potevo neppure telefonare per parlare con i funzionari. Addirittura una volta venni insultata perché telefonando avevo chiesto di parlare con il direttore del Servizio Centrale. Mi rispose un funzionario, ammonendomi di non chiamare più!</p>
<p>Insomma quello Stato che mi era stato proposto come la mia nuova famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini, forse per “gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato”.</p>
<p>Ho anche prodotto tutta la documentazione prevista dalla Legge e necessaria perché lo Stato acquistasse la mia casa in Sicilia e mi consentisse di ottenere nella mia nuova residenza beni di “pari consistenza” o comunque qualcosa di dignitoso che si potesse chiamare casa. Lo Stato ha rifiutato di accogliere le mie richieste (offrendomi una cifra offensiva e umiliante per una casa costruita con sacrificio e anni di immigrazione in Venezuela di mio padre) e la vicenda si è risolta nella necessità di avviare una azione giudiziaria con un ricorso davanti al TAR contro quello Stato che mi doveva tutelare per promessa e per Legge! Ricorso che ancora ad oggi deve essere discusso!</p>
<p>Avevo chiesto altre cose che mi spettano di diritto, che non vado qui ad elencare (sempre disponibile a farlo con chiunque nutrisse dubbi sulla mia onestà intellettuale), ma com’è sempre accaduto quando sono andata negli uffici istituzionali, ho trovato apparente disponibilità ed avvertito una “falsa” cortesia, ma nessuna volontà di risposte concrete e tempestive. Così è stato ad esempio per una richiesta fatta a febbraio 2009 e per la quale ancora oggi (settembre 2009)  sono in attesa di una qualsivoglia risposta, foss’anche un rifiuto. Non so e non mi è dato sapere se sono state approvate le mie proposte e richieste. Mi chiedo come sia possibile affidare oltre a simili persone la propria vita! Mi chiedo come faccia una istituzione ad ignorare critiche pesanti e denunce fondate contenute nella relazione sui Testimoni di Giustizia della precedente commissione antimafia… Nella nuova commissione hanno ritenuto il problema talmente superfluo o superato che hanno pensato di non istituire una commissione sull’argomento. Non si sono posti neanche il problema se le indicazioni contenute in quella relazione fossero state in qualche modo portate avanti.</p>
<p>Ho avuto un grave problema di sicurezza determinato da un episodio oggi oggetto di accertamento (nonostante tutto confido sempre sul fatto che vinca il primato della Verità e della Giustizia su altri primati meno nobili) che ha fatto saltare la mia copertura. Questo significa che la mafia conosce il mio attuale nome e dove mi trovo.</p>
<p>In seguito a quello che per me e per la mia famiglia è un vero e proprio dramma, a maggio sono stata convocata in Prefettura, dove mi sono state fatte promesse di videosorveglianza. Ho saputo da fonte certa che alcuni dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione  sostengono che quei dispositivi di videosorveglianza sarebbero stati già montati (per l’esattezza l’affermazione è stata: “la signora è coperta da videosorveglianza”), cosa assolutamente falsa se riferita alla mia personale situazione. Dunque costoro parlano senza cognizione di causa di cose che non conoscono o che preferiscono ignorare.</p>
<p>Da tutto questo la mia profonda inquietudine: persone e funzionari istituzionali che dovrebbero occuparsi di una situazione di rischio e delle relative azioni di garanzia della sicurezza, mettono invece a rischio deliberatamente con la loro inefficienza le vite umane che sono state affidate all’esercizio dei loro poteri.</p>
<p>Questi signori nei recenti documenti che mi notificano scrivono che sono solo “un’ex testimone” e che della mia sicurezza se ne deve occupare la Prefettura della località segreta. Io posso serenamente sostenere che anche questa è una affermazione falsa o comunque infondata, perché io sono fuoriuscita sì dal programma, ma solo economicamente: ogni qual volta mi devo recare in luoghi a rischio, sono ancora tenuta a comunicarlo al NOP che lo notifica al Servizio Centrale di Protezione, e di conseguenza debbo essere accompagnata da uomini di scorta. Presumo dunque che ciò avvenga perché sono sempre e comunque una persona a rischio di aggressione, quindi soggetta ad essere scortata. Mentre la mafia sanziona che i suoi nemici sono nemici per sempre, lo Stato di Diritto afferma che i Suoi Testimoni divengono ad un tratto ex testimoni e dunque possono essere lasciati in balìa della propria sorte, decisa dai criminali denunciati. Ovviamente nessuno ti notifica che non sei più a rischio e che la mafia (anche quella uscita di galera) ha dimenticato. Nessuno si prende la responsabilità di dirlo apertamente, così magari per aver la certezza che la mia copertura è saltata a causa di due stolti uomini dello Stato forse vogliono il cadavere: “tutto è da verificare”. Qualcuno è arrivato a dire che la mia condizione di presidente di una associazione antimafia mi avrebbe esposta. Ovviamente non hanno dimostrato come. Eppure era stato proprio un sottosegretario a dirmi che la mia storia era talmente importante che bisognava che io andassi nelle scuole. Io nelle scuole ci vado, ma da sola, e cioè senza sponsor politici.</p>
<p>Adesso a distanza di diciotto anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla Vita. Non torno per morire ma per lottare.</p>
<p>Preferisco passare gli ultimi giorni  della mia vita (per quanti essi potranno essere) nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione.</p>
<p>Prendo tale decisione con serenità e con consapevolezza. Per proteggere la mia nuova famiglia, per far sapere all’opinione pubblica l’inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l’ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime che a dir poco sono sfuggite loro di mano.</p>
<p>Aggiungo inoltre che intendo che la difesa dei miei diritti è azione imprescindibile per continuare ad andare nelle scuole e parlare della cultura della testimonianza. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera da una bambina di 12 anni del mio paese: “tu vivi esiliata, Rita Atria è morta, ci state chiedendo di diventare eroi?”.  Rispondano i funzionari dello Stato a questa domanda. Io ho deciso di dimostrare alla mia Terra che dobbiamo pretendere protezione e allontanare i mafiosi dalle città, e non i cittadini onesti.</p>
<p>Per tali inadempienze, per porre fine alla mia prigionia, per porre fine a vivere una vita non vita</p>
<p><strong>Chiedo</strong></p>
<p>1.	L’annullamento dello status di ex testimone di giustizia come da notifiche del Servizio centrale di protezione in netta contraddizione con l&#8217;art.16-ter  della L 45/2001 che prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio.</p>
<p>In tal senso se viene mantenuto lo status di ex testimone chiedo che organi competenti mi notifichino lo scampato pericolo così come mi hanno notificato il mio esilio.</p>
<p>Ricordo che fino al mese di luglio c.a. mi sono recata in Sicilia con tre uomini di scorta più due di supporto sul territorio, per un totale di cinque uomini di scorta. Se fosse intervenuta la cessazione del rischio evidentemente non avrei avuto bisogno di questi uomini.</p>
<p>2.	L’acquisizione dei miei beni. Anche in questo caso interviene l’art 16 ter della L 45/2001:</p>
<p>&#8220;se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato&#8221;.</p>
<p>3.	La concessione del mutuo che avevo chiesto e che da mesi mi si dice essermi stato concesso, mentre invece le mie pratiche rimbalzano tra la banca e il ministero degli Interni in un palese stato di incomprensione. Inutile dire che il mutuo l’avevo chiesto per uno stato di bisogno che solo grazie ad interventi privati sto cercando di tamponare. Per lo Stato sarei già caduta in miseria.</p>
<p>4.	Il diritto a vivere insieme alla mia famiglia in maniera dignitosa.</p>
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		<title>Salvo Vitale e la sincerità per niente smemorata</title>
		<link>http://www.giuliocavalli.net/2009/09/04/salvo-vitale-e-la-sincerita-per-niente-smemorata/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 12:16:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tipologie dell&#8217;antimafia di Salvo Vitale &#8211; 3 settembre 2009 Ci sono vari tipi di antimafia: mi soffermo su alcuni: 1) L&#8217;antimafia di facciata, è la più diffusa: manifestazioni formali, commemorazioni in occasione di ricorrenze (nascite, morti, partecipazione ad eventi, intestazioni di strade, convegni ecc.). E&#8217; l&#8217;antimafia tutto fumo e niente arrosto, nel senso che basta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tipologie dell&#8217;antimafia</strong></p>
<p><strong>di Salvo Vitale &#8211; 3 settembre 2009</strong><br />
Ci sono vari tipi di antimafia: mi soffermo su alcuni:</p>
<p><strong>1)</strong> L&#8217;antimafia di facciata, è la più diffusa: manifestazioni formali, commemorazioni in occasione di ricorrenze (nascite, morti, partecipazione ad eventi, intestazioni di strade, convegni ecc.). E&#8217; l&#8217;antimafia tutto fumo e niente arrosto, nel senso che basta impegnare pochi soldi (amplificazione, locale, spese di viaggio e di soggiorno per i relatori per promuovere l&#8217;immagine di un&#8217;amministrazione seriamente impegnata in questo campo, attraverso la diffusione della notizia sul giornale o in tv. Qualche presenza del politico di turno assicura più visibilità e più parole inutili. I risultati d queste attività sono pressocché nulli se non rafforzati da momenti di riflessione e da azioni d&#8217;intervento sul territorio. Da questa antimafia i mafiosi non si sentono disturbati, anzi condividono o promuovono la partecipazione di loro simpatizzanti alle iniziative, onde avere un alibi.</p>
<p><strong>2)</strong> L&#8217;antimafia talebana: è quella di chi vede mafia e interessi mafiosi dappertutto, quella di chi su un saluto, su una parentela, su una frase avulsa dal suo contesto, scopre collusioni mafiose con i politici, loschi affari che nascondono chissà quali oscure trame. Si mettono assieme le più disparate notizie che possono avere una qualche connessione, per elaborare analisi indimostrabili, utili comunque a gettar fango sul proprio avversario politico o sul proprio nemico personale. Molti personaggi di primo piano, soprattutto a sinistra, hanno fatto parte di questa antimafia, finendo con il generalizzare in un unico calderone categorie sociali e persone che nulla avevano a che fare con la mafia. Personalmente ritengo di essere appartenuto anche io, in altri tempi, a questa categoria, quando, ai tempi di Peppino Impastato, ritenevo che &#8220;Scudo crociato- mafia di stato&#8221; o che &#8221; D,C.+P.C.I= mafia&#8221;. C&#8217;erano allora certamente molti mafiosi nelle D.C. così come ora nell&#8217;UDC e nel PDL, alcuni anche nel PD, senza per questo dover concludere che tutti quelli che fanno politica sono mafiosi o collusi. &#8220;Se tutto è mafia niente è mafia&#8221;, diceva Sciascia. E questa sorta di smania di trovare “connessioni mafiose” dovunque, ricorda per certi aspetti l’integralismo dei talebani afghani. Quindi due tipi di “talebaneria”: quella sincera e radicale, chiusa in <a title="Salvo Vitale" href="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vitale-salvo-web-big.jpg"><img style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vitale-salvo-web-big.jpg" alt="" width="211" height="251" /></a>una completa intolleranza e nel rifiuto totale del sistema, quella che utilizza o strumentalizza presunte collusioni come mezzi utili a qualche strategia politica. E qua passiamo già alla successiva tipologia,</p>
<p><strong>3) </strong>L&#8217;antimafia strumentale: l&#8217;uso dell&#8217;antimafia come strumento per far carriera. Sciascia, a suo tempo, bollò come &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221; anche Falcone e Borsellino, accorgendosi, solo molto più tardi e dopo la loro morte, di avere sbagliato bersaglio. Per un magistrato che cura particolari inchieste, è facile costruire una cornice in cui l&#8217;impegno personale si media con la carriera professionale. Anche il politico può servirsi di quest&#8217;arma con intelligenza, favorendo le associazioni antimafia, assegnando loro beni confiscati, plaudendo alle operazioni delle forze dell&#8217;ordine quando smantellano organizzazioni malavitose presenti sul proprio territorio, o esprimendo solidarietà nel caso di attentati. Sull’esistenza di un autentica volontà antimafia si può avanzare qualche dubbio, anche se non mancano risultati eclatanti.</p>
<p><strong>4)</strong> L&#8217;antimafia passiva, che comprende una &#8220;maggioranza silenziosa&#8221;, ostile alle prepotenze, desiderosa di vedere l&#8217;alba di una nuova Sicilia, ma che sopporta tutto e si adatta al sistema per mancanza di coraggio. “Pi amuri di la paci ognunu taci- e supporta la mafia in santa paci” , cantava Otello Profazio. Difficile catalogare come antimafia questa forma di accettazione passiva, specie quando è determinata dall’idea che nulla cambia o potrà cambiare l’attuale assetto di vita: non c’è miglior terreno di cultura della mafia che la conservazione dello stato di cose che ne costituisce il naturale brodo di coltura. Un passaggio più avanzato è l’accettazione determinata dalla paura: a nessuno piace subire la violenza, assoggettarsi al pagamenti del pizzo per evitare ritorsioni che possono arrivare alla rovina di un’attività. Lamentarsi non basta, ma c’è già qualche luce di ribellione, o comunque, di presa di distanza.<br />
<strong><br />
5)</strong> Più consistenza ha l&#8217;antimafia militante, cioè quella di coloro che dedicano il proprio tempo e la propria vita a lavorare per l&#8217;eliminazione di questo triste fenomeno del sottosviluppo meridionale: quella di coloro che vanno nelle scuole, che scrivono inchieste coraggiose su alcuni giornali, che creano associazioni e promuovono iniziative di formazione e di lotta, anche spontanee, contro chi usa il potere per ricattare la gente impedendole di scegliere liberamente il proprio futuro. E l’antimafia di amministratori che si attivano per utilizzare i terreni confiscati ai mafiosi, quella dei docenti che elaborano progetti di educazione alla legalità ( non sempre efficaci), quella dei pochi giornalisti pronti a rendere note le collusioni con la politica e i giri d’affari illegali, mentre gran parte dei loro colleghi preferiscono scaldare le sedie con inutili servizi sulle vacanze, sui prezzi, sull’enalotto, sui meriti e i miracoli del loro padrone e dei suoi amici, ecc.</p>
<p><strong>Tratto da:</strong> <a href="http://corleonedialogos.blogspot.com/2009/08/tipologie-dellantimafia-salvo-vitale.html" target="_blank"><em>corleonedialogos.blogspot.com</em></a></p>
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		<title>Lettera al Teatro che avrei dovuto studiare</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 23:26:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giuliocavalli.net/wp-content/uploads/2009/07/critici.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-546" style="margin: 5px;" title="critici" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/07/critici-150x150.jpg" alt="critici" width="150" height="150" /></a>Ammetto che c&#8217;erano tutti i segnali per aspettarselo: un teatro così, sempre attento a non infilarsi sporcizia tra i denti e non sgualcire la piega della pettinatura. Mettici anche che non era per niente male il party tutto ossigenato e invecchiato finto con le vernici dell&#8217;ultimo &#8220;teatro civile&#8221; così glamour e chic da diventare popolare per davvvero dalla parte più eletrizzante ed economizzante del termine. Ho passato gli ultimi anni a sfilare con gli eroi concettuali della denuncia da proscenio, perchè in fondo era un segreto tutto nostro che il coraggio querelabile o pallottolabile (se si potesse dire così, come da cerimoniale, delle pallottole), quel coraggio che rischia di scolorire il fondotinta dell&#8217;arte bastava farselo intervistare e poi fingere di dimenticarlo in quinta.</p>
<p>Riconosco anche che sbucciarsi il cervello sulle sentenze piuttosto che i manuali di dizione, o bere duecento caffè e mezzo spritz con i giornalisti, nemmeno buoni per abbinarci un cappello tronfio o una borsa biennalina, non è drammatirgucamente abbastanza cremoso per i convivi degli attori che chissà cosa avrebbero potuto essere.</p>
<p>Aggiungici anche i critici, quelli che in quarant&#8217;anni di criticabilissima carriera a criticizzarsi con il carisma sotto al palato che puzza ancora dell&#8217;ultimo buffet, mettici che i critici non hanno mica bisogno di disabituarsi a volare via, adesso che si sono convinti di  uscirsi in volo così bene da credere di essere davvero in alto e a pancia in giù.</p>
<p>Dal finestrino della macchina blindata, mentre fischiamo lampeggiando blu appesi primitivi alle maniglie d&#8217;appiglio, il Teatro che avrei dovuto studiare mi gira lo stomaco.</p>
<p>Tutto un zumpapa di attori scarsi che mi capiscono, dieci volte di sottotesto ad ogni battuta.</p>
<p>Tutto festival di lodi che si sciolgono al sole perchè d&#8217;estate il teatro è un doposole.</p>
<p>Tutta una militanza che si spegne al primo colpo di tosse del prossimo bonifico.</p>
<p>Tutto a sinistra, e subito il giorno dopo a destra perchè lei intendeva il lato dal senso di chi guarda e comunque solo gli idioti non barattano l&#8217;idea perchè bisogna pur lavorare. Se possibile di spalle.</p>
<p>Intellettuali alle feste, fallotropi in tournée, nordisti al nord, sudisti al sud e centristi al momento del contratto.</p>
<p>Rivoluzionari nel comunicato stampa, balbettanti sul copione (per esigenze di purezza), con la lingua sulle scarpe (per una replica pagata in pizze) e infine mimi muti come da esigenze di scena.</p>
<p>Tutto a tessere seta e barattarla per flanella per un occhiello in terza pagina.</p>
<p>Tutto che mi capisce, che chissà come deve essere difficile, che è il trionfo della parola, che è il teatro che allora funziona, che se ho bisogno mi ha promesso che come un teatro che si rispetti è sempre a disposizione.</p>
<p>Appena finiscono di smontare l&#8217;ultimo studio di quanto piove in testa a Shakespeare o il prossimo debutto del ludico brodino dialettale.</p>
<p>Dal finestrino della macchina blindata, mentre fischiamo lampeggiando blu appesi primitivi alle maniglie d&#8217;appiglio, il Teatro che avrei dovuto studiare è uno sbadiglio. Muto e spento.</p>
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		<title>Il silenzio colpevole uccide più delle mafie</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 11:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lettera di Carlo Pascarella, giornalista. Non servono commenti. E’ proprio vero, il silenzio uccide e scriverò un libro sulla camorra per dimostrarlo: non si offenda nessuno, altro che Gomorra. Non mi importa se lo leggerò solo io, non mi interessano i soldi, lo farò per mia figlia Francesca, la mia dolce bimba di 4 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.giuliocavalli.net/wp-content/uploads/2009/06/paura.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-542" style="margin: 5px;" title="paura" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/06/paura-150x150.jpg" alt="paura" width="150" height="150" /></a>Lettera di Carlo Pascarella, giornalista. Non servono commenti.</em></p>
<p>E’ proprio vero, il silenzio uccide e scriverò un libro sulla camorra per dimostrarlo: non si offenda nessuno, altro che Gomorra. Non mi importa se lo leggerò solo io, non mi interessano i soldi, lo farò per mia figlia Francesca, la mia dolce bimba di 4 anni che voglio cresca in un mondo migliore. Sarà il libro in cui racconterò le cose che finora non ho detto perché troppo preso a difendermi dagli attacchi della camorra e dal moralismo “aberrante” di uomini di potere che hanno tentato di chiudermi la bocca senza riuscirci.</p>
<p>Racconterò anche di come l’anticamorra per alcuni colleghi, anche di Pignataro Maggiore, sia diventata una moda più che un dovere. Qualche collega forse mi odia, qualcuno mi invidia, qualcuno mi vuole bene. E’ un periodo durante il quale mi sento isolato in una folla oceanica, anche se accanto a me in redazione sento stima ed affetto.</p>
<p>E il libro che scriverò sarà una sorta di mio testamento. Ho insegnato il lavoro a tanti colleghi, molti dei quali hanno fatto poi carriera. Ma ora di me non si ricordano più. Ci sarà un motivo. Forse perché sono rimasto l’unico della carta stampata che scrive ancora su Pignataro Maggiore? Comunque non fa niente, prendo atto di chi mi ha dimenticato.</p>
<p>Chiedo perdono a qualche mio collaboratore con il quale ho sbagliato, il mio carattere di merda che avevo prima mi ha fatto commettere degli errori. Adesso sono un uomo diverso da quello di tre anni fa. Anche i miei maestri sono diversi, si ricordano tuttora di me, che sono stato un umile loro allievo. Ora non mi sento in pericolo, nonostante la mia storia di denunce alla camorra sia finita su quattro libri, ultimo “Il Sud che resiste” di Pasquale Iorio. Nonostante il clamore mediatico scatenato dalla telefonata che mi fecero i boss della camorra casalese Michele Zagaria e Antonio Iovine che mi ha portato su tutti i giornali, anche nazionali. Nonostante “Porta a porta”, nonostante “Anno Zero”, nonostante le tante interviste da me rilasciate a l’Espresso, al Giornale, a Repubblica e a tanti giornali nazionali.</p>
<p>Nonostante tutto resto qui a Caserta a scrivere di camorra: spero ne valga la pena, lo spero davvero. Ma perché ora ho tanti dubbi? Non mi sento un eroe, sono un cronista, ora troppo solo.</p>
<p>Dopo 13 anni vissuti a Caserta da qualche mese sono tornato a vivere nel mio paese, a Pignataro, nel cuore della mafia che ho denunciato. Nulla è cambiato, noia, noia, noia e una cappa opprimente. E non è solo colpa dei camorristi, posso dirlo io che li combatto da anni, nel mio piccolo.</p>
<p>E’ anche colpa di chi ha voluto portare ad ogni costo sul fronte politico, con diatribe da quattro soldi, una battaglia antimafia che andava combattuta tutti insieme, senza il colore o il simbolo di una bandiera. E qualche errore forse l’ho commesso anche io, forse sono caduto in una trappola.</p>
<p>Presto andrò via per sempre da Pignataro, perché quelle poche volte che esco vedo la bellezza dei luoghi della mia infanzia, incontro i miei vecchi amici, ma sento dell’oppressione, dell’isolamento. E’ come se fossi un uomo scomodo. Devo tanto alla mia famiglia, che ha subito attentati, minacce, soprattutto per colpa mia. Ma mi hanno dato la forza di andare avanti. Fanno piacere le pacche sulle spalle di chi mi dice di aver fatto una bella carriera, di essere stato coraggioso.</p>
<p>Ma vi chiedo: è servito a qualcosa? Mi dicono di sì, ma io comincio a capire che la marea non è cambiata. Il sole c’è a Pignataro, ma ci sono ancora tante nuvole. Il sole c’è anche nelle terre del clan dei Casalesi, ma lì c’è ancora un temporale in arrivo. Perché la mafia si ricicla continuamente. Povero Giancarlo Siani, ucciso per amore della verità, per la passione innata per questo mestiere bello ma che talvolta distrugge l’anima.</p>
<p>La camorra va combattuta tutti insieme.</p>
<p>Non so se resisterò, ci proverò con tutte le mie forze a lottare, per 13 anni ce l’ho fatta. Adesso mi sento un po’ stanco. Come un guerriero ferito dall’indifferenza. Eppure sono vivo, ho la mia piccola Francesca e questo mi basta. Molti di voi no, io invece vi amo tutti. Anche coloro i quali pensano sia un mitomane, anche coloro che mi vogliono morto o altrove.</p>
<p>Carlo Pascarella</p>
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