Mi ero ripromesso di parlare e scrivere il meno possibile delle minacce. Soprattutto per una questione mia personale di pudicizia e coscienza e soprattutto per il gioco perverso di questo Paese (oggi posso dire pienamente verificato sulla mia pelle) che ogni volta accende i riflettori sulla bestialità degli intimidatori che meriterebbero il peggiore oblìo. Non sono per niente convinto che la scelta sia sensata ma me lo ero imposto in questi ultimi mesi in cui ho avuto modo di sentirmi addosso la paura ancora più appuntita. Me l’ero imposto perché potessero cantare ad alta voce tutti i professionisti delle “carte a posto” secondo cui la nostra dovrebbe essere una condizione passeggera e niente di più.
Christian Abbondanza è un uomo contestato e contestabile. Con la sua associazione CASA DELLA LEGALITA’ da anni racconta la Liguria (e non solo) complice consapevole delle mafie sul territorio: dai Gullace e Fazzari, ai Fameli, Mamone, Fotia a tutta la banda Raso-Gullace-Albanese. Senza remore contro i mafiosi e i politici conniventi. Qualcuno dice che sia un allarmista provocatore.
Emiliano Morrone è il direttore de LA VOCE DI FIORE nonché autore di libri sulla ‘ndrangheta calabrese (insieme a Francesco Saverio Alessio) che sono “magicamente” spariti dagli scaffali e che non fanno sconti a nessuno. Qualcuno lo definisce con un po’ di spocchia “un semplice blogger”.
In Calabria (mentre la ‘ndrangheta alza il tiro impunemente contro le istituzioni) quotidianamente si sente di giornalisti minacciati e intimiditi per smussare la scrittura e tacere le notizie che possono dare fastidio. Si accende la solidarietà (poca) per il tempo di ualche editoriale sparso nel web e subito dopo sembra cadere un silenzio cimiteriale. Mentre loro rimangono al fronte. Qualcuno dice che se la sono andata a cercare e cercano un po’ di pubblicità.
Eppure Christian Abbondanza nei giorni scorsi ha ricevuto l’ennesima minaccia che gli ha fatto gridare “basta!“, Emiliano è ritornato la sera a casa e non ha più trovato i computer con le proprie inchieste e i documenti (vi ricordate non molto tempo fa un caso analogo alla giornalista di LA7 Silvia Resta?) e in Calabria si continua con le lettere anonime, i proiettili in busta e le taniche di benzina. Senza contare le centinaia di casi che rimangono taciuti per paura o peggio per nostra disattenzione.
In una scia inaccettabile a cui ormai ci siamo abituati. Come se facesse inevitabilmente parte del gioco. Come se fosse colpa loro pretendere un po’ di attenzione. Come se fosse diventata una colpa in Italia essere minacciati perché, in fondo, chi non si adegua, chi è fuori dal gruppo, non ha il diritto alla solidarietà. Chi alza i toni o accende i riflettori sceglie consapevolmente di uscire dalla “comunità”.
Eppure sembrerebbe così banale e normale che le opinioni e i modi abbiano tutte il diritto di non ricevere pallottole. Anche i blogger e gli allarmisti. O no?
L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, che, in fondo, sotto le sue sacre vesti (dicono i più informati) deve essere un comunista, negli scorsi giorni ha affermato che i musulmani “hanno diritto a praticare la loro fede nella legalità. E’ legittima la loro richiesta di avere un posto per pregare. La politica strumentalizza il problema della moschea”.
A questo punto la parte “più sensibile” del panorama politico ha parlato. Il ministro Roberto Maroni ha affermato “sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee” e il sempre attento Matteo Salvini ha ironizzato “se il cardinale ha fretta e ha già dimenticato l’occupazione del sagrato, ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi. Noi stiamo con quei parroci che a Milano e con coraggio anche nei Paesi islamici difendono la propria religione e la propria gente”.
Vorrei illustrare alla mente sicuramente già illuminata di Salvini quale sia il ruolo dell’arcivescovo e quale, a mio parere, dovrebbe essere il ruolo della politica.
Il cardinale Dionigi Tettamanzi è la massima autorità della Chiesa cattolica in territorio ambrosiano. Salvini probabilmente, dedito al rito celtico, non capisce le dichiarazioni dell’arcivescovo semplicemente perché ignora totalmente una cultura che nel popolo italiano, anche quello del Nord, è radicata ovvero la cultura cristiana. Del resto, è lo stesso Salvini che fa riferimento ai parroci che difendono la propria religione. Ma qual è la religione di cui parla l’europarlamentare leghista?
Nel Levitico 19,33-34 si dice “quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.” Il Deutoronomio 10,19 afferma “amate dunque il forestiero, poiché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto”, il vangelo di Matteo 25,35-36 “perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”, infine la Lettera agli Ebrei 13,2 asserisce “non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”.
Ebbene il cardinale è il rappresentante di questa cultura religiosa e non di una ottusa, antidemocratica e razzista presa di posizione nei confronti degli immigrati e di tutti coloro che non professano la fede cattolica.
La politica in un paese laico può contestare ed essere in disaccordo con le dichiarazioni dei ministri di culto e dei rappresentanti di ogni religione, ma non può utilizzare in modo volgare trazioni millenarie portandole a dire ciò che non hanno mai avuto intenzione di affermare. Il cardinale è il portavoce della religione cattolica e i suoi inviti rientrano perfettamente nell’insegnamento religioso. Deridere l’arcivescovo e relegarlo in un piano di distacco rispetto alle persone con cui i parroci si interfacciano quotidianamente non è solo un’arida denigrazione ma anche segnale di una totale ignoranza in tema religioso.
Forse prima di parlare di religioni e di islam bisognerebbe studiarne le radici, gli usi, i testi e vivere a contatto con chi professa ogni giorno la propria fede.
Non credo che Salvini conosca la cultura islamica ma, quello che più mi preoccupa, non penso abbia mai letto la nostra Carta Costituzionale. All’art.8 della Costituzione si legge che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.” e all’art.19 che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.
Ritengo che la costruzione doverosa di un luogo di culto per una religione diffusa sul nostro territorio sia perfettamente in sintonia con la norma costituzionale e che affermare il contrario o, addirittura, proporre una legge affinché non si possano costruire moschee, sia anticostituzionale e, di conseguenza, antidemocratico.
Il cardinale Dionigi Tettamanzi ha dimostrato ancora una volta di essere più laico dei nostri laici politici leghisti che, talvolta, alzano la testa affermando di stare dalla parte dei cristiani. Caro Salvini, Le posso assicurare che i cattolici usi a leggere le Sacre Scritture non si sentono minacciati dalla costruzione di una moschea, ma dalla xenofobia razzista e violenta dilagante in questo Paese.
Frediano Manzi è uno di quei tipi umani che difficilmente riesce a farsi voler bene dalla politica: parla troppo, scrive nomi e cognomi e spesso finisce per mettere il dito nelle piaghe di una Milano che preferirebbe non sapere. I nemici di Frediano non funzionano per scrivere di epopee mafiose: stanno nell’arroganza di periferia dei Tatone a Quartoggiaro o nelle ciabatte unte dei Pesco-Cardinale e nei polsini bianchi del “cartello” delle pompe funebri milanese che riesce ad avere lo stomaco per pasteggiare anche sui morti. Boss mica buoni per farci una copertina, piuttosto quattro guappi sgarruppati che sembrano non interessare a nessuno. Nonostante loro siano molto interessati a Manzi. Aggiungiamoci anche Frediano non ha imparato in fretta e bene la postura elegante, sempre spettinato e di corsa nel cuore dei quartieri di Milano.
Frediano Manzi (e la sua associazione) non è stato minacciato ieri. Frediano Manzi è stato lasciato solo da un pezzo, supportato solo da qualche volontario e circondato dai politici nel tempo di una telecamera. Ha chiesto una sede e ha ottenuto qualche straccio di comunicato stampa, ha chiesto una mano per distribuire i propri questionari e si è sentito rispondere che bisognava capire quanti voti portassero, ha provocato ed urlato e si è meritato al massimo qualche querela. Frediano Manzi non lamenta minacce dalla mafia, Frediano Manzi è stato lasciato solo dalle istituzioni. Quando l’ho conosciuto qualche anno fa mi sono sempre chiesto chi glielo facesse fare, cosa avesse da guadagnarci. Nulla.
Sai, Frediano, ce lo siamo detti spesso che quello che conta a Milano è essere chic e non rompere alle persone sbagliate. E so benissimo che ormai la lezione non la impari più. Ma non preoccuparti, vedrai che alla fine l’odore di elezioni su Milano trasformerà tutti (da una parte e dall’altra) in paladini in tua difesa almeno fino al ballottaggio. Così almeno riusciremo a non lasciare in pace queste quattro fecce sparse per la città. Almeno fino alla prossima inevitabile parentesi di minacce e solitudine.
Nel piccolo Comune di Montichiari in provincia di Brescia si trova Green Hill, l’unico allevamento da cani di laboratorio in Italia e uno dei più grandi in Europa. Ogni mese finiscono negli stabulari tra mani di vivisettori e su tavoli operatori 250 cani Beagle di questo stabilimento.
I cani di Green Hill vengono utilizzati nei laboratori farmaceutici, universitari, privati e militari e vengono sottoposti ad esperimenti di ogni genere e costretti a ingerire o inalare ogni tipo di sostanza che, poi, li porta alla morte. Questi animali indifesi vengono utilizzati senza scrupoli, uccisi, sezionati e poi gettati nei cestini come oggetti inutili.
Uno dei laboratori che si rifornisce da Green Hill è l’Huntingdon Life Sciences (http://it.wikipedia.org/wiki/Huntingdon_Life_Sciences), l’unico centro di tossicologia in Europa a cui siano mai state tolte le licenze per sevizie verso gli animali.
Inoltre, Green Hill da alcuni anni è stata acquistata da un’azienda americana, la Marshall Farm Inc. (http://en.wikipedia.org/wiki/Marshall_Farms) nota come la più grande fabbrica di cani da laboratorio del mondo.
All’interno dello stabilimento di Montichiari sono rinchiusi 2500 cani adulti più le relative cucciolate in capannoni chiusi, asettici, senza spazi all’aperto e senza aria o luce naturale; vi sono file di gabbie con luci artificiali e un sistema di aerazione necessario per la breve sopravvivenza dei Beagle ivi segregati.
Green Hill ha anche manifestato l’intenzione di ampliare lo stabilimento attraverso la costruzione di altri capannoni per arrivare ad oltre 5000 cani nell’allevamento che, di fatto, lo renderebbe il più grande allevamento di cani Beagle in Europa ed il fulcro della vivisezione canina europea.
Insieme al gruppo Italia dei Valori ho proposto un’interrogazione scritta ex art.117 Regolamento del Consiglio Regionale al fine di conoscere la situazione dei cani Beagle a Green Hill, poiché le informazioni sull’allevamento di Montechiari sono assolutamente allarmanti e indegne di un paese civile.
L’interrogazione chiedeva di conoscere le azioni e le misure adottate da Regione Lombardia, a fronte della situazione sopra descritta, al fine di far rispettare a Green Hill il disposto di cui all’art. 7 comma 2 del Regolamento Regionale 2/2008 che prima dell’abrogazione della legge 16/2006 (Lotta al randagismo e tutela degli animali di affezione), normando tutti gli allevamenti di cani sul territorio regionale, decretava che sia le strutture pubbliche che quelle private non dovessero avere più di 200 cani; se la Regione Lombardia fosse a conoscenza del progetto di ampliamento dello stabilimento; quali intendimenti la Giunta regionale fosse in procinto di adottare a fronte dell’entrata in vigore della legge regionale 33/2009 (Testo Unico delle leggi regionali in materia di sanità) e del relativo regolamento regionale di attuazione; infine, quali azioni e misure Regione Lombardia intendesse adottare in relazione all’ampliamento di Green Hill.
L’assessore alla sanità Luciano Bresciani ha risposto affermando che “la potestà autorizzativa” (art. 10 d.lgs. 116/1992 per stabilimento di allevamento) “è in capo al Comune ove è sito lo stabilimento di allevamento. Nel caso di specie, il Comune di Montichiari, acquisito il parere favorevole della Asl di Brescia:
a. Con atto prot. n. 14889 del 20.06.2001 ha autorizzato la Green Hill s.r.l. ad attivare e gestire un allevamento di cani di razza “Beagle” da utilizzare a fini sperimentali;
b. Con atto prot. n. 36451 del 13.11.2008 ha provveduto all’aggiornamento dell’autorizzazione suddetta.
L’allevamento consta di 5 capannoni, in cui sono presenti 2718 cani di razza Beagle allevati allo scopo di essere successivamente utilizzati in esperimenti. La struttura dispone di un responsabile sanitario.”
Bresciani non ci comunica molto di più di quello che già sapevamo, se non indicare nella Asl di Brescia l’unica responsabile del rilascio dell’autorizzazione a Green Hill e specificare l’esatto numero di cani presenti nello stabilimento.
L’assessore alla sanità lombardo afferma che sono stati effettuate verifiche da parte dell’Asl di Brescia e che tutti i controlli hanno avuto esito favorevole. Inoltre, la stessa Asl ha effettuato due controlli straordinari (svolti in data 21.05.2010 e 31.05.2010) che “non hanno rilevato ipotesi di non conformità tali da richiedere provvedimenti di revoca o sospensione dell’autorizzazione.” Personalmente avrei voluto conoscere le motivazioni che hanno portato la Asl bresciana ad effettuare dei controlli straordinari ovvero se siano arrivate segnalazione di cattiva gestione dello stabilimento, ma a quanto pare Bresciani non ha ritenuto doveroso inserire queste informazioni aggiuntive nella sua risposta.
Per quanto riguarda l’ampliamento dei capannoni di Green Hill Bresciani ci comunica che “la U.O. Veterinaria della Direzione Generale Sanità ha incontrato l’Amministratore Delegato della Green Hill, che ha manifestato la volontà di sospendere l’ampliamento dello stabilimento di allevamento di Montichiari.”
L’assessore risponde alla violazione dell’art. 7 comma 2 del Regolamento Regionale 2/2008 affermando che vi è un contrasto con la normativa nazionale che, di conseguenza, va applicata. Bresciani ha inviato una nota al Sottosegretario alla Salute evidenziando il contrasto citato. Ci auguriamo che arrivi una risposta il prima possibile perché, intanto, ci sono ancora 2718 cani reclusi in cinque capannoni.
Vorrei, però, fare delle considerazioni di carattere più generale. Nonostante le risposte dell’assessore Bresciani, mi sembra che la Regione Lombardia non si sia mai posta il problema di avere sul suo territorio un allevamento numericamente importante di cani destinati alla ricerca ed alla vivisezione. Ne è dimostrazione il fatto che solo dopo la nostra interrogazione Bresciani si sia accorto del contrasto normativo.
Del resto, al di là dei controlli della Asl ai fini della autorizzazione, la Regione Lombardia non ha mai effettuato dei sopralluoghi e non si capisce il motivo dal momento che, almeno di questo si deve dare atto, un allevamento di cani da laboratorio non è fortunatamente un’attività imprenditoriale così diffusa. Ancora di più, poi, sarebbe da monitorare lo stabilimento dal momento che Green Hill è stata acquistata da un’azienda come la Marshall Farm Inc. ed è in affari con l’Huntingdon Life Sciences, aziende spesso al centro di scandali per il trattamento nei confronti degli animali.
Ritengo che una politica attenta e rispettosa non possa relegare la questione Green Hill come un problema marginale, ma debba impegnarsi affinché vengano rispettati i diritti degli animali che meritano di essere trattati come esseri viventi e non come oggetti.
Il contrasto normativo segnalato giustamente dall’assessore deve essere risolto il prima possibile e deve essere data piena attuazione alla normativa regionale. Continuerò a lavorare affinché questo accada.
Giulio Cavalli ha portato alla Schiranna il suo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” sulla presenza di mafia e ‘ndrangheta in Lombardia
Suona una sveglia un po’ particolare ad Anche Io. È quella di Giulio Cavalli con il suo teatro-verità su un tema duro da mandar giù: quella della presenza mafiosa in terra lombarda. “Nomi, cognomi e infami” prometteva, e“tagliando e cucendo” fatti recenti e meno recenti, per il pubblico della Schiranna ne è uscito una sorta di promemoria del malaffare, del cancro malavitoso che corrode la pubblica fiducia in una regione che, in teoria, con le mafie e la mentalità che le partorisce e sostiene, non dovrebbe avere nulla a che fare. Invece è la quarta regione mafiosa d’Italia, e, per l’entità dei vorticosi giri di soldi legati ad appalti e riciclaggio di denaro sporco, probabilmente in ultima analisi la prima. E non da ieri.
Impossibile andare ad analizzare tutti i vari aspetti che Cavalli ricostruisce: la sua ormai è «una missione, una battaglia», caotica quanto può esserla quella sul campo. Da quello spettacolo “Do ut des” che dal 2006 portò avanti, in Sicilia in vere capitali storiche di clan potenti come Gela o Corleone, con l’appoggio di sindaci-coraggio (Crocetta) e le risate del pubblico che cominciavano a demolire sottilmente il potere totalitario dei boss, vennero le prime minacce, giunte in terra lombarda. A quel punto non restava che proseguire a testa alta: una volta irritati i “mammasantissima” di turno, indietro non si torna. E allora ecco Cavalli portare avanti una sua politica teatrale, dichiarata: mettere a nudo i boss, evidenziare insulsaggini, «medievalità e pochezza», come dice, delle organizzazioni mafiose e dei loro rituali. Come quello, che descriveva al pubblico facendosene allegramente beffe nel suo monologo, della punciuta, con cui si affiliano i nuovi picciotti di Cosa Nostra.
Con tanto di ramo di arancio amaro, spina, sangue versato su un santino da dare poi simbolicamente alle fiamme, giuramento di fedeltà. O ancora i soldi sepolti sottoterra dai boss Lo Piccolo di Palermo; o i “pizzini” sgrammaticati di Provenzano. Spigolature che riportano i temutissimi signori della violenza e dell’abuso a dimensione d’esseri umani fallibili, custodi di “sacre regole” giurate che, ricordava Cavalli, vengono puntualmente violate. Si giura, entrando nella mafia, di non tradire la moglie, ma i boss non disegnano di certo amanti e prostitute; non si dovevano avere rapporti con gli “sbirri”, e poi si trattava dietro le quinte con settori deviati dello Stato; e così via.
Tornando a noi dalla Sicilia, è in Lombardia che il pericolo dell’assopimento delle coscienze è più alto. In questa nostra terra in cui prima clamorosa vittima di mafia fu, ricorda Cavalli, nel 1979, l’avvocatoGiorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano che fu di Calvi, l’allievo di Sindona. Un uomo simbolo della migliore borghesia Ambrosoli, ucciso dai mafiosi perchè onesto. Il lombardo Cavalli, ora anche consigliere regionale, può ben lanciare i suoi allarmi ancora adesso, nel 2010, quando ripete che ormai il vero centro della ‘ndrangheta, la più potente mafia italiana, è proprio a Milano e dintorni. Un centro ancora sottomesso a decisioni calabresi, se è vero quanto emerso dalle più recenti indagini: ma un vero “cervello” strategico per gli interessi, il transito e la moltiplicazione del denaro e del potere. Cavalli descrive dunque, in questo spettacolo, la mutazione generazionale degli ‘ndranghetisti trapiantati al Nord e giunti a dominare varie cittadine dell’hinterland milanese, “coree” tristemente note.Dai sequestratori anni Settanta ai boss del narcotraffico, fino alla grande torta degli appalti edili e del movimento terra in cui le seconde generazioni spadroneggiano ormai in veste di imprenditori, in un curioso fenomeno di ascesa sociale, diciamo così.
Tutto mentre, fustiga Cavalli, “a Milano la mafia non c’è” hanno detto a più riprese sindaci e persino prefetti dagli anni Ottanta fino a tempi recentissimi. Invece c’è eccome. E «sta a cento passi da Palazzo Marino». Basti ricordare chi ha ammesso di aver finanziato la campagna elettorale di un importante esponente della Regione… Per tacere della provincia lombarda. Anche la nostra zona fa la sua molto disonesta parte, fra gli omicidi di ‘ndrangheta che nel decennio scorso hanno insanguinato l’alto Milanese, fra Lonate Pozzolo, Ferno e il Legnanese, o quel boss che vantava di aver mobilitato il voto dei calabresi trapiantati verso un determinato amministratore di una città della zona di Malpensa. Aeroporto nel quale i Filippelli di Lonate entravano e uscivano a piacere, operando sotto l’ala di quel Vincenzo Rispoli descritto da Cavalli come «il principe nero delle vostre zone». “Onore” forse eccessivo, ma le indagini puntano dritte su di lui come capo della “locale” di Legnano-Lonate.
La battaglia contro la mafia, comunque essa si chiami, «è ricerca di dignità ed è una responsabilità della politica», ci ricorda Cavalli in veste di martello delle coscienze. Perchè tacendo, chiudendo occhi, bocca e orecchie, avverte «non resteremo impuniti, bensì finiremo complici» del nostro stesso asservimento. Perchè, insiste l’attore, «Gomorra è qui».
CARTA D’IDENTITA’
Nome: Giulio
Cognome: Cavalli
Professione: attore, scrittore, regista
Partito: Italia dei Valori
Ruolo istituzionale: consigliere regionale Lombardia (dallo scorso aprile 2010)
Il fatto: nel dicembre 2009 è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che gli ha portato la propria solidarietà per la vita sottoscorta a causa delle minacce ricevute da cosche mafiose.
Per approfondire: www.giuliocavalli.net
Gli spunti di riflessione sono figli di un agosto in cui a chiudere per ferie sono stati solo i luoghi istituzionali mentre la politica nazionale si è imbattuta nella particolare realtà di una crisi di Governo scaturita in seguito alla lite (divergenze etiche, politiche, personali) tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. La diatriba interna al Popolo delle Libertà spalanca i portoni a uno scenario a questo punto più che realistico: ennesime elezioni anticipate con sviluppi allo stato attuale imprevedibili. Che faranno i finiani? E l’UdC di Casini? La convergenza tra Partito Democratico e Italia dei Valori è destinata a sopravvivere?
Tuttavia, parlarne con Giulio Cavalli (“seguo soltanto ciò che ho nel cuore e nella pancia, la volontà inestinguibile di essere presente, partecipe a me stesso e alla società di cui sono parte“), consigliere regionale (Lombardia) in quota all’IdV, significa poi non trascurare neppure una serie di avvenimenti – l’inchiesta legata alla cosiddetta organizzazione P3, il coinvolgimento nello stesso ambito di Roberto Formigoni, l’analisi di una realtà eterogenea e complessa quale è quella della Lombardia, il lento marciare verso Expo 2015, la connivenza tra Mafia e politica (del presidente dell’antimafia Beppe Pisanu giungono fresche le dichiarazioni odierne: “L’insieme delle mafie oggi movimenta 120-140 miliardi di euro l’anno, è chiaro che la movimentazione di questo denaro comporta complicità in una vasta zona grigia che riguarda il mondo dell’economia, della politica, della finanza”) – di cui il consigliere ha evidente facoltà per rendicontare e che sono tanto attuali quanto la querelle tra berlusconiani e finiani.
Il PdL è frantumato, la tenuta del Governo evidentemente fragile,l’Esecutivo sembra avere i giorni contati: quale scenario prevede o auspica?
“Una soluzione tecnica che duri giusto il tempo di scrivere le riforme per garantire una campagna elettorale pari e ripristinare il diritto-dovere della preferenza per i cittadini. Non un giorno di più. Poi andare al voto creando una coalizione reale che non abbia ombre sui punti fondamentali del proprio programma“.
Grillo – Pd – UdC – Fli: con quale di questi partiti a IdV sarebbe precluso un dialogo, con chi accetterebbe di sottoscrivere un programma?
“L’Udc gioca da tempo a cedersi al miglior offerente. Mi interessano i partiti che costruiscono, non mi interessa il mercimonio delle poltrone. Con Fli non condivido le radici politiche ed ideali, credo che non sarei intellettualmente onesto nel fingere visioni comuni in un rapporto che è distante già nelle premesse. Il Pd ha una parte attiva, democratica e indisponibile agli inciuci con cui già lavoriamo regolarmente, mi auguro che possa quanto prima avere una dirigenza che assomigli di più alla sua base. I temi del movimento 5 stelle sono gli stessi temi su cui stiamo lavorando in Regione e nelle amministrazioni in cui siamo presenti. Questo parla da sé“.
Leadreship Pd: come valuta l’operato di Bersani?
“Altalenante: un po’ troppo forte con i deboli e un po’ deboluccio con i forti“.
IdV: qual è il valore aggiunto che garantirebbe il suo partito a una eventuale coalizione e quale, invece, il limite strutturale (se esiste) che va ancora superato?
“Il valore aggiunto sta nell’inamovibilità su alcuni principi e su un programma chiaro nei suoi 11 punti chiave. È un partito giovane che deve imparare a gestire un’adolescenza in rapida crescita che richiede una decisa apertura all’eterogeneità e una rapida strutturazione sul territorio“.
Di Pietro si è paragonato a un centravanti di sfondamento per sottolineare che la sua figura non potrebbe essere spesa per guidare una coalizione. Chi potrebbe rivestire quel ruolo?
“Allo stato attuale sarebbe superficiale e inutile giocare sui nomi e sulle facce. Decidiamo insieme quali sono le priorità, come attuarle e all’interno di quale perimetro politico. Non sarà difficile poi leggere la giusta persona di sintesi“.
Mafia – politica: le fa più paura il pensiero di quanto è venuto a galla, di quello che non è ancora emerso o di ciò che non si saprà mai?
“Mafia-politica un rapporto adultero che si consuma fin dalla nascita di questa repubblica. La storia dimostra come la volontà chiara di creare degli anticorpi ha portato i propri frutti, penso a Pio La Torre e a uomini come Giovanni Falcone e molti altri, per questo non mi stancherò di essere ottimista, realista ma ottimista“.
Che idea si è fatto rispetto al coinvolgimentio di Formigoni nell’ambito dell’inchiesta sulla P3?
“La vicenda non fa nient’altro che confermare come in Lombardia la vera gestione del potere non sta dentro i luoghi democratici ma nelle stanza o nei telefoni di un potentato sommerso. Sento Formigoni difendersi parlando di nessun procedimento giudiziario. C’è un valore nella politica che sembra essere dimenticato: l’opportunità“.
Primi bilanci da consigliere (Cavalli è anche Coordinatore di Milano città per IdV): cinque temi per i quali in Lombardia si fa ancora troppo poco e – per gli stessi – altrettante proposte.
“Il primo è quello della criminalità organizzata: ci vorrebbe un’urgente presa di coscienza e messa in opera di organismi e regole politiche adatte
Il secondo porta a una rivisitazione rispetto alle politiche ambientali: occorre una gestione del suolo che parta dalla considerazione che è un bene finito e non di proprietà di governanti o amministratori
Terzo, poi, l’Expo: la vera sfida è riuscire a costruire un Expo che sia più utile a fine manifestazione e che non crei cattedrali nel deserto. Oggi expo è infangato in un’incapacità organizzativa e gestionale che ha strapagato manager per non riuscire nemmeno a deciderne la collocazione. In quart’ordine, il legame tra pubblico e privato: che la dignità della scuola e della sanità pubblica sia stata svenduta per far sorridere qualche privato dovrebbe essere un’emergenza sociale. Qui invece è la chiave di volta del consenso per vincere. Infine, guardo al bilancio: sarebbe imperdonabile scialacquare risorse per alimentare la bandiera del federalismo in un momento storico in cui la Regione è chiamata alla responsabilità di garantire un sostegno dignitoso ad ogni suo cittadino“.
Ha parlato di Expo, riesce a fare il punto della situazione?
“Oggi expo esiste solo nei caffè tra 4, 5 amministratori e qualche padrone del mattone. Forse molti cittadini non sanno che l’argomento expo non è mai stato trattato fin’ora all’interno del consiglio se non per una comica mozione dell’Udc che proponeva di affidare in toto il pacchetto delle grandi opere a Infrastrutture Lombarde“.
Lei è autore e attore di teatro: come riesce a conciliare, non solo in termini di tempo, il suo mestiere con l’attività di politico? Sembrano due contesti tra loro assai differenti: il pragmatismo della politica a fronte della creatività dell’artista.
“Soprattutto in un modo: cercando di essere serio“.
Le è toccato subire più di una minaccia dalla criminalità organizzata, si sente tutelato dalle Istituzioni? Più dura, certe sere, addormentarsi o più faticoso, alcune mattine, dar retta alla sveglia?
“Credo che lo Stato stia garantendo di poter esercitare le mie professioni nel modo più sereno possibile. Credo comunque che la tutela venga molto più dalla gente che da qualche uomo di scorta“.
Alcune affinità legate alla vita privata e pubblica portano a chiederlo: ha mai conosciuto Roberto Saviano?
“Sì, conosco Roberto e capita di scambiarsi qualche opinione“.
Auden Bavaro
Intervista con Giulio Cavalli: l’attore, scrittore e regista porterà ad “Anche Io” sabato 4 settembre il suo “Nomi, cognomi ed infami”, in ricordo di chi perse la vita lottando contro mafia e malaffare
Difficile condensare in poche righe lo spirito di un Giulio Cavalli. Difficile, ma ci proviamo: lo dobbiamo ai nostri lettori, agli amici, speriamo tanti, che verranno a trovarci alla Schiranna. Sì, perchè il 33enne attore, regista e scrittore (nonchè, dalla scorsa primavera, consigliere regionale) sarà presente sabato 4 settembre alle 21 ad Anche Io per presentare il suo spettacolo “Nomi, cognomi ed infami”, dedicato alle vittime della lotta alla mafia. Alle spalle le note vicende che lo hanno visto mettere sotto scorta e protezione delle forze dell’ordine per le coraggiose e forti denunce della penetrazione mafiosa in Lombardia nello spettacolo Do ut des, ma anche importanti spettacoli su temi “forti”, dal G8 di Genova 2001 al turismo sessuale e alla pedofilia.
A prima vista, volendogli per forza trovare un’etichetta, il suo si può chiamare un teatro della passione civile. Definizione “stretta”?
Sì, perchè se ci fosse un teatro “civile” dovrebbe esserci, di converso, anche quello “incivile”… Si possono scegliere argomenti diversi, ma non sono quelli a decidere della “civiltà” di una rappresentazione. “Teatro civile” sono i cantori di funerali e matrimoni vari. Eppure conosco bidelli, tramvieri, e perchè no, giornalisti, civilissimi.
Dove nasce il Cavalli artista? Quale bagaglio si porta appresso?
A cinque anni i miei genitori ebbero la folle idea di mettermi davanti a un pianoforte, quindi iniziai nel segno della musica. Ogni forma d’arte è comunicazione, ma è l’uso della parola che ho trovato più adatto a me, col tempo. Ho avuto una formazione teatrale da Arlecchino, nella commedia dell’arte; comunque anche la definizione di attore mi sta stretta, perchè io prima di tutto ed essenzialmente scrivo. Poi, essendo egoista, recito io quei testi, causando il mio male o il mio bene. Fondamentali per la mia carriera sono stati gli incontri, me l’ha sempre detto anche Dario Fo, che è stato uno di quelli più importanti per me, insieme a persone come Paolo Rossi o Renato Sarti, solo per citare alcuni. Ho sempre pensato che il teatro debba raccontare storie poco narrate, inevitabile quindi trovarsi a collaborare con soggetti esterni al mondo teatrale, dal giornalista al giudice. Diciamo che nel teatro amo poco la cerimonia, e molto parlare ed ascoltare.
Cosa l’ha spinta ad occuparsi di un tema scottante come quello della mafia in terra lombarda?
In verità mi sono sempre occupato di temi “scomodi”. Pressioni ne ricevemmo già per lo spettacolo su Linate (“Linate, 8 ottobre 2001: la strage”), per quello sulla pedofilia (“Bambini a dondolo”). È che non riesco a immaginare una bellezza svincolata dalla dignità. Andiamo allora a riprendercela in quei buchi neri della Storia, in quei grumi del potere in cui si perde. Il teatro è una relazione non mediata, la bellezza vi è sentimento solidale, quasi un contrappasso dell’articolo 416bis del codice penale nella sua descrizione del reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, che è l’opposto speculare di questa condivisione, un ritratto dell’egoismo. Il contrappasso è la solidarietà, la bellezza ne è il cemento. Nasco come Arlecchino, come dicevo: e la risata è un’arma bianca tra le più efficaci. Per l’appofondimento del tema mafia nello specifico sono stati fondamentali anche qui gli incontri: persone come Ingroia, come Rosario Crocetta, il sindaco di Gela, o come Giovanni Impastato, il fratello di Peppino. Sulla mia vicenda personale però noto un neo: un certo voyeurismo su minacce, vita sotto scorta, eccetera, di cui spesso mi si chiede.
Forse è un riflesso della vicenda di Roberto Saviano.
Certamente, conosco Roberto. Può essere. Se lui è preoccupato, io sono… preoccupante (per chi lo minaccia ndr). Vedete, ogni tono di grigio nel mio lavoro sarebbe una concessione a “loro”. Anche per questo resto “a colori”. Non mi batteranno.
Considera i suoi spattacoli uno sfogo, un antidoto a un veleno sociale, una sorta di sveglia per una Lombardia addormentatasi “bella paciarotta”, come diceva qualcuno…?
Tutto questo, senz’altro, le dosi poi cambiano a seconda del momento e del tema. In ogni caso, visto che di sveglia si parlava, rivendico il mio diritto all’allarmismo, in un quadro di sonnolenza generale. La mafia prospera laddove c’è indifferenza tra la popolazione, possibilità di fare affari senza rumore, dietro le quinte, nonché di insediarsi fisicamente sul territorio. Poi, chiaro, emerge anche qualche “divisione del lavoro”: non puoi spadroneggiare a Milano centro come fanno in provincia, dove c’è più tolleranza per certo… “folclore”. Un Rispoli non può essere uno Iorio o un Madaffari, e viceversa.
“Nomi, cognomi e infami”… Questa esigenza di mettere tutto in piazza, nero su bianco, viene da lontano, è nel DNA?
Sono sempre stato un “antipatico”. Del resto già Peppino Impastato diceva che il giovane antimafia deve essere “uno scassaminchia”. Testuale.
Ha senso una distinzione fra il Cavalli uomo di teatro e il Cavalli politico?
Peppino Impastato che faceva satira alla radio viene assassinato a una settimana dalle elezioni amministrative, un altro grande personaggio antimafia come Pippo Fava era drammaturgo oltre che giornalista, dicevano che era troppo politicizzato, poi l’hanno ammazzato. Io non so cosa farò l’anno prossimo, ma conosco chiaramente obiettivo e metodo. Senza compromessi nè sottomissioni di sorta, andrò avanti per la mia strada.
Oggi leggo le agenzie, apro la posta e annuso che è iniziata la campagna elettorale per Milano. Penso: finalmente. Ma la partenza è un po’ troppo a strappi per essere un buon inizio. Milano è così: bulimica di nomi e facce nuove e anoressica quando si tratta di ascoltare contenuti e posizioni.
Al contrario di come scritto da qualcuno questa mattina non ho niente contro la candidatura di Stefano Boeri anzi, credo che ogni nuovo “ingresso” nella corsa per Palazzo Marino possa solo aggiungere temi e modi ad un dibattito che ha bisogno di essere sempre vivo per stare al passo.
Mi sia concesso almeno di non mettermi in fila tra questa coda di incensanti e di incensati della prima ora su un candidato che da oggi è sugli scaffali e che ora deve farsi assaggiare in tutti i suoi ingredienti: Stefano Boeri ha annunciato di essere del gioco con una telefonata d’oltreoceano, questo non mi serve e non mi basta. Ritorni con calma (non troppa), affitti una sala, convochi una conferenza stampa, indìca un’assemblea e ci racconti cosa vuole fare, che piano ha sul tema del lavoro, come vuole rivedere i pesi delle scuole pubbliche e private, cosa pensa della privatizzazione dell’acqua, quali sono le sue visioni su rifiuti e inceneritori, quanto crede in un serio piano di raccolta differenziata, che ruolo vuole dare alla città nella grande sagra dell’Expo (e soprattutto come intende utilizzare le infrastrutture “dopo Expo”), ci dica come costruire l’equilibrio tra il diritto all’integrazione e il dovere di sicurezza, illustri come valorizzare l’eccellenza universitaria milanese salvando lo studio e la ricerca dai tagli del Governo, disegni dove e come vuole mettere il verde che serve per fare respirare questa città e come rivitalizzare i quartieri prima che appassiscano in ghetti. E, senza risentimenti di nessuno, ci racconti tutto (ma proprio tutto) delle “compatibilità” con la Giunta Moratti sull’idea architettonica di Expo, delle “pieghe di collaborazione” con il padre padrone dell’edilizia milanese Salvatore Ligresti (in una Milano sempre meno credibile nell’housing sociale) e renda sgombro il campo del suo ruolo nel G8 a La Maddalena da ombre. Senza pregiudizi o processi intentati ma per il dovere di spazzare le nuvole che da troppi anni stanno sopra Milano.
Come dice Fabio Pizzul (consigliere regionale del Pd, quindi al di sopra di ogni sospetto): “Per lui un atto di coraggio non da poco e Milano ha bisogno di persone che si mettano in gioco rischiando in prima persona [...] Le primarie per la scelta del candidato della coalizione di centro sinistra non possono allora limitarsi ad essere una competizione tra “faccioni”, devono diventare l’occasione per mettere a confronto idee e progetti che il vincitore potrà poi assumere in una sintesi arricchita dalla sana competizione. Bando allora alle appartenenze e via alla gara sulle idee”.
Facciamo posare questa fastidiosa polvere di entusiasmo fatto di gridolini e reggiseni e ascoltiamo le idee. Le idee, appunto.
P.S.
Tra le altre cose molti mi segnalano che avremmo dato un aut aut alla coalizione su UDC del tipo: o noi o loro. Falso. Più semplicemente noi non correremo con loro.
In ultimo qualcuno avrebbe detto che Italia Dei Valori stia candidando Cavalli. Falso. Più semplicemente Italia Dei Valori a Milano ha deciso le proprie priorità di programma, ha espresso posizioni dai laboratori politici, ha accolto e sposato alcune istanze di movimenti e comitati cittadini e ci metteremo intorno al tavolo con le idee chiare. Mica per parlare di Cavalli. Delle idee, appunto.
Da qualche tempo è iniziata ufficialmente la caccia al candidato per le Amministrative di Milano della primavera 2011. E i nomi dei papabili o presunti tali hanno iniziato a riempiere le pagine dei giornali; l’ultimo in ordine di tempo è quello dell’architetto Stefano Boeri.
“Noi di Italia dei Valori, alle infatuazioni passeggere e ai facili entusiasmi preferiamo cose più concrete”, dichiara Giulio Cavalli, consigliere regionale dell’Italia dei Valori e coordinatore del partito per la città di Milano . “Siamo in attesa di confrontarci con le altre forze politiche sui nomi ma, soprattutto, sui programmi e sulle squadre di governo della città”.
“Non servono aspiranti sindaci che ci elenchino problemi che i milanesi conoscono fin troppo bene. Quello di cui i cittadini hanno bisogno – prosegue Cavalli – sono progetti concreti e visioni di futuro. Noi come Italia dei Valori insieme ad alcuni laboratori della società civile siamo già al lavoro per decidere le nostre priorità”.
“Ancora una volta – aggiunge il consigliere regionale di IdV – l’UdC è il microscopico partito più corteggiato della politica. Piuttosto che al 2% dell’UdC, noi preferiamo voltare lo sguardo verso il 40% degli elettori che sono, da tempo, in attesa di affidarsi a un soggetto politico credibile”.
l’intervista/giulio cavalli
«La parola può sconfiggere la mafia»
L’attore sarà sabato alla Schiranna con il suo «Nomi, cognomi e infami». Ingresso gratuito
varese«A teatro non esistono condizioni, non ci sono intermediari. Il teatro, così come un certo tipo di giornalismo è inattaccabile. E la parola recitata è la sua forza, l’arma che mette i mafiosi con le spalle al muro». Probabilmente perché per il giovane attore antimafia lodigiano Giulio Cavalli, che è anche scrittore, regista e politico, fare “teatro civile” o “teatro di parola” non è mai stata soltanto una scelta, piuttosto una necessità. E lo vedremo all’area feste della Schiranna, sabato 4 settembre alle 21, ad ingresso libero, nell’ambito dei festeggiamenti dei lettori di VareseNews, «Anche Io», con lo spettacolo intitolato «Nomi, cognomi e infami».
Autore di testi improntati a mettere in ridicolo un soggetto prettamente tragico come la mafia, Cavalli è un nemico del malaffare. In prima linea, con i suoi spettacoli combatte Cosa Nostra in Lombardia. Una vita blindata la sua. Sotto scorta da quando i criminali si sono resi conto che i loro nemici non stanno soltanto nei tribunali, nelle procure della Repubblica o nelle caserme, ma anche in qualche giornale e soprattutto a teatro.
Giulio, perché nonostante le minacce fai questo lavoro?
Ognuno di noi ha dei limiti personali di compromesso ed integrità. Lo faccio per puntare il dito in maniera forte e diretta sulle organizzazioni criminali, prendendomene tutte le responsabilità ed esponendomi in prima persona.
Stai semplicemente dalla parte delle regole. Eppure quello che fai è diventato straordinario, eccezionale. Non suona un po’ strano?
La straordinarietà, l’eccezionalità spesso hanno a che fare con quel “voyeurismo” televisivo per cui provo ribrezzo. E’ una curiosità che non serve a nessuno ed è addirittura svilente per chi semplicemente chiede il rispetto delle regole. Che in questo sistema costano care. Io lavoro con le regole, ma anche contro qualcuno. Così uno ci rimette di tasca propria.
Quand’è che hai cominciato ad impaurire al punto d’aver bisogno di una scorta?
Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Anche se le prime minacce sono arrivate quando è cominciata la mia amicizia con Rosario Crocetta, sindaco di Gela, posto dalla lunga mano, che tiene sotto controllo tutto il lodigiano.
Come lo spieghi ai tuoi bambini piccoli?
Ecco il vero problema. Se fossi stato da solo la mia vita sotto scorta non mi avrebbe dato alcun fastidio. Ma è come se i bambini stessero già pagando.
Veniamo allo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”?
I nomi e i cognomi appartengono a tutti gli uomini che con le loro storie mi hanno fatto crescere. Gli esempi più alti di come spesso cercare il bello ti metta in una situazione torbida. Si parte dalla strage di Via D’Amelio col nome di Paolo Borsellino passando per quelli di don Peppe Diana, prete ucciso per il suo impegno contro la camorra, uno che non aveva scelto di andare in guerra, o del magistrato Bruno Caccia assassinato dalla ‘ndrangheta. E si chiude con Pippo Fava, giornalista e scrittore ammazzato dalla mafia, troppo politicizzato per essere un teatrante – come dicevano – e troppo teatrale per essere un politico. Un po’ come me.
Chi sono gli infami?
Sono quelli che ci costringono a non dimenticare queste storie. Quelli che ci obbligano a raccontarle. Molti di loro sono ancora in giro. E di certo non si meritano l’oblio.
Cosa distruggerebbe definitivamente la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra?
In senso più scenografico: parlarne ovunque, davanti a tutti, come sosteneva Borsellino, individuare i malavitosi e impedir loro di lavorare. Ormai lo sappiamo tutti chi sono. E’ questo il nostro scopo: renderli indicabili. In Lombardia poi bisognerebbe rinunciare a quel 2 o 3% di successo elettorale. Ed essere pronti ad una manovra finanziaria della dignità.
Barbara Rizzo