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Schieriamoci per la difesa della scuola pubblica

A causa della nefasta azione sulla scuola pubblica di questi ultimi anni, l’istruzione pubblica sembra destinata a consumarsi e a morire con assoluta indifferenza nei confronti dei precetti costituzionali. I continui tagli della spesa e la scarsa considerazione da parte del Governo dei lavoratori della scuola pubblica obbligano a una protesta comune. In Lombardia, del resto, anche a livello regionale si continua ad alimentare la scuola privata a danno di quella pubblica. E’ il momento di affermare l’importanza e la valenza costituzionale dell’istruzione pubblica. Non possiamo permettere che sottraggano a tutti i cittadini, anche i meno abbienti, la possibilità di avere un’istruzione degna e gratuita! Per questo ho deciso di aderire al presidio che si terrà mercoledì 1 settembre davanti all’USR di Milano.

Di seguito il comunicato stampa degli organizzatori:

APPELLO IN DIFESA SCUOLA PUBBLICA

Sottoscrivilo!

assembleascuolaprecaria@gmail.com

PREPARIAMO INSIEME UNO SCIOPERO UNITARIO ALL’INIZIO DELL’ANNO SCOLASTICO !

IL 1 SETTEMBRE TUTTI DAVANTI ALL’USR DI MILANO !

ore 10.30

BREVE CONFERENZA STAMPA

ore 15.00

PRESIDIO E PERFORMANCE PRECARIA – recinzione simbolica della “scena del crimine”

INCONTRO PUBBLICO CON LE RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE, CON I GENITORI E CON GLI STUDENTI – per organizzare momenti di informazione e protesta già con il primo giorno di scuola, in ogni istituto

Dal prossimo settembre il Governo italiano vorrebbe tagliare 40.000 lavoratori della scuola, tra assistenti, maestre e maestri, professoresse e professori.

E, mentre aumentano i finanziamenti alle scuole private, i debiti del Ministero nei confronti degli istituti statali raggiungono in totale quasi 1 miliardo di euro!

Licenziamenti, crescente precarietà del personale e progressiva dequalificazione delle strutture e della didattica rendono instabile tutta la scuola pubblica, a danno degli alunni e del futuro del nostro Paese.

Occorre quindi ricucire tutte le componenti impegnate nella battaglia in difesa della scuola pubblica ed avviare fin d’ora un percorso che porti ad un’ampia mobilitazione unitaria a settembre.

Per questo:

▪ ci diamo appuntamento il primo settembre davanti al provveditorato: docenti precari e di ruolo, ATA, studenti e genitori

▪ ci impegniamo, ad indire in ogni scuola, con l’avvio delle attività , assemblee aperte di insegnanti, ATA, studenti e genitori

▪ chiediamo e ci impegniamo a costruire dal basso uno sciopero unitario all’inizio dell’anno scolastico, per saldare insieme, in una forte mobilitazione in difesa della scuola pubblica, la protesta dei precari che perderanno il posto di lavoro e la denuncia delle gravi conseguenze (sovraffollamento, impoverimento della didattica…) che i tagli stanno determinando per gli alunni e le alunne delle nostre scuole

La vera minaccia per la Catturandi di Palermo è la solitudine

Le minacce mafiose ai quattro agenti della Squadra Catturandi della Questura di Palermo (come raccontato da Repubblica Palermo) sono un simbolo. Bavoso, selvaggio e infernale come solo la depravazione criminale di Cosa Nostra mentre mostra le unghie riesce a raggiungere, ma comunque un simbolo. Un seme che cade come una ferita sulla moglie di uno degli agenti ma che sa benissimo che coltiverà erba amara in tutto il gruppo. Un gruppo che da sempre ha fatto della propria compattezza (che nei momenti più caldi delle indagini sfiora consapevolmente l’isolamento dal resto del mondo) l’arma migliore sia per l’attacco che per la propria difesa. Cosa Nostra teme lo spigolo più appuntito delle forze dell’ordine siciliane perché, inevitabilmente, ne riconosce la schiena dritta, la testa alta e (il dato potrebbe essere preoccupante) l’autonomia.

Eppure quelle foto dei quattro colleghi fatte scorrere come un album di oscuri presagi al suono sinistro della frase “”Che bei mariti avete, che belle famiglie” sono un attacco agli uomini e agli affetti. E questo angolo delle forze dell’ordine impegnate in prima linea forse ce lo stiamo dimenticando.

Ce lo siamo perso sotto l’offuscamento dei proclami altisonanti dei nostri governanti sempre pronti a sfilare in telegenica solitudine durante i festeggiamenti dopo gli arresti, ce lo siamo perso nelle rivendicazioni sindacali e negli appelli finiti sempre in un trafiletto dei giornali, ce lo perdiamo tutti i giorni nelle macchine lucidate e lavate per il servizio del telegiornale mentre sullo sfondo si cerca di fare camminare l’ultima “carretta buona” per le indagini, ce lo lasciamo sfilare dalle mani da un’attenzione maniacale per l’immagine e per la forma e mai per la sostanza. Il cuore buono della Catturandi ce lo siamo mangiati nei soldi che mancano per le fotocopie, nella benzina che deve essere anticipata di tasca propria e negli straordinari per la cattura di Provenzano pagati anni dopo; solo dopo che si era posata l’ultima briciola dell’euforia di quell’arresto.

Allora sarebbe da chiedersi perché Matteo Messina Denaro abbia deciso proprio ora di rilassarsi dalla sua villeggiatura da “boss” per scomodarsi a fare circolare dentro il carcere dell’Ucciardone di Palermo le foto dei quattro agenti, perché proprio ora abbia deciso attaccare la punta di diamante della polizia palermitana. Sarebbe da chiedersi perché rischiare di rendere quel pugno di uomini ancora più serrato e duro. E sarebbe da chiederci quanto abbiamo potuto (consapevolmente e inconsapevolmente) lasciare che sugli uomini delle forze dell’ordine sia caduto un velo di solitudine. Pronti ad applaudirli o a condannarli mai più che per un battito di secondo, dimenticando quanto sia gravosa la “resistenza” nella quotidianità che si costruisce in mesi per sciogliersi in qualche minuto dentro un comunicato stampa dopo l’arresto.

Se Cosa Nostra alza la voce così vicino alla Catturandi è perché ne ha una paura fottuta o non ne ha paura per niente. In entrambi i casi tutto intorno la politica, le istituzioni, i cittadini, noi, stiamo lasciando che alla fine sia una cosa loro, un affare tra guardie e ladri, una battaglia da giocarsi muso a muso in un confine non più grande dei duellanti, delle loro mogli e dei loro figli. In qualsiasi caso abbiamo lasciato soli i cattivi (e soprattutto) i buoni: in quella solitudine che concimiamo “per delega” per una Cosa che non è mica Cosa Nostra ma rimane Cosa Loro.

Ho diviso serate giù a Palermo con i ragazzi della Catturandi mentre si sorrideva di una battaglia che è lunga ma fatta sempre con fierezza. Abbiamo parlato di mafia e di vita, ci siamo incrociati negli incontri nelle scuole, abbiamo fatto serate con la gente. E proprio adesso mi accorgo (io che tutto il giorno tutti i giorni annuso uomini in divisa che con me dedicano tempo, forze e professionalità per una vita sicura e “normale”) che non gli ho mai detto: grazie. Grazie con quella gratitudine che più delle cerimonie sfratta la solitudine.

Mondadori: mi sono giocato un sogno per un po’ di coerenza

Lo ammetto. Ho sempre sognato di scrivere un libro per Einaudi. Per due motivi: il primo, per nulla di spessore, è che sono rimasto appiccicato con la faccia per anni a quella magnifica copertina vuota del Giovane Holden di Salinger e alla fine mi è rimasta una voglia matta di avere il mio nome su quella grafica profumata così essenziale e un buon cappello a becco d’anatra da cacciatore vecchio stile, il secondo per amore di quello struzzo che Picasso regalò a Giulio Einaudi nel 1951 durante una visita dell’editore ad Antibes.

Sono stato contattato da una gentilissima lavoratrice di Einaudi (Gruppo Mondadori) che mi ha illustrato e proposto un nuovo progetto editoriale. Fin qui, dico, ha tutti i lustrini per essere l’inizio di una favola stellata. Anche perché bisogna dire che in quei mesi rispondevo perfettamente al prodotto editoriale perfetto: le minacce, la scorta, l’intimido perfetto per l’antimafia da souvenir. Quella tutta suppellettili e scaffali che ti soffia in viso e ti trasforma in icona. Eppure scrivere un libro e lavorare con le parole è sempre una presa di posizione, la costruzione inevitabile di un credito e di un debito: con sé stessi, con i lettori e con gli editori. Un manifesto in cui dichiari di riconoscerti il più pienamente possibile. Così come la buona politica che, mica per niente, Plutarco definiva la più alta delle arti. Ho declinato gentilmente l’offerta. Non mi vedevo negli scaffali con la matricola di un editore che “strozzerebbe” chi parla di mafia, non mi vedevo nemmeno a criticare in giro per le piazze un fascismo morbido mentre mi allattavo alla mammella del re e cagliavo nelle sue stalle. Per una questione di igiene e di bellezza.

Ammetto pure che non mi sono nemmeno sentito nemmeno per un secondo né eroico né resistente. Ma coerente sì. E la coerenza costa (e mi costa), ma è una coperta comoda la sera. Qualcuno mi dice che iniziare una carriera di scrittore con una testata sulla porta del re è il modo peggiore per costruirsi una carriera eppure, dopo l’ultima legge “ad aziendam”, ripenso con un sorriso al “filo sottile del compromesso” che riuscivano a cavalcare così bene i giullari che rifiutavano di abitare la corte del Re e preferivano le piazze. Anche se talvolta ci potevano rimettere la testa.

Ho grande ammirazione per molte delle firme del Gruppo Mondadori (penso a Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano e altri) e ho molta ammirazione per centinaia di professionisti seri e preparati che lavorano nel gruppo ma non amo gli arzigogolati professionisti della giustificazione. Quelli no. Ogni scelta è un’azione.

Ad ottobre uscirà il mio libro. Il mio editore (che non me ne vorrà ma di cui mi sembra inelegante fare il nome) è a capo di una piccola casa editrice che lavora e sogna di fare qualcosa di buono. E’ spettinato, dice troppe parolacce e non è per niente telegenico. Non ha l’amicizia o il parente giusto per evitarsi nemmeno un mese di spese condominiali eppure per me è stato il migliore editore possibile. Quando Corrado Stajano l’8 giugno del 2003 si dimise dal Corriere della Sera nella sua lettera d’addio scrisse “Mi dimetto per protesta. Contro l’arroganza del governo e dei suoi ministri, contro una Proprietà subalterna, contro le interferenze, difficili da negare, piovute dall’alto ai danni di un possibile libero giornalismo. In un momento grave per la Repubblica in cui non è certo il caso di fare gli struzzi”. Gli struzzi, appunto.

CARTA CANTA: tutti i documenti dell’attività in Regione

Ad là delle valutazioni, delle osservazioni e dei pensieri, l’attività politica è fatta di documenti e azioni politiche. E’ il “lavoro”. Chiaro, pulito e ovviamente consultabile. Tutti i documenti li trovate qui (i documenti si riferiscono a quelli di questi primi tre mesi di attività già depositati e protocollati):

INTERROGAZIONI 2010

INTERPELLANZE 2010

ITR QUESTION TIME 2010

MOZIONI 2010

PROPOSTE DI LEGGE 2010

Marcisce la scuola ma fioriscono i prezzi dei libri

Anche quest’anno i libri di testo per gli studenti subiscono rincari “inaspettati” che gravano sulle tasche delle famiglie. Se acquistare un libro è da sempre un piacere per la mente e un seme per la cultura, lucrare sui testi “obbligatori” per legge è un giochetto sporco sulla pelle della formazione e dell’educazione.

Dopo i disastri della riforma Gelmini che ha creato una finta “meritocrazia” a suon di burocratismi e tagli rivenduti come riorganizzazione, oggi le famiglie si trovano a pagare profumatamente quello che dovrebbe essere (secondo la Costituzione) un diritto che ha sempre di più le forma di un privilegio. Ora la politica (e la Regione Lombardia) hanno una sola strada. Intervenire immediatamente con un aiuto economico concreto all’acquisto dei testi e (soprattutto) indagare e studiare quanto il business della scuola sia un giochetto in mano ai pochi. La mozione sarà pronta immediatamente al rientro delle vacanze. La responsabilità è un risposta che attendiamo. Subito.

da http://www.tecnicadellascuola.it

Malgrado i rigidi tetti ministeriali, i blocchi sessennali di rinnovo e l’introduzione graduale delle versioni on line, anche quest’anno con l’avvio della nuova stagione scolastica si torna a parlare di aumenti dei libri di testo. A lanciare l’allarme è bastata una piccola inchiesta, pubblicata il 18 agosto su un quotidiano nazionale: confrontando le liste dei testi di dieci istituti superiori di tutta Italia con i tetti imposti dal Miur, Il Messaggero’ha dovuto prendere atto che “su 78 classi visionate ben 48 superano il limite indicato da viale Trastevere, oltre il 60% del totale. Si va da pochi spiccioli, 10-20 euro di sforamento, a oltre 100, una mazzata per mamma e papà. Avviso ai genitori: in vista della ripresa della scuola dovranno armarsi di calcolatrice, santa pazienza e un pizzico di rassegnazione. Il caro-libri, infatti, quest’anno sarà pressoché inevitabile, in particolar modo per chi ha un figlio iscritto in prima superiore , dove partono i nuovi indirizzi della riforma Gelmini con nuovi programmi e, dunque, anche libri nuovi di zecca”. E a ben poco è servita la novità, prevista dalla Legge 133/08, che nel 2011 avrebbe dovuto portere all’adozione di testi completamente, o in parte, scaricabili da Internet. Per il quotidiano l’editoria elettronica si starebbe rivelando, almeno sino ad oggi, a dir poco deludente. “L’anno scorso fu il flop del libro misto, quest’anno ce ne sono di più, soprattutto per le materie scientifiche, confermano dalle librerie. Ma costano più o meno quanto un libro normale. Anche per questo ci sono liste che sforano di molto i tetti ministeriali come quella della I B del liceo Albertelli di Roma: per 19 testi parliamo di 426,6 euro, oltre 100 sopra il limite. Sempre a Roma, al liceo scientifico Kennedy, la spesa ammonta, in I A, a 397,45 euro, il che fa quasi 93 euro di sforamento”. La ciliegina sulla torta dei rincari è poi arrivata con i nuovi programmi delle superiori, che ha portato fuori commercio tutti i testi sinora utilizzati dagli studenti.

l prezzo dei libri di testo: un gioco logico

di Reginaldo Palermo

Il tetto di spesa c’è, ma gli editori sono liberi di fissare il prezzo di copertina: lo sostiene il Ministero, Sembra un paradosso logico, ma le famiglie non hanno nessuna voglia di scherzare.

Puntuale come un orologio svizzero arriva anche quest’anno la consueta polemica post-ferragostana sulla questione del costo dei libri di testo.

Il copione è quello solito: le associazioni dei consumatori denunciano che in molte, troppe, scuole il tetto di spesa non è rispettato, il Ministero annuncia controlli e ispezioni e rassicura le famiglie. Il Ministero parla addirittura di risparmi fino al 30% , ma le associazioni non ne sono affatto convinte.

Quest’anno, però, il consueto comunicato del Ministero contiene una novità importante rispetto al passato.

Questo il passaggio curioso e del tutto nuovo: “A differenza di quanto previsto per la scuola primaria, la normativa per la scuola superiore non attribuisce al Ministero alcun potere di fissare il prezzo dei libri scolastici, che negli ultimi tre anni è rimasto invariato, e che è invece soggetto alle scelte degli editori”.

Detto in parole più semplici il Ministero chiarisce un punto centrale di tutta la questione: il tetto di spesa c’è, ma gli editori sono liberissimi di fissare il prezzo di copertina seguendo le regole di mercato. Insomma: il prezzo di vendita è libero (e non potrebbe essere diversamente), ma le scuole devono stare dentro il tetto ministeriale. Sembra uno scherzo, un gioco di parole o di prestigio, un problema logico (“Io mento sempre”: ma se mento sempre anche la frase “io mento sempre” è una menzogna; e quindi: sto mentendo o sto dicendo la verità ?) da affrontare dopo aver studiato qualche buon libro di Bertrand Russell.

Peccato che il comunicato ministeriale non è un gioco enigmistico da risolvere sotto l’ombrellone o seduti a tavolino, armati di un manuale di logica.

Il comunicato tocca direttamente le tasche delle famiglie che, soprattutto in questo momento, non hanno nessuna voglia di giocare con il proprio portafoglio.

Ma di questo, al Ministero, sembrano non rendersi conto e continuano a ripetere che le famiglie risparmieranno e che, al tempo stesso, gli editori non ci rimetteranno neppure un euro.

A sentire questi ragionamenti persino al vecchio Adam Smith, padre dell’economia liberale, verrebbe l’orticaria.

19/08/2010

Tranquilli, hanno ragione: da noi a Lodi la mafia non esiste

Lodi è una piccola città a forma di paesello che fa finta di essere in provincia di Lodi. Marudo è un paesello che nemmeno finge di essere provincia ma si ritrova in provincia di Lodi. A Lodi la mafia non esiste e comunque se esiste non se ne parla perché è maleducazione. Qui è passato praticamente indenne Giampiero Fiorani che, in fondo, è una brava persona che fatto del bene per la propria città. Dicono i benpensanti che nelle ultime operazioni di ‘ndrangheta Lodi è stata schivata: è vero, il boss dei gelesi collegati a Ri ha nzivillo scorrazza come un lodigiano qualunque nel centro di Lodivecchio. La mafia è così: se non ne scrivi o ne parli, in fondo non esiste.

Questa storia che sto per raccontare è una storia da tre soldi e, per molti, una delle solite invenzioni dei professionisti antimafia. Per questo sono sicuro che verrò convocato al più presto per pagare le mie falsità.
Ma andiamo con ordine. A Marudo in provincia di Lodi c’è bella fabbrichetta a forma di cartiera. In alcuni locali in affitto c’è la lei di una bella coppia di famiglia da Mulino Bianco. Lei sposa lui, cavallo bianco, castello e tutti felici e contenti, residenti a San Angelo Lodigiano. Un giorno, però, sfogliando con commozione il proprio album di nozze lei riconosce tra i propri invitati la crema degli arrestati e latitanti casalesi e gelesi. Proprio un bel regalo di nozze, a Lodi dove la mafia è un’invenzione e la provincia ne è immune. Lui, messo alle strette, si dice che in questi giorni si sia redento. Non proprio per amore, ma forse per i trent’anni di condanna che gli ciondolano sul gozzo. E comincia a parlare, l’infame. È amico intimo di Casalesi non proprio modello di giustizia e legalità, se la spassa con i 4 ridicoli picciotti di Lodivecchio che giocano a fare i boss gelesi amici di Rinzivillo e che probabilmente si incontrano ancora tutti come ai vecchi tempi (fino a qualche tempo fa al ristorante Cà Bianca di Castiraga Vidardo). Lei trema per l’eroismo parlante del marito convertito. Casalesi, gelesi e un pizzico di Calabria. Nessuno sa, nessuno ne parla. L’importante è che scorra tranquilla la vita della provincia immune dalle mafie in questo soleggiato ferragosto. Adesso aspettiamo che ne parlino tutti o smentiscano. O no?

*Siccome rimane immutato il mio disprezzo per qualsiasi consorteria criminale ma allo stesso modo ci tengo alla gente che lavora; mi preme precisare che l’azienda a cui si fa riferimento nell’articolo nulla ha a che vedere con la Lodigiana Maceri srl. Se non per una “prossimità geografica”. Tanto dovevo, per onestà intellettuale, ad un paese che (come spesso succede in queste zone) si ritrova a dover “subire” la presenza di questi personaggi che pascolano nell’oscurità.

ARCOIRIS intervista Giulio Cavalli

Cavalli, Saviano del nord: “I voti della Lombardia nelle mani delle cosche”

16-08-2010 di Susanna Ambivero

Giulio Cavalli è un attore, uno scrittore e recentemente è diventato anche consigliere regionale della Lombardia. È contemporaneamente tutte e tre le cose, ruoli vissuti uno come conseguenza dell’impegno nell’altro, impossibile scegliere quale è ora la professione che meglio lo rappresenta. Ha cominciato a farsi conoscere come attore per arrivare ad essere una delle voci della denuncia delle vergogne della nostra società, sporcizie che si vorrebbero nascondere sotto il tappeto. Lui è il personaggio scomodo che sotto il tappeto ci guarda, che valuta e che poi, senza troppi giri di parole, denuncia pretendendo poi anche di pulire. Gli è costata cara questa voglia di conoscere e di parlare di fatti che alcuni vorrebbero rilegare al silenzio. Dopo aver denunciato dal palco, con la leggerezza e la spietatezza di un giullare che con il sorriso sulle labbra parla dei fatti più vergognosi della corte, le vicende ignobili del G8 di Genova e la strage di Linate del 2001, dopo aver infranto un tabù parlando in teatro di turismo sessuale sui bambini, ha affrontato il tema della presenza e dell’agire delle mafie sul territorio. Questo ultima fatica gli è costata numerose minacce, da allora vive scortato. Mi sono trovata nel suo ufficio il giorno dopo l’operazione delle forze dell’ordine che ha portato all’arresto di 300 ‘ndranghetisti in tutta Italia, un inchiesta che ha squarciato il sipario di ipocrita pudore che vuole la Lombardia lontana dalle realtà mafiose e che anzi la inquadra come la comunità ‘ndranghetista più importante esistente al di fuori del territorio calabrese. Inevitabile dunque che la nostra chiacchierata partisse proprio da qui.

Giulio, la mafia a Milano esiste o no?

L’operazione di ieri ci ha raccontato che non solo la mafia esiste ed è ben radicata in Lombardia, ma che è oramai organizzata dentro la Lombardia per la Lombardia con addirittura volontà di autonomia. Le cosche oggi in questo luogo gestiscono il 3% dei voti e il 4-5% del pil regionale. Le istituzioni che negano questa realtà lo fanno per motivi che esulano dall’analisi dei fatti. Si accaniscono a negare una realtà ormai ovvia o perché hanno basato la loro carriera sull’immagine che questa regione dà di se, seguendo i criteri televisivi per cui la pubblicità è l’anima del commercio, oppure lo sostengono “per statistica”, perché operare in zone ritenute tranquille è più facile che assumersi la responsabilità di gestire zone calde facendosi carico dei problemi. È questo il caso di alcuni uomini delle forze dell’ordine che vengono destinati a zone periferiche o per punizione o perché all’inizio della carriera. Queste persone hanno come unica preoccupazione quella di essere promossi e di andarsene e perciò non vogliono incappare in problemi spinosi che potrebbero ostacolare il loro progetto. Per risolvere questa questione che crea uno stallo nella lotta al malaffare sarebbe sufficiente ammettere pubblicamente che luoghi dell’hinterland milanese come Corsico, Rozzano, Pioltello, Limbiate sono zone calde dal punto di vista dell’infiltrazione mafiosa e che sono perciò meritorie di essere il luogo in cui operano persone delle forze dell’ordine in gamba degne di far carriera.

La scelta di ammettere la presenza delle mafie in Lombardia è però difficile, ci vuole coraggio e prevede anche che si accetti di pagare un prezzo. Noi lombardi dovremo ammettere che usufruiamo di servizi basati sull’economia criminale e quindi dovremo essere pronti a rinunciarvi. Questa è la peculiarità della mafia lombarda, la sua presenza sconquassa un’intera economia regionale.

Cosa fare allora?

L’articolo 416 bis, l’articolo del codice penale relativo alle associazioni di tipo mafioso, è a suo modo molto poetico e suggerisce esso stesso la risposta. L’articolo individua in chiunque faccia parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone un nemico della società. Due o tre persone il cui contrappasso è la collettività e quindi la solidarietà. Ma la solidarietà è ancora lontana a venire. Il clima in Lombardia rimane molto omertoso, il presidente Formigoni, a riguardo della vicenda che così massicciamente ha coinvolto la regione che amministra, non ha ritenuto di dover fare nessun comunicato stampa. Nelle ore che sono succedute all’operazione di polizia ha emesso ben otto comunicati stampa ma non uno faceva menzione dei gravi fatti di mafia che sono stati portati alla luce. Con un pudore ipocrita si è preferito tacere facendo finta di nulla e sperando che tutto venisse dimenticato. Cosa che sembra sia successa, nulla si vuole che cambi.

Le intercettazioni telefoniche eseguite nell’ambito della maxi operazione rivelano una realtà locale intrisa di mafia. Eppure la regione, le istituzioni ma anche i cittadini stessi sembrano mostrare il volto peggiore dell’omertà volendo ignorare la vicenda. Perché?

Purtroppo la gente continua a ragionare per delega. Non ci si vuole far carico del problema in prima persona credendo che ci sia sempre qualcun altro che si occuperà di risolverlo. Bisognerebbe riuscire a parlare alla coscienza della gente per far cessare questo continuo delegare.

Non si può accettare in silenzio il fatto che tra gli uomini più influenti della sanità lombarda ci sia Carlo Chiriaco, direttore sanitario dell’Asl di Pavia, un uomo la cui storia si intreccia con potenti boss ndranghetisti, che quando aveva 19 anni ha tentato un omicidio uscendone processualmente pulito e che nelle intercettazioni si vanta di essere quello che ha inventato la ‘ndrangheta in Lombardia. Sarebbe da andare in scena domani e dire “sapete che succede che un boss come Totò Riina improvvisamente diventa un primario e che non succede a Corleone ma succede a Pavia?” Forse, in questa maniera, qualcuno avvertirebbe l’urgenza. Dobbiamo riconoscere che nella lotta alla mafia a Milano siamo indietro di 30 anni rispetto a Corleone. A Corleone non viene più accettata la scusa del “non sapevo” “non potevo sapere”; questa scusa oggi in Lombardia va molto di moda e sembra funzioni un gran bene. Da noi sembra che non sia responsabilità di nessuno sapere chi sono le persone che si frequentano e con cui si fanno affari. È inaccettabile che una persona come Stefano Maullu, assessore regionale al commercio, turismo e servizi, dica che non sa chi gli ha pagato le cene elettorali quando si è appreso dalle indagini che ad aprire il portafoglio è stato Alfredo Iorio, un imprenditore lombardo arrestato a novembre con l’accusa di essere il braccio economico-finanziario dei clan in un’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei comuni a sud di Milano. Eppure la notizia non scandalizza nessuno o quasi. Sembra esserci una narcotizzazione collettiva, viviamo in una città in cui pur di mantenere l’apparente tranquillità siamo disposti a ignorare la realtà.

Come si può riuscire a rendere partecipi del problema i cittadini, evitando così la deriva?

È molto difficile parlare a gente che non vuole ascoltare. Forse si riuscirebbe a fare solo toccando l’emotività della gente. Se io dico che Giancarlo Abelli non poteva non sapere che la sua candidatura al consiglio della Lombardia è stata sostenuta da uomini di ‘ndrangheta questa notizia cadrà nell’oblio quasi subito. Se invece dico che Abelli ha il dovere di sapere e che lo deve sopratutto ai miei figli che non hanno mai viaggiato in macchina con me perché io sono scortato a causa di intimidazioni mafiose, allora forse qualcuno ascolterà. Ma questo è svilente, è come declassare il problema a qualche cosa di personale. Non è giusto, ci vorrebbe più coscienza civica in questo Paese. È grazie a questa indolenza che l’impunità lombarda è arrivata ad eguagliare l’impunità casalese. Qui come lì la mafia non si limita più a far nominare politici come loro referenti, qui come lì sono i mafiosi stessi che si buttano in politica, sicuri di farla franca.

Eppure gli strumenti per affrontare davvero il problema li abbiamo. Dalle intercettazioni agli atti emerge senza ombra di dubbio che i mafiosi temono fortemente l’operato del giudice del tribunale di Milano Ilda Bocassini, si legge infatti che due mafiosi, parlando tra loro, dicono “qui non ce la scampiamo perché hanno dato tutto in mano alla Bocassini”. In un paese normale, preso atto di questo, un tale giudice sarebbe considerato un eccellenza. Se si riconosce che il nemico teme il lavoro di un giudice questo impegno dovrebbe venire riconosciuto e incoraggiato, il giudice valutato come un arma prodigiosa a nostro servizio. Invece no, sembra che il nemico non sia comune e il giudice viene fatto continuamente oggetto di attacchi anche da parte di alcune frange delle istituzioni.

Il silenzio politico è complice di questa situazione, l’ignoranza è complice, certo svegliarsi da questo torpore costa, costa in termini di consenso elettorale, soldi e immagine ma svegliarsi oramai è diventato imperativo. O ci si rimbocca le maniche o da questa situazione non se ne esce.

Susanna A. Pejrano Ambivero (Milano, 06 Agosto 1971) ha una formazione medico scientifica, spesso impegnata in battaglie sociali e culturali soprattutto nell ambito del contrasto alla mentalità mafiosa. Vive nel profondo nord, a Cologno Monzese (MI), località tristemente nota per fatti di cronaca legati a ‘ndrangheta e camorra.

http://domani.arcoiris.tv/intervista-a-giulio-cavalli-saviano-lombardo-che-combatte-le-mafie-al-nord-con-il-teatro-e-la-politica

La mafia che gocciola dai polsini del Re

La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia secondo il foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.

Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e, per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalìa berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.

O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2 e l’ex fattore di Arcore Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.

Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamarei in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.

Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattuto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?

Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.

Una vita rubata (di Nicola Biondo)

di Nicola Biondo – 12 agosto 2010

Di sicuro c’è solo che è innocente. Innocente ma con 22anni di galera alle spalle. Innocente ma accusato di strage. È la storia di Giuseppe Gulotta e di un eccidio senza colpevoli, quello di Alcamo Marina, provincia di Trapani, avvenuto il 27 gennaio 1976 e che costò la vita ai carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta.

Giuseppe Gulotta nel 1976 aveva 18anni. «Fuuna cosa terribile, in paese ne parlavamo tutti. Due giovani carabinieri, quasi miei coetanei, trovati uccisi in una piccola caserma di fronte al mare». Delitto inspiegabile, misterioso. Uccisi nel sonno, la serratura fusa dalla fiamma ossidrica, pistole e divise che spariscono.
Una vita serena, di provincia, quella di Giuseppe.Nonpoteva immaginare che di lì a poco sarebbe finito nel tritacarne di un mistero di Stato. Lui che di politica nulla sapeva. Anni 70, roba per stomaci forti, quando i sogni di un mondo migliore stavano svanendo in un delirio di piombo.
«La mia era una vita di lavoro. Prima dal barbiere, poi muratore. Ero un ragazzino riservato, timido con le ragazze». L’unico lusso una vespa arancione, qualche sera in pizzeria e in discoteca, «maio facevo tappezzeria » ricorda Giuseppe. Sempre in compagnia di Gaetano e Vincenzo, gli amici con cui era cresciuto.
Quando i due carabinieri vengono uccisi, Giuseppe sta aspettando una chiamata dalla Guardia di Finanza dopo aver sostenuto tutti gli esami. Ad Alcamo arrivano due squadre di investigatori, quella del colonnello Giuseppe Russo, un mastino dell’antimafia, e quella dell’antiterrorismo di Napoli. Scatta la caccia all’uomo. Il movente è politico, è terrorismo. Due carabinieri morti esigono un colpevole, a ogni costo.
E a pagare il prezzo sono quei tre amici inseparabili: Giuseppe Gulotta, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli. A chiamarli in causa è un altro ragazzo di Alcamo, con il quale a volte uscivano: Peppe Vesco.
È un tipo particolare Vesco, un po’ naif: un chiacchierone che al bar parla di rivoluzione, di anarchia e che ha perso una mano in un incidente.
In paese lo chiamano Peppe ’u pazzo. È il 12 febbraio 1976. Il tritacarne è in azione. Lo mettono in moto una decina di carabinieri agli ordini del colonnello Russo. Vesco viene arrestato per un’infrazione. Nella sua macchina i carabinieri trovano una pistola. In caserma Vesco viene sottoposto a torture indicibili: botte, scosse elettriche, costretto a bere acqua e sale. Prima nega qualsiasi coinvolgimento nella strage poi dice che la refurtiva sottratta sul luogo del delitto si trova in casa di un bottaio, Giovanni Mandalà, dove viene recuperata. Poi altre torture. Alla fine ammette: ho fatto la strage con i miei amici Gulotta, Ferrantelli e Santangelo. È la svolta: i tre ragazzi vengono arrestati e dopo una notte da film horror confessano tutto. Tutto ciò che non avevano mai fatto.
«La mia innocenza è nelle carte» dice Gulotta che oggi, dopo 22 anni di carcere da innocente, con il processo di revisione in corso, racconta a l’Unità la sua storia. Ci sono carte che grondano sangue e lacrime. Le lacrime e il sangue di Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Le carte, quelle in cui si autoaccusano, sotto tortura, della strage. Sono le 10 di sera del 12 febbraio 1976. I tre ragazzi, dopo la denuncia di Vesco, sono in stato di fermo. «Stavo riparando il bagno di casa. Fui portato in caserma». Siamo ad Alcamo, provincia di Trapani, Italia. Ma potrebbe essere l’Argentina dei generali, il Cile di Pinochet, un gulag sovietico o una prigione talebana. Da mezzanotte all’alba Giuseppe Gulotta viene torturato comeun desaparecido. Perché per tutti, lui, quel 18enne timido che voleva indossare la divisa della Finanza, ufficialmente non è lì. Il verbale di arresto segnala che Gulotta arriva in caserma alle 5 del mattino e non alle dieci di sera. Ecco il racconto dell’orrore: «Verso mezzanotte mi legano mani e piedi a una sedia. Provo a divincolarmi e spezzo il bracciolo della sedia.
Iniziano a urlare che li avevo uccisi io i due carabinieri. Ovviamente nego. Mi circondano, sono una decina, tutti carabinieri in divisa. Mi picchiano in faccia, mi sputano addosso. Calci e pugni. Urlano: sei stato tu, dillo. I tuoi amici hanno ammesso tutto». Non era vero. In quei momenti uguale trattamento subivano Gaetano e Vincenzo.
Spunta ancheuna pistola che scortica la faccia di Gulotta. «Se non confessi ti ammazziamo», minacciano. «Uno da dietro mi teneva la testa, mentre un altro carabiniere mi schiaffeggiava». Era il colonnello Russo che Gulotta riconoscerà molti anni dopo. «Quando smise, un altro prese a strizzarmi i genitali. Non finivano più». Russo finirà ucciso l’anno dopo e per uno strano caso anche lì ai sospettati verrà estorta una confessione sotto tortura. In realtà il colonnello venne ucciso da Leoluca Bagarella, allora giovane boss emergente.
Carte che grondano sangue. È il verbale della confessione di Giuseppe. «Era l’alba quando mi arresi alle botte». «Ditemi quello che devo confessare, basta che non mi picchiate più» dice agli aguzzini in divisa. «Si fermarono. Mi portarono in un’altra stanza e mi ammanettarono a un termosifone.
Ero una maschera di sangue. Accanto a me c’era un avvocato, una donna giovane che fumava, non mi degnò di uno sguardo. Firmai il verbale di confessione, avevo solo diciotto anni». La dignità non abitava in quella caserma, quella notte. C’è solo un carabiniere che non viene contagiato da quell’isteria collettiva. «Gulotta mi sembrò un pulcino impaurito e bagnato» ricorda oggi.
Dopo la confessione estorta Gulotta viene portato a Trapani in carcere e poi nel pomeriggio si trova di fronte ai vertici della procura, Genco e Lumia.
«Ero in uno stato pietoso. Stavo per dirlo anche a una guardia carceraria cosa avevo subito ma il carabiniere che era con me mi strinse forte il braccio. Mi ricordo bene cosa disse: “Scrivete che è scivolato in caserma su una buccia di banana”». Ancora carte che sanguinano. «La frase finì nel verbale – dice Gulotta – I miei abiti pieni di sangue sparirono». Raccontò tutto anche ai magistrati. «Dissi che ero innocente, dissi delle torture. Non potevo immaginare che l’avrei ripetuto a decine di altri per altri 30 anni. Non successe nulla». A parte quella confessione a suon di botte, non c’è nulla che somigli a un’indagine sulla strage di Alcamo Marina.
Non viene appurato con un esame, lo stub, se i quattro sospettati hanno usato armi, non si accerta il loro alibi, non si cercano altri testimoni. Vesco esce di scena nell’ottobre del 1976 dopo aver ritrattato le accuse: privo di una mano si impicca in carcere. Una versione inverosimile ma ufficiale: altre carte insanguinate. Muore con lui una delle possibilità per capire.
Tra assoluzioni e condanne intanto Gulotta sconta 2 anni e 3 mesi di carcere. Nel 1988 ha un figlio da Michela la sua attuale compagna. Nel ’90 la sentenza definitiva: ergastolo. Inizia
a scontarlo, da innocente. Con una forza sovraumana. «Avevo degli obiettivi: la revisione del processo e aspettare i primi permessi per ritornare in famiglia. Hosempre sperato nella giustizia ». Un detenuto modello, mai una protesta, mai pensato a fuggire, a sottrarsi a quella condanna ingiusta. Gli altri due, Ferrantelli e Santangelo, invece scappano in Sudamerica. Lui no: rimane in carcere, chiede la revisione, trova nella sua compagna e nei figli un baluardo contro l’assurdo dolore. «Ho accettato il corso della giustizia. Non volevo fuggire, volevo giustizia». E la giustizia – o quel che ne rimane- arriva nel 2008, trentadue annidopo l’infamia. Riappare quel carabiniere che vide Gulotta, «il pulcino bagnato e impaurito», subire le torture.
È Renato Olino e decide di parlare. Si innesca così il meccanismo che porta al processo di revisione. Il 24 giugno scorso Olino racconta tutto davanti alla Corte di Reggio Calabria.
Ha riavvolto il film di quella notte, di quel branco di lupi in divisa che non la smetteva di picchiare, che non voleva la verità ma solo un colpevole, uno qualsiasi. Il 22 luglio 2010, dopo 22 anni di detenzione, Gulotta esce dal carcere in libertà vigilata.
«Vorrei sapere chi e perché mi ha fatto questo. Ho iniziato a documentarmi.
Siamo finiti in una vicenda enorme, legata ai misteri di questo paese. Io voglio capire cosa è successo ad Alcamo, in Sicilia, in Italia in quegli anni. Ci sarà qualcuno che mi dirà in che razza di storia sono finito, da che parte stavano i carabinieri, da che parte stavano i giudici. Siamo stati i capri espiatori di una cosa molto più grande di noi che non si doveva conoscere. Questo è stato il modo in cui alcuni carabinieri hanno creduto di fare giustizia dei loro colleghi uccisi?». Come tutti i misteri italiani dietro la strage si intravedono 007 e traffici di armi, trame e segreti: il tritacarne di Stato in cui è caduto Gulotta.
Recentemente la procura di Trapani ha aperto due inchieste. Una sulla morte dei due militari, l’altra su 4 carabinieri accusati di sequestro di persona e lesioni gravissime: sono Giuseppe Scibilia, Elio Di Bona, Giovanni Provenzano e Fiorino Pignatella.
Due indagini che potrebbero rispondere alla domanda di Gulotta: perché? Gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere anche se per quei reati, per quelle torture è già scattata la prescrizione. «Questo mi fa rabbia – dice Gulotta – perché ancorauna volta negare la verità? Che Stato è quello checondanna un innocente e permette a un colpevole, che è anche un carabiniere, di tacere la verità?». Coltiva ancheunsospetto terribile. «In tanti conoscevano la verità. Credo che Olino l’avrebbe potuta dire prima ma i tempi non erano maturi, qualcuno gli ha consigliato di tacere, per trent’anni». Nessuno ha chiesto scusa a Gulotta. «Solo Olino. Dopo la sua testimonianza si è venuto a sedere vicino a me. Per un attimo ho provato quasi timore. Mi ha guardato e mi ha detto, “Alzati Giuseppe”.
Mi ha abbracciato forte: “Scusami, anche anomedei miei colleghi”. Nessun altro si è fatto sentire».

Tratto da: L’Unità

Intervista a Renato Olino: «Volevano nascondere chi c’era dietro la strage L’ho detto subito ma… »
di Nicola Biondo – 12 agosto 2010

«Ho la consapevolezza che senza la mia testimonianza Giuseppe Gulotta avrebbe perso per sempre ogni speranza. Mi sentivo custode delle chiavi delle sue catene».
Parla Renato Olino, l’ex-carabiniere che con la sua testimonianza ha permesso il processo di revisione per Giuseppe Gulotta condannato per la strage di Alcamo Marina. «Testimone attendibile» per la Procura di Trapani che, anche grazie alle intercettazioni telefoniche, ha indagato quattro carabinieri per le torture subite da Gulotta e gli altri tre indagati per l’eccidio del gennaio ’76. Una testimonianza inedita che rivela come Olino nel corso degli anni provò a far venir fuori la verità sulle indagini che portarono sul banco degli imputati tre innocenti, poi condannati all’ergastolo.

Lei ha lavorato in Sicilia e all’antiterrorismo di Napoli. Ha partecipato alle indagini sulla strage di Alcamo Marina. Può dirci che idea ha maturato in questi anni?
«Vi fu una rivendicazione delle Br ma era falsa, nel senso che non furono i brigatisti a fare la strage. Chi aveva interesse a depistare le indagini? C’era un elemento nella rivendicazione che ci indusse a pensare che chi l’aveva scritta era stato davvero sul luogo della strage. Alla luce delle conoscenze che oggi abbiamo delle collusioni tra mafia e pezzi dello Stato, nasce il mio convincimento che la strage di Alcamo Marina sia maturata nell’ambito diunavvertimento mafioso».

La scelta di trovare tre capri espiatori è stata voluta per “blindare” la verità su quella strage o fu invece frutto di un’assurda scelta investigativa?
«Torturare i sospettati non era un caso raro in quegli anni. Alcuni miei colleghi sapevano che facendo confessare degli innocenti avrebbero blindato le indagini nascondendo la reale portata della strage. La conferma è nella morte di Vesco, il principale accusatore, anche lui torturato».

Perché?
«Come poteva Vesco, con una sola mano,impiccarsi, dopo aver richiesto un colloquio con i magistrati? Lo stesso Vesco poco prima di suicidarsi aveva scritto una lettera, poi pubblicata dalla rivista Controinformazione, nella quale descriveva le torture subite, e ribadiva l’estraneità degli accusati. Quello scritto si concludeva così: “Se mi trovate morto mi hanno suicidato”. Morì poco tempo dopo e con lui la possibilità di fare luce in tempi ragionevoli».

La sua testimonianza che ha consentito di aprire ilprocessodi revisione è arrivata 32 anni dopo i fatti. Perché così tanto tempo?
«Credevo fino al 2008 che Gulotta e gli atri due ragazzi fossero stati assolti. E poi non è vero che ho parlato così tardi».
Si spieghi.
«Intanto contestai subito al colonnello Russo i suoi metodi. Ma venni messo a tacere dai risultati conseguiti, quando Vesco crollò e fece ritrovare le armi, le divise trafugate dopo la strage alla caserma… Il sistema aveva funzionato, ormai Vesco era pronto ad accusare ed accusarsi di tutto».

Ne parlò con altre persone in questi anni?
«Certo. Mi ero già dimesso dall’Arma quando nell’estate del 1977 mi presentai all’attendente del generale di divisione a Napoli. Volevo essere ricevuto e consegnare un mio scritto. Non me ne diedero l’occasione. “Lasci perdere” mi dissero”. Ormai ero cosciente dell’inutilità delle mie dimissioni dall’Arma. Nessuno mi aveva mai chiesto il perché».

Gulotta ha dichiarato all’Unità di avere il sospetto che in molti sapessero ma che solo ora i tempi fossero maturi per venire a conoscenza di una parte di verità. Lo credo anche lei? Ci furono altre persone con cui parlò di quella notte?
«Certo. Uno fu Mimmo Pinto, ex-deputato radicale, nel 1983. Gli ho appena parlato e lui è rimasto sorpreso perché dice di non ricordare assolutamente nulla».

E poi?
«Nel1990 fui convocato per tutt’altra vicenda, da due magistrati romani, mi pare fossero i pm Palma e Ionta. A Palma accennai della vicenda. Poi all’uscita da quel colloquio incontrati dei giornalisti, uno lo conoscevo da tempo perché era in buoni rapporti negli anni 70 con il colonnello Russo. Gli parlai di tutto».

E cosa le disse?
«Di lasciare perdere. Che mi sarei messo contro l’Arma, che i miei colleghi che avevano torturato i ragazzi non avrebbero mai ammesso nulla. Gli ho ripetuto le stesse cose anni dopo, ma fu inutile, un muro di gomma. Non volle scrivere nulla. Gli dissi anche che volevo parlare con il maresciallo Scibilia che avevo visto prendere parte alle torture. Seppi poi che lui era in stretti rapporti proprio con Scibilia che oggi è indagato. I nomi di questi giornalisti ovviamente li ho fatti ai magistrati che oggi indagano».

Arriviamo al 2008 quando lei decide di parlare.
«Vedo una trasmissione tv condotta da Carlo Lucarelli che parla della strage. Entro in contatto con Caterina, la nipote di Gulotta, e vengo a sapere che lui sta scontando l’ergastolo. Le promisi allora, fra le lacrime, che da quel momento non avrei avuto altro motivo di vita se non quello di spezzare le catene a suo zio».

Lei ha ricostruito con la procura Trapani le torture consumat eai danni di Gulotta e degli altri due ragazzi. Cosa le rimane ancora dentro?
«Quel film dell’orrore è impresso nella mia mente e determinò, dopo alcuni mesi, la mia decisione di abbandonare la divisa dei carabinieri. Provavo vergogna e disagio, avevo violato un giuramento. Poco importa che non torsi un capello a nessuno quella sera, come invece qualche giornalista ha scritto. Mi sono sempre sentito moralmente responsabile delle conseguenze del comportamento vergognoso che i miei superiori, che sentivo anche come miei maestri, ebbero quella notte. Non trovai il coraggio di richiedere la presenza di un magistrato e porre fine alle torture. Con il nostro comportamento abbiamo agevolato chi ha realmente ucciso i colleghi di Alcamo Marina, un altro mistero italiano insoluto. Spero che la mia tardiva testimonianza sia ancora utile per riparare agli errori ed agli abusi commessi».

Tratto da: L’Unità

Un pro memoria di politica e mafia

Un storia di compromessi che ogni volta sembra un’indecente verità e invece ha costruito le basi dei rapporti di forza di questo paese. Anche se estate, anche se sotto il sole, uno scritto da leggere per non avere il diritto a non capire.

MAFIE E POLITICA, 150 ANNI DI RAPPORTI ININTERROTTI

È opinione prevalente tra gli storici che l’origine del fenomeno mafioso italiano sia legato alle due leggi di eversione della feudalità, 1808 nel regno di Gioacchino Murat e 1812 nella Sicilia anglo-borbonica1.

È a partire da queste date che si sviluppa una peculiare forma di criminalità inesistente nel nord Italia, ma anche nella maggior parte del Mezzogiorno e nell’Europa occidentale.

Si hanno prove storiche di un uso della mafia siciliana e della camorra napoletana da parte delle autorità politiche e di polizia, in funzione di controllo della carboneria e della microcriminalità. Tuttavia il rapporto tra il potere politico e le organizzazioni criminali si svolge in un solo senso: le autorità influenzano e dirigono l’azione delle cosche mafiose e camorriste, in maniera utile al potere borbonico, ma – data la natura autoritaria di quest’ultimo – non esiste la possibilità per le organizzazioni criminali di esercitare una influenza verso il potere politico orientandone le scelte. Bisognerà attendere l’unità d’Italia, il sistema liberale e l’introduzione delle elezioni politiche e amministrative perché nasca questa nuova potenzialità.

I clan capiscono subito che sostenendo le elezioni di questo o quell’altro politico possono poi utilizzare lo stesso per i propri fini influenzando attraverso essi le decisioni dei diversi Enti dello Stato, nasce così quello che noi oggi definiamo “voto di scambio” e nasce il moderno fenomeno mafioso.

Marco Monnier si accorge subito di questo mutamento qualitativo e del nuovo rapporto che va a determinarsi tra organizzazioni criminali e potere politico. Nel suo libro-inchiesta del 1863 sulla camorra napoletana così si esprime: “Tutti quei bravi dei mercati di Napoli non si contentavano di rubare pochi soldi ai sempliciotti: erano addivenuti uomini politici. Nelle elezioni proibivano tale o tal’altra candidatura, confortando co’loro bastoni la coscienza e la religione degli elettori. Né si contentavano di inviare un deputato alla camera, e sorvegliarne da lungi la condotta; spiavano il suo contegno, si facevano leggere i suoi discorsi, non sapendo leggerli da sé medesimi”2

Se ne accorge anche il Prefetto di Reggio che nel 1869 ottiene l’annullamento delle elezioni amministrative perché condizionate dall’attiva presenza di mafiosi. “I giornali locali scrissero apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero obbligati a far transazioni con gente di equivoca rispettabilità”3

E se ne accorge Leopoldo Franchetti nel 1876: “Difatti, si sente raccontare che la tale o tal’altra persona influente in politica o nelle amministrazioni locali ha a suo servizio il tale o tal altro capo mafia di Palermo o di un paese vicino, e per mezzo suo, una parte di quella popolazione di facinorosi per mestiere o per occasione, che infestano la città e i suoi dintorni”4

Il nuovo rapporto mafie-politica che nasce con l’unità d’Italia e il sistema liberale non è stato mai semplice, lineare; ha vissuto alti e bassi, alternandosi in periodi di più o meno intense collaborazioni o repressioni.

Ogni qualvolta l’agire delle bande criminali ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la legittimità a governare del ceto politico è scattata la repressione per limitarne la portata.

In 150 anni di storia unitaria, si sono avvicendate diverse ondate repressive, nessuna delle quali si è però dimostrata risolutiva e nel corso delle quali il rapporto mafie-politica mai si è spezzato.

Nel 1898, vent’anni dopo la prima grande andata repressiva del prefetto Malusardi nella Sicilia occidentale, il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, lamentando le difficoltà nella lotta alla mafia così si esprime ” “… sgraziatamente i caporioni della mafia stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati e altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla loro volta, da loro protetti e difesi”5

Cesare Mori, dopo aver liquidato, nel biennio 1926-28 la rete di clan nella Sicilia occidentale, volge la sua attenzione ai rapporti tra mafia e potere nell’isola, per colpire la rete politica di sostegno ai clan.

Travolge con le sue inchieste il generale Antonino Di Giorgio, comandante del 2° corpo di armata di stanza in Sicilia, e il federale di Palermo Alfredo Cucco, detto il ducino. La sua azione si spinge fino a coinvolgere il viceministro degli interni Michele Bianco. A questo punto, il 16 giugno 1929, Cesare Mori riceve il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno. F.to Il Capo del Governo”. Mussolini aggiunge di suo pugno:”La ringrazio dei lunghi servizi resi al paese”6

Di Giorgio se la caverà con le dimissioni, Cucco verrà assolto dai 33 capi di imputazione che Mori e il Procuratore Giampietro gli avevano addossati, Michele Bianchi continuerà tranquillamente a fare il vice ministro.

Ancora più oscure e inquietanti le vicende relative alla morte di Falcone e Borsellino e agli attentati del 1992-93, che stanno ultimamente emergendo circa il coinvolgimento di “pezzi deviati” dello Sato nella gestione della strategia terrorista di cosa nostra.

Ora, se uno specifico fenomeno criminale – la cui caratteristica fondante è data dalla capacità di intrecciarsi alla politica e penetrare negli apparati dello Stato – in 150 anni di storia unitaria non è stato eliminato, la conclusione non può che essere la seguente: è mancata la volontà politica a farlo.

Il ceto politico italiano, dall’unità ad oggi, non è stato in grado di spezzare i legami con le organizzazioni criminali di tipo mafioso, così come non ha saputo o voluto risolvere alcune altre questioni connesse al processo di unificazione nazionale e allo stesso fenomeno mafioso:

Il divario socio economico Nord-Sud

L’elevato e costante livello di corruzione 7

La diffusa (al Nord come al Sud) pratica clientelare

Il vasto sentimento antipolitico che ciclicamente riemerge nella storia contemporanea italiana.

Va precisato che quando parliamo di “ceto politico” non ci riferiamo alla totalità delle persone che lo compongono, ma alla posizione politica in esso dominante, spesso trasversale a più partiti politici.8

Vi sono state figure gloriose di politici che nella lotta alla mafia hanno sacrificato la propria vita: da Bernardino Verri, sindaco socialista di Corleone, ucciso nel 1914, al democristiano Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, al deputato comunista Pio La Torre, per non parlare poi di oltre un centinaio di sindacalisti, capilega, segretari di sezione e consiglieri comunali del PCI uccisi da cosa nostra tra il 1947 e il 1960.

Entrare, quindi, nel merito e specificare le responsabilità del ceto politico italiano ci sembra, pertanto, opportuno per non coinvolgere ingiustamente nel giudizio negativo quella minoranza di politici che ha lottato e lotta contro le mafie, ma soprattutto per individuare i diversi livelli di responsabilità e possibili strategie di contrasto del movimento antimafia.

Il primo livello di responsabilità – il più grave – è di quella parte del ceto politico italiano che nel corso di un secolo e mezzo ha utilizzato sistematicamente i clan mafiosi in funzione di controllo delle opposizioni sociali e politiche.

Nelle fasi più critiche della storia unitaria, nelle regioni meridionali, si è avvertito con più chiarezza il legame mafie-politica e il nefasto ruolo dei clan nel controllo e contenimento delle forze sociali e politiche antigovernative.

È quanto si può evincere dall’inchiesta di Leopoldo Franchetti per il primo quindicennio della Sicilia italiana; dalla repressione del movimento dei fasci siciliani (1892-94)9, ma soprattutto dalla fase post bellica della 2° guerra mondiale.10

Un secondo livello di responsabilità riguarda quell’insieme di politici che riducono la questione mafiosa a problema di mera criminalità, relativo alle regioni meridionali, e da risolvere con gli strumenti della repressione.

Si tratta di un atteggiamento pernicioso, assunto a volte in buona fede, che ha nuociuto e nuoce gravemente all’azione di contrasto dell’espansione della criminalità di tipo mafioso.

Il caso più emblematico in proposito è quello della Puglia. Regione priva di un insediamento mafioso storico, diversamente dalle altre tre meridionali, è stata “colonizzata”, a partire dalla fine degli anni ’70 e nel corso degli anni’80 del secolo scorso, dalle altre tre mafie storiche: camorra, cosa nostra e ‘ndragheta.

La nascita in Puglia di una rete di clan è stata largamente favorita da un irresponsabile atteggiamento di sottovalutazione della minaccia, fatta di una insistente attribuzione alla criminalità comune di ogni fatto delittuoso di criminalità mafiosa.11

Analogo discorso vale per le regioni del Centro-Nord. Ancora oggi in Lombardia, benché ogni indicatore oggettivo (numero di arresti per l’art. 416bis C.P., quantità di processi di mafia e conseguenti espropri di beni) e i censimenti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ci dicano che ci troviamo in presenza della quarta regione mafiosa d’Italia, la convinzione più diffusa è quella di una sostanziale estraneità della società civile e politica lombarda al fenomeno mafioso.

Un terzo tipo di responsabilità può essere attribuito a quei politici che, pur nemici dichiarati dei clan, hanno adottato o adottano metodologie analitiche del fenomeno mafioso che tendono a considerare la questione mafiosa come peculiare aspetto del capitalismo italiano.

In altri termini, una sorta di sottoprodotto del capitalismo di cui ci si libererà allorquando si avvierà il processo rivoluzionario di superamento del capitalismo.

Era questa la visione tipica dei comunisti italiani nel secolo scorso, ed è questa che in qualche misura sopravvive nella “teoria della borghesia mafiosa”12, molto diffusa nella sinistra radicale attuale, una visione che tende a spostare in un indefinito futuro la soluzione della questione mafiosa.

Infine, veniamo a quella che è, a mio avviso, la principale responsabilità del ceto politico italiano nella sopravvivenza del fenomeno mafioso.

L’unificazione nazionale (e l’avvento del regime liberale) è avvenuta con la sostanziale estraneità, se non aperta ostilità, della stragrande maggioranza dei ceti popolari italiani, operai e contadini, alla quale si era aggiunto l’astio del Vaticano, con il conseguente divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato.

La debole borghesia italiana si è trovata, per sua scelta, costretta a rinunciare immediatamente ai propositi federalisti e invogliata a utilizzare ogni strumento per il controllo delle opposizioni sociali e politiche.

Corruzione e clientelismo sono presto entrati a far parte di questo strumentario, favoriti dall’eredità Piemontese dove la magistratura inquirente era sostanzialmente sottoposta al potere politico e ciò consentiva ampi spazi di manovra ai politici.13

Elargizioni di quote di bilancio dello Stato a potentati e maggiorenti politici locali – da gestire con criteri privatistici – era una condizione necessaria per mediare e tenere unite, intorno ad un centro nazionale, le variegate realtà locali e gli strati sociali popolari.

Questo schema non muta né con il regime fascista né con l’avvento della Repubblica.

Per lo storico anglosassone Christopher Duggan, il fascismo provò ad annullare la separatezza tra Stato e ceti popolari con la retorica nazionalistica, senza però rinunciare al ruolo di mediazione dei ras politici locali.14

Nel quarantennio democristiano il ruolo di raccolta del consenso mediante il clientelismo si accentuò ulteriormente e l’opposizione comunista non fu da meno nelle aree da lei amministrate.

Con il berlusconismo, la delegittimazione del potere giudiziario e alcune modifiche legislative (cosiddette leggi ad personam) hanno fortemente indebolito l’azione di contrasto della magistratura verso la corruzione.

Ora, la corruzione rappresenta il terreno sul quale avviene l’incontro tra clan criminali e politici.

Il politico corretto rifiuta profferte di sostegno elettorale del clan, quello corrotto le accetta e la sua futura azione ne resta condizionata. Clientelismo e voto di scambio sono gli strumenti di penetrazione delle mafie nello Stato.

Il persistente rifiuto del ceto politico italiano a sottostare ai controlli di legalità sul proprio operato e l’ostinazione a tenere in vita una sorta di “Stato patrimoniale” (per i criteri privatistici con i quali nei fatti è gestito) consentono livelli elevati di corruzione e clientelismo che a loro volta aprono le porte dello Stato ai criminali.

Se le considerazioni sin qui fatte hanno un senso allora il fenomeno mafioso è da considerarsi eminentemente un prodotto della politica italiana e conseguentemente potrà essere definitivamente estirpato solo con una piena effettiva affermazione dello Stato di diritto; uno Stato nel quale i diritti costituzionali non siano più una concessione dei gestori della cosa pubblica ma appartengano ai cittadini in quanto tali.

Ugo Di Girolamo

Il mio ultimo libro: L’INNOCENZA DI GIULIO – booktrailer

Le mie foto, i miei posti

  • L'uomo si vendica col riso di coloro dei quali non può fare a meno nei giorni del tremore, del dolore e del terrore. (Giovanni Papini)
  • L'INNOCENZA DI GIULIO (variazioni sul tema). Foto di Valentina.
  • L'INNOCENZA DI GIULIO alla Feltrinelli, Monza. Con Pippo Civati.
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  • Pietro Piccinini della Cooperativa Ruah racconta l'esperienze d'accoglienza #nonmifermo
  • Manila Filella sulla legislazione verso la clandestinità #nonmifermo
  • Edda Pando interviene a #nonmifermo
  • Maurizio Martina segretario regionale PD interviene #nonmifermo
  • Pino Petruzzelli legge passi dal suo libro GLI ULTIMI #nonmifermo
  • Romana Vittoria Gandossi racconta delle xenofobie del sindaco di Adro #nonmifermo
  • Luciano Scagliotti (ex presidente ENAR): integrazione è possibilità di partecipare alla vita sociale, politica e lavorativa #nonmifermo
  • @MartaFratter: 'Su certi temi non si può rimanere indifferenti. Imparare ad essere intolleranti con i prepotenti.' #usalatesta
  • A Massafra. Pronti per andare in scena.

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