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LA STAMPA: 3 domande a Giulio Cavalli

LA STAMPA intervista Giulio Cavalli sul rapporto di Avviso Pubblico “Amministratori sotto tiro”

«Infiltrazioni anche al Nord ma c’è paura a denunciarle» 3 domande a Giulio Cavalli, attore, scrittore e consigliere regionale lombardo

MARCO BRESOLIN

MILANO

Nemmeno un atto intimidatorio verso gli amministratori lombardi o piemontesi. Eppure le infiltrazioni mafiose al Nord ci sono. Una situazione che l’attore e scrittore milanese Giulio Cavalli conosce molto bene. Consigliere regionale dal 2010, al Pirellone va con la scorta a causa delle numerose minacce subite.

È possibile che al Nord nessun politico locale sia mai stato minacciato?

«Se un fatto non viene denunciato non è detto che non si sia mai verificato. E in Lombardia c’è molta paura a denunciare. Ci si sente soli».

Oppure i criminali non hanno bisogno di arrivare ad atti intimidatori per «convincere» i loro interlocutori politici …

«Chiaro, la minaccia è l’ultima di una serie di pressioni politiche o di ritorsioni economiche. A volte, magari, basta una stretta di mano …»

Da questo punto di vista. qual è la differenza tra gli amministratori del Nord e quelli del Sud?

«Al Sud è più netta la distinzione tra chi sta di qua e chi sta di là. Al Nord c’è meno voglia di prendere una posizione. C’è una zona grigia in cui è molto facile infiltrarsi. Anche perché quelle che dovrebbero essere le sentinelle ci hanno sempre tranquillizzato con un negazionismo bugiardo».

LA STAMPA Data 12-12-2011 Pagina 10 

Giulio Cavalli e il teatro: l’intervista

Pubblichiamo l’intervista di Stefania Rizzo sul rapporto di Giulio Cavalli con la scena.

Oggi proiettando lo  sguardo nel passato cosa è rimasto come prima e cosa è totalmente cambiato?

E’ rimasta intatta la voglia di non scendere a compromessi nella stesura e nella visione degli spettacoli. Siamo nati “di parte” (dove per parte si intende la responsabilità di prendere una posizione all’interno della storia che raccontiamo) e continuiamo ad impegnarci a non prenderci troppo sul serio (altrimenti il rischio sarebbe quello di piegarsi sulla narrazione di noi piuttosto che raccontare i fatti). Oggi sicuramente la responsabilità che ci sentiamo addosso è esponenzialmente maggiore. Ma è un dazio dolce da pagare: significa che il nostro pubblico ha deciso di affidarci un compito che ci onora.

“Giulio sul palcoscenico”, emozioni, sensazioni, reazioni…

E’ il mio naturale momento di liberazione. Il recupero di un rapporto visivo e tattile con la gente. La celebrazione del rito laico dell’esercizio collettivo della memoria. In scena entro in uno stato confusionale creativo che è solo parola. Non esiste altro. La parola e il respiro e le reazioni del pubblico.

Esiste un confine tra la scena e il fuori-scena?

Dal punto di vista della temperatura emozionale e della cultura del racconto sicuramente la scena è il luogo dove l’asticella del sismografo accelera vorticosamente. Ma la posizione intellettuale e il modo è lo stesso. Non essendo io un attore e commediografo “puro” quanto piuttosto un multilavoratore su campi diversi ho sempre accettato con entusiasmo l’idea di essere sottoposto al giudizio critico in tutte le mie attività e in tutti i miei comportamenti.

Musica,immagini e narrazione nessuna storia da rappresentare, ma piuttosto storie da raccontare, perché questa scelta?

Perché fin da subito abbiamo deciso di togliere gli orpelli. Di non cadere nell’errore di fare teatro pensato per i teatranti ma di mantenere in scena solo ciò che consideriamo strettamente necessario. Un menù che sia un frugale ma responsabile pasto quotidiano: la parola è il pane, la musica il companatico e l’immagine il vino, quando serve. Tra estetica e etica preferiamo che sullo sfondo ci sia la seconda.

Cos’è l’attore per Giulio Cavalli?

Un bottegaio che forgia storie con forme diverse. Martellate con il lavoro, legate con lo studio e vendute su una bancarella a forma di palco. Con la speranza che siano le storie che galleggiano in salotto per i giorni successivi e che possano essere le storie da tenersi in tasca insieme agli oggetti utili.

Abbandonando l’etichetta di “teatro di narrazione” “teatro civile” ”teatro di inchiesta”…. come definisci il tuo teatro?

Lascio le definizioni agli altri. Lavoriamo in un settore talmente tautologico dove i “definitori” sono diventati una figura professionale, non vorrei diventarne complice.

 

CANALE ITALIA: Giulio Cavalli presenta il libro NOMI, COGNOMI E INFAMI

Nomi, cognomi e infami

  • Autore:Giulio Cavalli
  • €:16,00
  • pagine:256
  • ISBN:978-88-96238-54-7
  • Anno:2010
Il libro di Giulio Cavalli non è un libro come gli altri. Nomi, cognomi e infami è il diario impersonale di un anno di storie incrociate in una tournée che è scesa dal palco per diventare la sua storia: quella di un attore di teatro che vive sotto scorta da due anni. È un viaggio nel tempo e nello spazio che accompagna il lettore dall’attentato di via D’Amelio al sorriso di Bruno Caccia, dalle parole di Pippo Fava all’omicidio di don Peppe Diana passando attraverso il coraggio di Peppino Impastato, Rosario Crocetta e i ragazzi di Addiopizzo, fino a svelare la presenza della mafia al Nord che l’autore è stato tra i primi a denunciare. È anche una storia corale dedicata alle 670 persone che oggi nel nostro Paese vivono sotto tutela. È una rivoluzione morbida contro coloro che, abituati a comprarsi giudici, onorevoli, senatori, funzionari, sindaci, imprenditori, giornalisti, sanno bene che nulla possono contro la parola, quel mitra senza proiettili che instilla germi; germi di consapevolezza, germi di coscienza, germi di libertà. È una ninna nanna recitata per tenerci tutti svegli, mentre urliamo che disonorarli, comunque, è una questione d’onore.“Credo che la scorta migliore che si possa dare a Giulio sia proprio quella di fargli sapere che siamo in tanti ad apprezzare quello che fa e che quindi le minacce che qualcuno gli rivolge le rivolge a tutti noi.” Marco Travaglio

“La lingua dell’arte ha in Cavalli un interprete d’eccellenza. Da tempo porta in scena, dei mafiosi, ‘il loro essere osceni’. Da tempo conduce contro le mafie ‘la battaglia di parola’. Il suo è un ‘antiracket culturale’
consapevole che le difficoltà della stagione che il nostro Paese vive, lungi dall’imporre il silenzio, richiedono appunto – qui e ora – la parola.”
 Gian Carlo Caselli

 

Giulio Cavalli, nasce a Milano nel 1977 e nel 2001 fonda a Lodi la compagnia Bottega dei Mestieri Teatrali. Nel 2006 Paolo Rossi lo spinge a salire sul palco, segnando l’inizio della sua vita di “narratore”. Nel 2007 debutta al Piccolo Teatro di Milano con Linate, 8 ottobre 2001: la strage, al quale seguirà nel 2008 Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi. A causa di questo spettacolo inizia a ricevere le prime minacce. Nel 2009 porta in scena A cento passi dal Duomo, scritto con il giornalista Gianni Barbacetto. Sempre nel 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo invita al Quirinale per esprimergli solidarietà e sostegno. Nel gennaio 2010 gli viene consegnato il premio Pippo Fava. Attualmente calca le scene con Nomi, cognomi e infami, i cui monologhi sono raccolti in questo libro.

 

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Rassegna stampa:

CORRIERE ROMAGNA intervista Giulio Cavalli

PREMIO ILARIA ALPI
«Ridere di mafia, ribellione incontrollabile»
Intervista all’attore Giulio Cavalli ospite oggi a Riccione con un monologo

RICCIONE. Ospite oggi al Premio Ilaria Alpi, l’attore Giulio Cavalli. Lo abbiamo intervistato.
Partiamo da un’anticipazione: il monologo di oggi sarà tratto da una delle sue opere teatrali?«Sì, eseguirò un brano estratto da Nomi cognomi e infami»La mafia al nord: com’è la situazione in Romagna, vista dall’esterno?«Le inchieste giudiziarie hanno rivelato che al nord il fenomeno mafioso ha raggiunto dimensioni notevoli: anche l’Emilia-Romagna è diventata approdo per gli affari della criminalità organizzata. Gli interessi nelle diverse regioni del nord sono gli stessi e l’Emilia-Romagna ha il dovere morale e culturale di combattere questo fenomeno. Le attività antimafia in regione sono molte e partecipate, soprattutto a livello di associazionismo»Chi deve innescare il cambio di mentalità necessario a sconfiggere le mafie? La politica con l’esempio o la società civile con la protesta?«La politica è riuscita a cambiare le cose solo quando è stata sostenuta dai cittadini. La chiave è la spinta di una cittadinanza attiva in cui ognuno partecipa con il suo ruolo. La parola è un’arma che funziona contro la mafia, ma sono altrettanto importanti l’educazione dei propri figli, un’istruzione responsabile nelle scuole, le scelte di ognuno sul posto di lavoro. Non c’è bisogno di prime linee o eroi, di icone dell’antimafia, ma dell’impegno ordinario di tutti».Una politica lontana da infiltrazioni mafiose è possibile? Cosa manca alla politica per liberarsi da questo giogo?«Quando i cittadini riterranno che essere ferrei su questi temi all’interno dei partiti non sia una possibilità, ma un punto fermo su cui costruire la propria credibilità, allora potranno esistere partiti per i quali l’antimafia non sia solo un argomento a cui dedicarsi, ma un comandamento da cui partire».Sente la vicinanza delle istituzioni nella sua vita sotto scorta? E quella dei cittadini?«Per parlare di legalità è sempre necessario coinvolgere le istituzioni. E poi quelli che facevano il mio lavoro di denuncia dei poteri 500 anni fa, cioè i giullari, venivano decapitati, quindi qualche passo avanti in fatto di civiltà e sicurezza sicuramente è stato fatto. I cittadini sono quelli che sento più vicini perché, a differenza della politica, non hanno nulla da guadagnarci, anzi devono pure pagare il prezzo del biglietto».Lei ha detto di sentirsi vicino a Paolo Rossi e Dario Fo, ma la sua frase «Ridere di mafia è una ribellione incontrollabile» fa pensare più a Peppino Impastato. La sua figura è state tra le sue fonti d’ispirazione?«Io mi ritengo molto fortunato, perché ho potuto lavorare con Paolo Rossi, Dario Fo e Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e porto con me qualcosa di tutti tre. Peppino Impastato è riuscito non solo a fare un lavoro serissimo, chirurgico, di applicazione della risata alla lotta contro le mafie, ma anche a raccontare come la denuncia antimafia fatta con il sorriso possa diventare una forza sociale. E in questo siamo vicini»Il giornalismo italiano d’inchiesta fa abbastanza per combattere la criminalità organizzata e la cultura di stampo mafioso?«Tra i giornalisti italiani impegnati in questa battaglia, forse è proprio Ilaria Alpi l’esempio più alto. Il giornalismo deve accendere l’appetito per la curiosità, che come diceva Joseph Pulitzer è la garanzia più importante per gli ingranaggi della democrazia. È sul funzionamento degli ingranaggi che c’è ancora da fare».

 

“Smentire l’assoluzione di Andreotti? Il dovere di qualsiasi cittadino affezionato alla verità”

La storia di un uomo e di un processo a teatro. Dai rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, l’ascesa e la caduta di Salvo Lima, gli intrecci tra mafia e la P2 di Licio Gelli,I rapporti tra il boss Bontade e Michele Sindona, gli omicidi di Piersanti Mattarella e del generale Dalla Chiesa. Perchè la memoria va esercitata per ricordare la storia, ma a volte, la storia che poi viene raccontata va “smentita”. Per questo Giulio Cavalli e Carlo Lucarelli hanno deciso di mettere in scena “L’innocenza di Giulio – Andreotti non è mai stato assolto“. Perchè il processo al sette volte Presidente del Consiglio per il reato di associazione mafiosa, si è concluso con una prescrizione, ma nella sentenza a chiare lettere si legge: “La sentenza impugnata, al di là, delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione”.

Ma la sentenza arriva troppo tardi e scade il termine per la prescrizione. Ma stando alle inchieste, e alla stessa sentenza un uomo che fu sette volte Presidente del Consiglio avrebbe dovuto essere condannato in base all’articolo 416. Insomma, “la storia ci dice che Andreotti si sedette al tavolo con la mafia. E dove, come e con chi – spiega Giulio Cavalli in una nota prima del debutto dello spettacolo al Teatro della Cooperativa di Milano – va raccontato”.

Ancora oggi spesso la storia processuale di Giulio Andreotti passa come il ‘martirio giudiziario’ di un perseguitato processato per qualcosa di inesistente. Ma la cosiddetta ‘assoluzione per prescrizione’ non esiste e Giulio Andreotti, mai è stato assolto, anzi, il reato associativo e i suoi rapporti con gli uomini di Cosa Nostra sono tutti dentro a quel processo. Tant’è che nel 2003, la Cassazione conferma la sentenza d’appello: Andreotti ha “commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere fino alla primavera 1980″. Ma è troppo tardi e tutto va in prescrizione, la sentenza avrebbe dovuto arrivare nel dicembre 2002.

Lo spettacolo infatti non tarda a far partire le reazioni di quelli che il “giustizialismo” e la “toga rossa” ce l’hanno sempre pronta da sputare. Così Libero, forse per la prima volta nella storia, dedica un titolo in prima pagina al teatro, e arrivano le critiche del ministro Giovanardi sulla base del nome degli autori senza aver mai visto e sentito una parola dello spettacolo.

Dopo “Do Ut Des”, “A 100 passi dal Duomo” e “Nomi, cognomi e infami“, Giulio Cavalli ci racconta un altro pezzo di storia italiana che passa da quello che sembra un intreccio inevitabile tra mafie, potere e i personaggi più oscuri della nostra politica.

Lo spettacolo ha debuttato il 5 aprile scorso e oltre alla partecipazione di Giulio Cavalli, che scrive lo spettacolo con Carlo Lucarelli, c’è quella del magistrato Giancarlo Caselli, che ha fatto come ‘consulente’ per la ricostruzione del processo, e con le musiche di Stefano ‘Cisco’ Bellotti, ex voce dei Modena City Ramblers. La regia è di Renato Sarti. ”Linnocenza di Giulio – Andreotti non è stato assolto” sarà in scena fino al 22 aprile.

Abbiamo raggiunto Giulio Cavalli autore e attore dello spettacolo per qualche domanda

Dunque il nuovo spettacolo è sul ‘divino’ Giulio. Pronto al debutto e alle polemiche?

Pronto al debutto. Le polemiche ci interessano molto poco e ci abbiamo fatto il callo: se parli di Andreotti con Giancarlo Caselli come “supervisore”, non puoi permetterti di preoccuparti delle polemiche.

Quando e come è nata l’idea di mettere in scena “l’innocenza di Giulio? Avevi pensato sin dal principio di coinvolgere Carlo Lucarelli e Giancarlo Caselli

La primissima idea ci è venuta a Bologna durante un pranzo. Eravamo io e Carlo a tavola. Da lì era inevitabile chiedere una mano anche a Giancarlo con cui già c’era un bel rapporto di stima e amicizia. Cisco ha aderito al progetto con un’energia contagiosa. Poi mi è venuto in mente come l’anno scorso Renato Sarti al Teatro della Cooperativa mi dicesse che avrei dovuto provare una volta ad avere un regista (ero in scena con “a 100 passi dal Duomo). Quindi era il candidato perfetto per la regia.

Cavalli, Lucarelli e Caselli tentano di restituire agli italiani una storia “scippata” alla memoria e ricostruita. Una prescrizione che passa per un assoluzione e un martire giudiziario creato ad hoc. Avete avvertito la necessità di smentire questa ricostruzione.

Beh, è il dovere di qualsiasi cittadino affezionato alla verità

Entriamo più nel vivo dello spettacolo. Cosa viene rappresentato per dimostrare “L’innocenza di Giulio”? Quali sono i punti di partenza, le vostre ‘prove’?

Le prove stanno tutte nel processo. Il rapporto con Salvo Lima, l’amico degli amici. I rapporti con i Salvo. Gli incontri con il boss Stefano Bontade. Il suo atteggiamento nell’affaire Sindona. Le prove sono tutte, e tra parentesi aggiungerei, chiare, nelle carte giudiziarie.

In una intervista, in passato, avevi dichiarato che questa era la storia di “uno stato che si infiltra nella mafia”. Quanto questo scenario di “stato infiltrato”, ti sembra ancora attuale.

Il sistema Andreotti è vivo oggi più che mai. Se si perde il senso della liceità e dell’opportunità per fare politica significa che il sistema democratico è a rischio. Oggi non è così?

Hai pensato di dare per scontato qualche elemento nello spettacolo, presumibilmente già a conoscenza del pubblico, o la parola d’ordine è sempre quella di andare alla ‘radice’ della storia come nei tuoi precedenti spettacoli?

Partiamo da molto lontano, dal 1 febbraio 1893 e da Emanuele Notarbartolo. E arriviamo ad un senatore d’oggi condannato in secondo grado a sette anni.

Per concludere una battuta sulla tua attività politica come Consigliere Regionale della Lombardia. Quali sono i punti su cui porterai avanti le tue battaglie e soprattutto cosa pensi riguardo alle recenti uscite di Formigoni e Moratti, attraverso lettere e interviste sul tema delle mafie a Milano. Nelle scorse settimane, inoltre su La Padania, l’ex ministro della Giustizia, Roberto Castelli, durante un’intervista afferma, salvo poi dire che si trattava di una provocazione, che per evitare le infiltrazioni della ‘ ndrangheta negli appalti per Expo 2015 sarebbe sufficiente escludere le ditte calabresi. Cosa ne pensi?

I punti principali della mia battaglia politica sono la lotta alla criminalità organizzata e alla cattiva gestione della cosa pubblica nonché la difesa del territorio, ovvero una proposta di legge contro il consumo del suolo.
Per quanto riguarda le dichiarazioni sulla ‘ndrangheta in Lombardia da parte di politici che la amministrano ormai da anni sono assolutamente mistificatorie della realtà. La mafia non si sta infiltrando ma è presente ormai dagli anni ’50 ed è giunta l’ora di dire ai cittadini la verità su una Regione e su una città che è diventata la capitale non solo economica della criminalità organizzata. La provocazione di Castelli rappresenta una palese sottovalutazione del problema che riguarda anche i cittadini “padani”.

http://lucarinaldi.blogspot.com/2011/04/smentire-lassoluzione-di-andreotti-il.html

La Provincia di Varese intervista Cavalli: non sottovalutare

Giulio Cavalli consigliere regionale Idv «Un errore sottovalutare il fenomeno»
«Siamo tutti Sancho Panza e combattiamo contro i mulini a vento». Queste le parole di Giulio Cavalli, attore teatrale e consigliere regionale Idv sotto scorta per il suo impegno contro la Mafia, riguardo le infiltrazioni della ‘ndranghqta nell’imprenditoria lombarda. Trasparenza, legalità, Stato e coraggio sembrano essere le parole chiave per poter affrontare e combattere un fenomeno dalle dimensioni sempre più allarmanti. E che forse, per anni, tutti abbiamo mal interpretato.
Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, ha parlato di una vera colonizzazione e della diffusa omertà. Cosa ne pensa?
Stimo molto il procuratore Pignatone. Io vorrei aggiungere che l’intera cittadinanza, dalla casalinga al professionista, ha una colpa e cioè quella di aver coltivato per anni una forte indifferenza. Qui essere colonizzati significa, in realtà, essersi fatti colonizzare. Con l’operazione Infinito sono finite in manette 150 persone solo in Lombardia. Ciò significa che certe dinamiche sono iniziate decenni fa.
Qualcuno, come Roberto Castelli, ha suggerito di dare più spazio alle aziende lombarde per arginare il problema. Può essere una soluzione?
Purtroppo, come spesso accade, se ne fa una questione partitica e non politica. Come è stato dimostrato, molte aziende lombardissime sono andate di loro spontanea volontà a bussare alle associazioni mafiose, non viceversa, per trarne profitti. Quello che propone Castelli è solo propaganda e testimonia la pochezza della nostra classe politica.
Cosa, in questi anni, è stato più sottovalutato?
Si è pensato per troppo tempo che le mafie arrivassero al Nord dentro le tasche dei picciotti messi a confino. Quando invece le infiltrazioni più pericolose sono passate attraverso i conti correnti e la politica, che cercava i voti della criminalità organizzata.
Cosa serve per cambiare rotta?
Servono trasparenza e rispetto della legalità. Serve accorgersi di quanto accade e capire che i nostri diritti non sono privilegi che qualcuno ci concede. Serve insegnare il rispetto della Costituzione ai nostri figli. Serve avere il coraggio di denunciare i fatti alle forze dell’ordine e capire che la legge è un’opportunità non una costrizione. Anche le banche dovrebbero vigilare con più determinazione e non far finta di non vedere la collusione.
Cosa può fare davvero la differenza?
Il nord ha una grande occasione. Gli imprenditori sani, che sono la maggior parte, devono avere uno scatto d’orgoglio e capire che questi concorrenti barano, riciclano, prima di guadagnare.
Benedetta Magistrali

WILDITALY intervista Giulio Cavalli

Oggi siamo con Giulio Cavalli, regista, attore teatrale e consigliere regionale Idv in Lombardia. Cavalli è attualmente sotto scorta a causa del tenore degli spettacoli teatrali messi in scena – da lui stesso scritti e interpretati – nei quali denuncia collusioni e infiltrazioni della mafia nella vita pubblica e ne ridicolizza i vertici.

Sulle scene dal 2006, il 4 gennaio del 2010 gli viene assegnato il Premio Giovani Giuseppe Fava. In ottobre esce il suo primo libro: “Nomi, cognomi e infami”, una raccolta di suoi monologhi.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per porgergli alcune domande. Ecco cosa ci ha risposto:

L’INFILTRATO intervista Giulio Cavalli

Insieme a Luigi De Magistris e Sonia Alfano si sta battendo per un Italia dei Valori più trasparente. È consigliere regionale in Lombardia, giornalista ma soprattutto è un attore di teatro. Sotto scorta. Perché racconta gli interessi e le infiltrazioni criminali nel nord Italia, “appoggiati e coltivati da una grossa fetta di lombardi”.  Un’intervista a tutto tondo in cui Giulio Cavalli regala emozioni e momenti di acuta riflessione.

di Andrea Succi

I suoi spettacoli, nonostante il racconto di eventi drammatici, lasciano molto spazio all’improvvisazione ed al sorriso, riscontrando il successo di “piazze folte e gioiose”. È un romantico che ritrova la serenità in una terra ad altissima densità mafiosa, come la Sicilia, “perché in Sicilia so molto bene da che parte stanno le persone che ho intorno”. Svela come avviene il suo processo creativo, ricorda la prima volta che è salito sul palco, “con uno spettacolo dialettale che sarebbe piaciuto alla Lega, e spiega perché la parola teatrale può essere esplosiva, a patto che “non si paventi in nessun modo la possibilità dell’autocensura”.

Un’intervista a tutto tondo in cui Giulio Cavalli si racconta e scava nei suoi ricordi, regalando emozioni e momenti di acuta riflessione.

Tu vivi sotto scorta: perché? Quando e come è iniziata questa, tra molte virgolette, avventura?

Se vogliamo dare un ordine temporale, tra fine 2005 e inizio 2006 conosco a Gela Rosario Crocetta e decidiamo di collaborare: lì c’è una Sicilia che è al fronte tutti i giorni, insieme ai ragazzi di Addio Pizzo, di Libera e al fratello di Peppino Impastato. Da quel momento in poi c’è stato un lavoro che ha sempre alzato un pò il tiro e si è spostato dal parlare della realtà prettamente di Cosa Nostra ad un realtà che è più settentrionale. Inevitabilmente, e in maniera proporzionale, sono arrivati i primi segnali e le minacce. Però secondo me questa è la parte più collaterale della storia.

E allora qual è la parte più importante?

Per un uomo di parola, l’incontro con persone che sono al fronte in questa battaglia può essere un alleato importantissimo. E credo possa essere così per chiunque intraprenda il proprio lavoro con la schiena diritta.  Diventa fondamentale scoprire che si può creare un esercito senz’armi, dove  ognuno con la propria professione, come dice l’articolo 4 della costituzione, contribuisca ad aumentare il livello materiale e spirituale della propria nazione.

In questo senso, in base a quella che è stata la tua esperienza dal 2005 ad oggi, pensi sia cambiato il tuo concetto di libertà?

Sicuramente. Ho sempre urlato – e continuerò a farlo – contro la censura in generale ma mi sono ritrovato troppo spesso a contatto con persone che si autocensurano, che ritengono più comodo dire una frase in meno o un cognome in meno.  Ecco, la libertà è non paventare in nessun modo la possibilità dell’autocensura.

L’ultima volta che hai potuto passeggiare da solo senza i tuoi angeli custodi: che ricordi hai?

Era un giorno particolare, il 25 aprile, e se ci pensi bene è una bizzarria che l’ultimo giorno di libertà sia coinciso proprio con il giorno della liberazione. Però la mia storia ha avuto una climax ascendente di segnali, per cui non ci sono cascato dentro ma sono passato da una protezione molto più debole a quella che poi è diventata scorta. Diciamo che ero preparato.

Perché il teatro per esprimere quello che hai dentro? Cos’è per te il teatro?

È un luogo, come una pagina di un giornale, come le 200 pagine di un libro, come le assemblee di un consiglio regionale o comunale. È un luogo dove non ci sono mediazioni, non ci sono fili o corde da poter tirare per condizionare concetti comunicativi. Finché rimarrà tale, sarà potenzialmente esplosivo. Anche se spesso viene disinnescato dalla pavidità di chi il teatro lo gestisce.

Quando scrivi i tuoi spettacoli che fai? Ascolti musica, scrivi di notte, ti chiudi nel tuo silenzio? Come avviene il processo creativo?

In realtà ci sono due fasi. La parte di studio, che è quella quotidiana, sugli atti processuali, le informative e quant’altro, che vive di tre caffè e golden virginia verde. E poi c’è la fase in cui si scrive la parola da mandare in scena, che è un momento soprattutto notturno, ogni tanto anche abbastanza alcolico, che avviene nei posti più impensabili, in tournée, nelle stanze degli hotel, in terrazza.

La prima volta che sei salito sul palco: ricordi ed emozioni.

Adesso divento più triste perché la Lega mi amerà, ma il mio primo spettacolo era un’opera dialettale. Con una piccola compagnia di paese facevo una comparsata ne “La crapa del nonu”, che sembra un manifesto politico della Lega. Io ero l’arabo. Però ricordo le sensazioni scomode di essere sul palco del grande teatro molto prestigioso, a fare un monologo con questo nugolo di sacerdoti teatrali, e ricordo la sensazione invecemolto più positiva che ho provato le prime volte che andavo all’interno della piazza o all’interno dell’associazione che aveva affittato a  fatica lo spazio. C’è una differenza di abitabilità tra il circuito classico teatrale, che mi è sempre stato un po’ scomodo e che ho sempre indossato un pò male, e l’agorà, che invece vivo con piacere. Ricordo di essere arrivato in paesini dove il pomeriggio, mentre si montava, non si vedeva passare nessuno e poi, improvvisamente, la sera spuntava una piazza folta e anche gioiosa.

Il viaggio che ricordi con più piacere

Tutti i viaggi in Sicilia, compresi quelli che dovrò fare, perché è una delle terre in cui so molto bene da che parte stanno le persone che ho intorno. Invece, purtroppo, qui in Lombardia mi sono imbruttito e un po’ incattivito, sia per quello che mi è successo  ma più di tutto perché mi si allunga sempre l’ombra del dubbio, perché sono stato tradito dagli amici più vicini, tradito dai collaboratori che davo per scontato fossero con me. In Sicilia c’è questa liberazione. Per me la Sicilia è serenità.

La mafia al nord: perché tutti si accorgono solo ora di una piaga che in realtà vive e prospera da anni anche nel nord Italia?

Perché abbiamo una coscienza televisiva che ci risveglia e ci responsabilizza solo in prima serata e non nel lavoro quotidiano. Ci si sveglia per l’eccesso di difesa rissoso e patetico della Lega o per le parole dette in prima serata e sembra non ci si sia accorti dei 300 arresti e soprattutto che non ci si sia accorti di Giorgio Ambrosoli, di Calvi, di Sindona. Però c’è un’antimafia, una lotta di informazione e responsabilità, da anni, che va raccontata in quanto positiva.

Ma la gente sa o non sa? Voglio dire, com’è possibile che i lumbard facciano finta di niente? Basta frequentare i mercati, le fiere, lo stadio per capire il livello delle infiltrazioni criminali.

Secondo me c’è una radice politica: la Lombardia è una regione che dal punto di vista politico e finanziario ha sempre vissuto sulla proiezione che è riuscita a dare di se stessa. Non per niente è la regione che ha inventato la pubblicità e ha applicato il marketing alla politica oltre che all’imprenditoria. È la regione in cui spadroneggia un partito, la Lega, che per costruire il suo castello ha bisogno di un presupposto: l’idea che la Lombardia sia migliore, più pulita, più operosa. Questo atteggiamento porta indifferenza.  E quindi riconoscere che in Lombardia c’è un problema,coltivato e  appoggiato da una grossa fetta di lombardi, metterebbe in discussione lo status quo mentale di responsabilità del lombardo stesso.

Tu hai due figli piccoli: se dovessi spiegar loro cos’è la mafia, quali parole useresti?

Trovo che l’art. 416 sia molto poetico: tre o più persone che si riuniscono preferibilmente di nascosto e che decidono di accrescere la propria ricchezza, creando danni al bene comune e utilizzando l’arma dell’intimidazione, della minaccia e della violenza. Mi sembra una fotografia perfetta e molto semplice per definire il concetto di mafia.

Se potessi tornare indietro rifaresti tutto?

Assolutamente si , perché mi ritengo un privilegiato, una persona che ha la fortuna di lavorare con gente straordinaria. Ho un pubblico che mi ascolta e questo è il sogno di qualsiasi attore e di qualsiasi scrittore; ho la fortuna di riconoscermi nella battaglia che porto avanti e in qualsiasi cosa faccio. Sono molto contento.

DA INFILTRATO.IT

Per non andare fuori tema: AFFARI ITALIANI intervista Giulio Cavalli

Non mi è mai piaciuta la strategia di chi volutamente prova ad andare fuori tema per scavalcare la questione. In mezzo al marasma mediatico di questi giorni riportiamo il dibattito sui temi caldi. Vi chiedo di condividere il più possibile questa intervista uscendo dal gioco al massacro che non ha nulla a che  vedere con quello di cui si deve parlare. Grazie.

DA AFFARI ITALIANI

Più democrazia nell’Italia dei Valori. Così nasce la sfida interna a Di Pietro. L’intervista a Cavalli (Idv)

“Abbiamo raccolto le istanze che emergono stando a contatto con la società civile. Questa legge elettorale ha favorito servi e yes-man come Razzi e Scilipoti”. Giulio Cavalli, consigliere regionale della Lombardia per l’Italia dei Valori, coordinatore Idv per la città di Milano e firmatario, insieme a Luigi De Magistris e Sonia Alfano, di una lettera sulla questione morale che tocca il  partito, sceglie Affaritaliani.it per spiegare i motivi della rivolta contro Antonio Di Pietro e si definisce “basito e perplesso”.

Basito di fronte a che cosa?
“Soprattutto di fronte ai toni della risposta che abbiamo ricevuto, di fronte alle accuse che ci vengono mosse. Vorrei fare delle precisazioni, in attesa della replica che stiamo preparando. Noi abbiamo fatto questa riflessione, perché l’abbiamo raccolta da molti degli iscritti che incontriamo in giro. Siamo entrati nell’Italia dei Valori per portare l’ala “movimentista”, anche se questo termine non mi piace molto, o comunque per creare un contatto con la società civile. E abbiamo pubblicato questo documento sui nostri blog, non è una lettera di Natale spedita ai giornali, anche se ovviamente la stampa l’ha ripresa. La ricchezza dei partiti sono le diverse opinioni, il dibattito interno. E ci possono essere posizioni anche molto distanti, basta che non siano solo posizioni di negazione pregiudiziale. Ci è stato detto che non abbiamo parlato nelle sedi opportune. Ma noi ovunque andiamo, negli incontri e nei coordinamenti, manifestiamo sempre le nostre posizioni. Siamo stati accusati di non metterci in gioco all’interno del partito. Ma io sono coordinatore di Milano città, sorrido più di tutti. Quello che è un atto d’amore, senza nessuna messa in discussione di chi lavora nel partito, improvvisamente e strumentalmente è diventato l’occasione per alzare i toni e tirare fuori delle nevrosi, delle criticità per cui si aspettava solo quello”.

Insomma, il vostro gesto è stato frainteso?
“Noi abbiamo scritto quel documento per dichiarare il nostro impegno a fare di più e chiedere l’aiuto di tutti. Al di là delle posizioni politiche, la cosa che può veramente differenziarci è l’essere un partito bravo a fare opposizione, raccontando sì le incoerenze degli altri, ma anche capace di vedere le proprie. Uno dei più grandi politici italiani, Pio La Torre, per raccontare ciò che combatteva iniziava raccontando innanzitutto quello che non andava nel suo partito. Dobbiamo sempre avere attenzione massima per la credibilità. Ma, se dichiarare questo, ci fa accostare a Razzi e Scilipoti… Questa reazione ci lascia perlessi, per usare un eufemismo. Forse qualcuno aveva bisogno di una resa dei conti e ha voluto giocare di sponda con una lettera che nasce con tutte le buone intenzione di preservare la dignità di eletti e governanti”.

Quali sono le colpe di Di Pietro?
“Io vedo una legge elettorale che non ha senso. Razzi e Scilipoti in un Paese normale dovrebbero far riferimento ai loro elettori, ma non li hanno, essendo nominati. Il fatto di essere nominati, e questo è un problema della politica in generale, crea degli “yes-man”, un intergruppo di servi, numeroso sia a destra che a sinistra. Io dico, come partito e come politico, visto che la gente ci delega a risolvere le criticità, che dobbiamo cercare una soluzione. Un regolamento, oppure delle primarie di collegio, questione tra l’altro già aperta nell’Idv. E poi pensiamo a una visione di centrosinistra, che non sia solo una visione feudale, prettamente partitica”.

De Magistris nuovo segretario al posto di Di Pietro?
“Voler portare una questione poilitica, che riguarda i contenuti, su una questione di leadership è una questione onanista, che non interessa né a me né a De Magistris né a Sonia Alfano. Molti degli iscritti che lamentano difficoltà sui territori hanno sempre chiesto a Di Pietro di intervenire, senza mettere in discussione la sua leadership. La polvere sollevata dalle persone vicine a Di Pietro spero sia frutto di una reazione a caldo, e non di una strategia”.

Maria Carla Rota

Calvisano – Tracce nel Villaggio intervista Giulio Cavalli

dal sito CALVISANO – TRACCE NEL VILLAGGIO

Giulio Cavalli è un personaggio poliedrico: attore, regista, scrittore, collabora con alcune testate giornalistiche per le quali scrive di legalità, giustizia, uguaglianza. Denuncia le disparità, i soprusi e sbeffeggia la mafia umiliando l’onorata società ed i suoi protagonisti “ Ridere di mafia è una ribellione incontrollabile “.

Dall’aprile 2010 è consigliere regionale dell’Italia dei Valori in Lombardia.

Scrive nel suo ultimo libro “Nomi, Cognomi e Infami”: “ Vivo in Lombardia dove la mafia non esiste, faccio l’attore, scrivo storie che sarebbe buona cosa non scrivere e mentre scrivevo mi è esplosa la storia in mano “.

Nel dicembre 2009 è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che gli ha portato la propria solidarietà per la vita sottoscorta a causa delle minacce ricevute da cosche mafiose.

Vorrei partire con una domanda al Giulio Cavalli politico, consigliere regionale in Lombardia nelle file dell’Italia dei Valori: dal suo punto di osservazione qual è lo stato di salute della nostra regione ?

Regione Lombardia è il condensato della visione “privatistica” del Governo nazionale con una pungente componente xenofoba leghista. Quindi interessi a favore di pochi, disattenzione al bene comune e contrapposizione con il “diverso”. Direi non proprio una regione in salute.

Che opinione si è fatto sulla vicenda della protesta sulla gru degli immigrati nella mia città, Brescia ?

Lo sfruttamento che diventa reato dopo essere stato svuotato. Lavoratori che hanno dopato l’economia del lavoro illegale per diventare vittime sull’altare della sicurezza di propaganda. Al di là del colore della pelle e del timbro sul passaporto su quella torre ci sono stati dei lavoratori truffati. Ma questo si è faticato a dirlo.

Si torna a discutere di nucleare nella nostra regione. Qual è la sua opinione ?

Contrario senza se e senza ma. E senza ripensamenti, a differenza del Governatore Formigoni che dopo avere raccontato la propria avversità al nucleare in campagna elettorale oggi sembra avere cambiato idea. Un progetto (come tanti altri) che viene calato dall’alto dal Governo senza discussioni o ascolto dei territori. Alla faccia del tanto sbandierato “federalismo” che di autonomie sembra averne veramente poche.

Sono conciliabili solidarietà, accoglienza e legalità ?

Non c’è legalità senza la consapevolezza del dovere di una cittadinanza attiva, solidale e quindi accogliente.

Il suo concetto del termine “clandestino” ?

Non accettato per legge. Per leggi che possono essere inique o, peggio, non solidali.

Come si mescolano tra di loro il Giulio Cavalli artista, regista scrittore e uomo delle istituzioni ? Che miscela ne esce ?

Stessa persona. Stesse idee e stessi obbiettivi. Cambiano i meccanismi e i modi. Ma ho accettato fin dall’inizio di giocarmi la credibilità in tutto quello che faccio.

Lombardia e Nord Italia: mafia sì o mafia no ?

L’omicidio Ambrosoli. Calvi, Sindona, Luciano Liggio, le diverse operazioni con centinaia di ergastoli fino ai trecento arrestati a Luglio di quest’anno. Dico, serve altro?

Perché la levata di scudi stizzita del ministro Maroni alle recenti dichiarazioni di Saviano sulle infiltrazioni della mafia al Nord ?

Perchè la Lega vive sulla proiezione manichea della Lombardia come buona, pulita, onesta e laboriosa contro il resto d’Italia. E la presenza delle mafie inquina questa bugia.

Quali sono i gesti, i comportamenti e le azioni che possono adottare i cittadini comuni per contrastare la presenza della malavita organizzata ?

Scegliere la via dello stato e rifiutare l’indifferenza.

Nella sua veste di attore e di regista teatrale, di uomo del Nord, ha infastidito i mafiosi, li ha sbeffeggiati e li ha “disonorati” come ama dire lei. Come le è venuta questa idea dal profondo contenuto civile, ma che mal si concilia con le esigenze del grande pubblico ?

Niente di eroica o eccezionale. Amo il mio lavoro e i risultati “civili” a cui umilmente aspira.

Da dove ricava gli spunti per la sua opera narrativa di attore e scrittore ?

Giornalisti, atti, intercettazioni, deposizioni. I fatti in questo paese ci sono, solo che rimangono spesso poco raccontati.

Nel suo ultimo libro “nomi, cognomi e infami” c’è una prefazione del magistrato Gian Carlo Caselli. Com’è nata questa collaborazione ?

In fondo abbiamo un nemico comune. O meglio, abbiamo a cuore gli stessi risultati. Ci siamo conosciuti grazie ai vari eventi di Libera a cui abbiamo partecipato e in fondo abbiamo capito che potevamo essere utili l’uno all’altro.

Anche questo libro si inserisce nel solco della cosiddetta “scrittura impegnata” che vuole amplificare e rendere palpabile il concetto dell’antimafia. Storie di persone che credono in un Paese normale e giusto. Quali emozioni e sentimenti si aspetta che il lettore possa ricevere dalla lettura di questo libro ?

La memoria buona di questo Paese. E ricordare che la memoria non va commemorata ma va esercitata.

Che ruolo hanno l’arte e la cultura nel contrasto alle forme di ingiustizia e di disuguaglianza nella nostra società ?

Lo dice bene George Steiner: una cultura autentica è caratterizzata dall’incoraggiamento di una formazione di base focalizzata sulla comprensione, sull’apprezzamento e sulla trasmissione delle opere migliori prodotte ieri e oggi dalla ragione e dalla fantasia. Una cultura autentica fa di quel tipo di risposta percettiva una funzione morale e politica fondamentale. Trasforma quella «risposta» in «responsabilità», costringe quella risonanza a «essere responsabile» davanti alle occorrenze mentali eccelse.

Il ministro Tremonti, replicando a coloro che contestavano la sua decisione di attuare pesanti tagli alla cultura ha risposto con una battuta “Vado a farmi un panino alla cultura. Inizio dalla Divina Commedia”. La gente non mangia cultura. Che ne pensa ?

Per igiene intellettuale non rispondo nemmeno alla provocazione. Mi viene in mente un punto del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli che diceva abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare l’autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto.

Da due anni lei vive sotto scorta. Mi fa un impressione terribile pensare ad un uomo di 33 anni, nel pieno della sua vita, dotato di una eccellente creatività artistica e narrativa, costretto a vivere “sotto stretta osservazione” per la denuncia e la “passione civica” che accompagnano le sue opere. Che Italia è questa che costringe i suoi figli a vivere sospesi tra paura e doveri, tra la vita e la morte ?

In Italia siamo centinaia “sotto osservazione”. Commercianti, panettieri, fiorai, giornalisti e scrittori: significa che è una battaglia che ci interessa tutti.

Come può descrivere a chi non ha mai vissuto questa condizione il suo stato di uomo blindato dentro ad una vita recintata ?

Non credo sia molto interessante. Non l’abbiamo mai chiesto a gente come Giancarlo Caselli o i tanti altri magistrati che sono in questa condizione da decenni. Ti confesso che non amo molto questo nuovo “voyeurismo” degli intimiditi.

Cosa possono fare gli uomini di buona volontà, la comunità civile, per dimostrarle una vicinanza umana e solidale ?

Farsi carico del problema. Falcone diceva che la battaglia contro la mafia non ha bisogno dell’impegno straordinario di pochi ma dell’impegno ordinario di tutti.

Ha fiducia nel riscatto del popolo del Sud, o meglio dei popoli del Sud e del Nord, nei confronti delle mafie ?

Moltissima. Anche perché un giorno i miei figli mi chiederanno conto della vita che si sono ritrovati a subire.

Il suo pensiero per i giovani, i nostri figli, che si apprestano a sganciarsi dalla famiglia per nuotare liberamente in un acqua che noi stessi abbiamo inquinato ?

Essere partigiani: sapere bene da che parte stare e tenere la barra diritta. Sempre.

Il mio blog si richiama alla metafora delle tracce intese come spazi, riflessioni e comportamenti destinati a lasciare un segno nella comunità e creare i presupposti per affermare il principio di pluralità ed appartenenza ad una comunità viva, attenta ed informata. Secondo lei chi è ancora in grado oggi, in Italia, di lasciare una traccia di speranza e di fiducia in un tempo migliore ?

Tutti gli onesti di questo paese. E sono tantissimi. Sfilacciati ma tantissimi.

Le mie foto, i miei posti

  • Giornata di formazione con Libera al Liceo Cavalieri. Per saper scegliere.
  • La campagna di disarmo.org per dire STOP ai caccia F35: 183 asili spesi in armi.
  • Gli ultimi preparativi della scena. Anche stasera l'innocenza di Andreotti. Sul palco.
  • Andiamoci a prendere il cambiamento. Senza paure ma con l'orgoglio in questo tempo di grigi di essere differenti. Per costruire un 'sentire' comune come nuovo, urgente bene comune.
  • Un po' di sole, una raggera d'angelo, | e poi la nebbia; e gli alberi, | e noi fatti d'aria al mattino. (Salvatore Quasimodo, Acque e terre)
  • Potrebbe essere perfettamente lo 'stato' del Teatro italiano
  • In camerino del Teatro Asta di Vicenza. Con Libera per salire in scena con i nomi, i cognomi e gli infami e provare ad esercitare la memoria, e non limitarsi a commemorarla.
  • Dormo per gran parte dei giorni del mio anno in stanze in affitto per una notte o due. Se perdessi una briciola a notte sarei come Pollicino a contare le tappe sperando in un buon arrivo. Ed è una favola misteriosa e buona.
  • La scenografia che sogno per il mio nuovo spettacolo.
  • Un tramonto da bilancio di fine anno.
  • Questo Natale scopro una passione innata per le cose sgarruppate. Sono la bellezza da confiscare.
  • Albero
  • L'ultimo punto dell'ultima pagina del mio ultimo libro. Adesso mi dedico a me, alla mia famiglia, (alla mia malattia) e ai tanti che mi sono sempre vicino.
  • I banchi della maggioranza mentre di discute il bilancio.
  • Angoli di camerino negli angoli d'Italia
  • Preoccupazione pre spettacolo
  • Ultime prove a Grugliasco
  • Vivere saltando per hotel

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