Da Diritto di critica
Ha 33 anni, è un attore ed è sotto scorta dal 2008. La mafia – la ‘Ndrangheta – non gradisce gli attacchi che lancia dal palco, le verità che racconta al pubblico di quel Nord dove per molti ancora vale il ritornello: «qui la mafia non esiste». E non gradisce nemmeno quei suoi modi dissacratori di scarnificare la meschinità e la pochezza intellettuale e umana di boss e guappi mafiosi. Giulio Cavalli, autore del volume “Nomi, Cognomi e Infami”, per i tipi Verdenero, racconta a Diritto di Critica quale sia lo “stato” e le collusioni della mafia in Lombardia e nel Nord Italia, quali i lati più disonorevoli della criminalità organizzata e quale immagine di sé riescano ancora oggi a trasmettere i boss a media e popolazione. Non ultimo, il sorriso beffardo di Antonio Iovine, al momento della cattura.
Giulio, perché mettere in scena una realtà cruda come quella della criminalità organizzata?
Quando finalmente sono riuscito ad avere un pubblico a disposizione – essere ascoltati è uno dei privilegi migliori che possano capitare nella vita – ho deciso di mettere in scena non una memoria “commemorata” ma “esercitata” e quindi di raccontare storie contemporanee. Al di là degli spettacoli sulla mafia, ho portato sul palco rappresentazioni sul disastro aereo di Linate del 2001, sul G8, sul turismo sessuale minorile, in modo da raccontare eventi o circostanze che ancora andavano chiarite. Ho preferito questo tipo di teatro alle rappresentazioni più classiche che sono meno presenti sulla pelle e nella coscienza.
C’è un modello teatrale a cui ti ispiri?
Come formazione vengo dalla commedia dell’Arte e dell’Arlecchino che usa la risata come un’arma e come forma di attacco. Agli spettacoli sulla criminalità organizzata sono arrivato dopo aver conosciuto Rosario Crocetta e Giovanni Impastato, con loro ho riflettuto sulla risata come mezzo per raccontare la cronaca, il presente e il fenomeno mafioso. Come precedente, infatti, c’era l’esempio di Peppino Impastato (fondatore di Radio Aut, ndr) che rischiava però di restare un’icona e di non essere ripreso. In quel periodo, era il 2006, le figure di Totò Riina e di Bernardo Provenzano erano al massimo del loro mito negativo e criminale ed era necessario rovesciare la visuale, banalizzarli per attaccarli.
Esiste un lato disonorevole della mafia?
Non uno ma moltissimi. Dal punto di vista culturale e della bellezza sono sconfitti, si tratta di persone subculturate che in una società diversa da quella criminale non otterrebbero rispetto nemmeno durante una riunione di condominio. Più li si guarda da vicino, nelle loro storture e nella medievalità dei riti di iniziazione e dei rapporti interni alle organizzazioni, più ci si rende conto che non possono decidere la vita politica di questo Paese e che per farlo hanno bisogno di sponde importanti.
Eppure il loro mito ancora attrae molti giovani.
Non sono loro che attraggono ma la prospettiva di successo che la malavita sa dare di sé. Il fatto che le mafie riescano a offrire opportunità di carriera e lavoro migliori di quanto offra lo Stato legale: è il grosso limite di chi governa questo Paese. Se poi andiamo a guardare il tipo di soddisfazione e di realizzazione che intendeva uno come Totò Riina, il boss diceva sempre: “mangiare carne, comandare carne e cavalcare carne”. Quello della fascinazione mafiosa è un problema che lo Stato deve risolvere. Il dato angosciante è che una democrazia con sessant’anni di storia alle spalle diventi meno credibile di quattro boss e dei loro guappi all’interno di un territorio.
La mafia viene spesso negata dalle istituzioni, lo stesso prefetto di Milano l’anno scorso ha dichiarato che nel capoluogo la mafia non esiste. Queste esternazioni dipendono dalla consapevolezza di una mancanza di mezzi per combattere la criminalità organizzata o piuttosto per conservarsi puliti sul piano politico?
Il problema è che ormai il linguaggio della politica mira alla fascinazione ed è attento alla proiezione che dà di sé piuttosto che ai contenuti. In questa nuova politica che opera per marketing, dunque, è inevitabile che nessuno vuole avere il colletto della camicia sporco della macchiolina di sugo della mafia. Il nostro è un Paese che negli ultimi anni ha scavalcato i problemi piuttosto che farsene carico e ha sempre premiato i “professionisti del non avere problemi”: il dirigente o il dipendente perfetto in Italia è quello che ha la bravura, la fortuna o l’omertà di non far avere problemi ai propri collaboratori. La mafia, invece, è un problema puzzolente e viscido che per essere affrontato ha bisogno di qualcuno che, indossando gli stivaloni da agricoltore e imbracciando la vanga, ci entri dentro.
Al Nord, in particolare, si tratta della stessa negazione del 1983 di Paolo Pillitteri, dei 150 sequestri passati inosservati tra il 1974 e il 1983 in Lombardia. È lo stesso negazionismo che finge di non sapere che i funerali di Giorgio Ambrosoli furono tra i più deserti degli ultimi quarant’anni. La ciclicità della criminalità che ogni volta riesce a reinventarsi è prevedibile ma la ciclicità dell’idiozia dei buoni è un qualcosa che lascia desolati: sembra la memoria del pesciolino rosso che raggiunge appena i trenta secondi. La cosa a cui pochi fanno caso sono i cognomi delle famiglie mafiose presenti al Nord, sempre le stesse da molti anni: i Piromalli, i Barbaro, i Papalia.
A livello politico, anche Maroni nega qualsiasi coinvolgimento di esponenti della Lega in indagini riguardanti fatti di mafia al Nord. Si può davvero dire che la criminalità organizzata non abbia mai interagito con esponenti della Lega?
Che non abbia mai interagito è falsissimo. Al Nord il negazionismo permette di avere una trasversalità di corruttibilità. C’è poi da dire che mafia e Stato fanno lo stesso “lavoro” e se riescono a convivere nello stesso territorio è perché la criminalità riesce a fare ottimi affari con i funzionari pubblici e con la politica. La mafia viene al Nord per nascondere soldi dove ci sono moltissimi altri capitali così si notano meno ma anche perché sa bene che qui c’è una coscienza che definirei mesozoica del fenomeno mafioso e permette di prendere alla sprovvista i funzionari pubblici. La Lega è uno dei partiti che comandano questa regione e sicuramente interloquisce, se sia collusa lo dirà la Storia. La Lega tra l’altro ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cosentino e Maroni dovrà arrestare altri mille Iovine prima di poter lavare la macchia di Cosentino.
Cosa pensi della tempistica con cui è stato arrestato Antonio Iovine?
L’operazione ha avuto tempi molto televisivi.
Prima hai citato la risata come arma, che ne pensi del sorriso di Iovine davanti a fotografi e telecamere al momento dell’arresto?
Il problema è sempre quello: si continuano a dipingere come eroici personaggi che di eroico non hanno niente. Quello di Iovine, in fondo, è lo stesso sorriso di Riina che interrogato rispondeva di non aver mai sentito parlare di Cosa Nostra. Nel momento in cui i mafiosi vengono arrestati, devono lasciare in vita un cordone ombelicale che sia credibile davanti agli occhi di tutti i loro guappi. La loro uscita di scena, quindi, ha sempre questi miti e queste modalità. Basti pensare a Bernardo Provenzano: è stata fatta passare l’immagine del boss che stringeva la mano all’uomo della catturandi dicendo “Complimenti” ma, a fronte di questo borotalco smerciato la sera nei tiggì, nessuno ha raccontato che Provenzano aveva con sé i biscotti senza zucchero, la pasta senza glutine perché era un vecchietto prostatico che ascoltava le musiche del Padrino.
Che percezione hai del tuo pubblico e della percezione del fenomeno mafioso al Nord?
Il federalismo più pericoloso del Nord non è quello politico ma quello della responsabilità. Oggi al Nord c’è un profondo fossato – e per ora non vedo ponti in grado di unire le due sponde – che divide quanti sono convinti di avere una responsabilità civile limitata al proprio pianerottolo e altri – ma sono tanti – che combattono e si impegnano. Mi capita spesso di andare nelle scuole lombarde e in queste occasioni penso ad una differenza generazionale fondamentale: io la mafia ho dovuto studiarla anche per una forma di legittima difesa, gli studenti di oggi, invece, imparano a conoscerla fin da bambini e hanno l’occasione di sentir parlare di criminalità e antimafia. Le generazioni precedenti, invece, non hanno mai parlato dei sequestri di persona, dell’esistenza della cocaina e dell’eroina. Oggi, a differenza dei decenni passati, c’è un esercito giovane e consapevole che spero un giorno possa spazzare via “gli altri”. A quel punto si potrà dire chiaramente quanto si continua a negare al Nord: non sapere è collusione.
I fiancheggiatori più importanti per una buona latitanza non sono quelli con i panini dentro la borsa. Questo si sa da tempo. Sono quelli che hanno in mano le redini e aumentano o rilassano la pressione su una cattura. Mi lascia perplesso che già un anno fa (mentre ero a Casal di Principe) si dicesse che Iovine fosse lì e Zagarìa a Casapesenna. Se la “vox populi” anticipa i fatti forse il momento è un po’ nebuloso.
Sull’ordine del giorno riguardante le infiltrazioni mafiose e la possibilità di una nuova legge quadro:
Servizio del TG3 sulla seduta straordinaria del Consiglio Regionale Lombardo contro le infiltrazioni mafiosi. Intervista a Giulio Cavalli.
http://www.youtube.com/watch?v=3EHMdqG-doA

Giulio Cavalli ha 33 anni, ma è da almeno dieci anni che fa sentire forte il suo impegno a teatro, attraverso la scrittura, in politica. Un impegno che l’ha portato a denunciare, incessantemente, il marcio che sta consumando l’Italia. Perché la mafia non è solo a Sud. Oggetto di intimidazioni mafiose, dopo la messa in scena nel 2008 di “Do ut des”, in cui racconta dell’ascesa di un aspirante picciotto a sindaco di Mafiopoli, è stato eletto consigliere regionale nelle fila dell’IdV per la Lombardia. Fonda il primo gruppo interistituzionale che si occupa di indagare sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per l’Expo 2015. Chi lo segue su FB assiste ad una messe spaventosa di continue denunce attraverso ogni mezzo, in una profusione di energie che ha dell’incredibile. E senti che ci crede. Nonostante le minacce, o forse proprio per quelle, Giulio non si ferma, è instancabile, indomito. Ed allora ci devi credere anche tu. Glielo devi.
D: Spetta ad un artista denunciare le connivenze mafiose? E’ giusto che tu o Saviano siate oggetto d’intimidazioni?
R: Credo che spetti a tutti. Che sia un errore grossolano delegare questa battaglia solo alle forze dell’ordine e alla magistratura e che potrebbe essere finalmente giunta l’ora della consapevolezza che per vincere bisogna che ognuno faccia la sua parte. Secondo la propria professione, come dice l’articolo 4 della nostra costituzione. E non abituarsi a trovare ingiuste le minacce a chiunque.
D: La mafia settentrionale è diversa da quella che ci viene mostrata nelle fiction?
R: E’ la stessa. Che al Nord arriva per fare affari. Che ha bisogno di nascondere soldi e ci riesce solo dove circolano molti soldi. al nord, appunto
D:Sei consigliere regionale in Lombardia. Chi hai al tuo fianco e chi ti ostacola nella denuncia delle infiltrazioni mafiose?
R: Nel Consiglio Regionale Lombardo il problema della criminalità organizzata è praticamente assente nell’agenda politica del centro destra e svilito a bassa propaganda in molti uomini del centro sinistra.
D:Al Nord c’è lo strapotere della Lega. Come si spiega il proliferare di attività mafiose con i loro proclami?
R: La Lega ha costruito la propria politica parlando di un’ipotetica superiorità del Nord nei confronti del Sud. Oggi ammettere che gli imprenditori e i politici lombardi sono corruttibili come (e forse più) dei colleghi meridionali sarebbe come ammettere il proprio fallimento politico. Che nei fatti si è già avverato da tempo.
D: Si può fare politica e rimanere puliti?
R: Questo è un giochetto infame che viene ventilato spesso. Spesso più dai vip dell’antimafia che dagli altri. Mafia è politica: senza la politica la mafia non esiste, quindi la buona politica è uno degli strumenti per l’antimafia. Se la politica “sporca” era sporco Peppino Impastato? Era sporco Pio La Torre? Era sporco il sindaco Vassallo? Non credo.
D: Per sconfiggere la mafia quali provvedimenti dovrebbe attuare il Governo?
R: Il Governo dovrebbe almeno cominciare a NON fare provvedimenti che sicuramente negli ultimi anni hanno favorito le mafie: lo scudo fiscale, la continua delegittimazione della magistratura, l’impoverimento cronico di uomini e mezzi nelle forze dell’ordine.
D:Quali sono le priorità del Paese?
R: Lavoro, rispetto della Costituzione, Legalità e Responsabilità. Se dovessimo dirla in poche righe un recupero di cittadinanza consapevole.
D: Noti anche tu un risveglio delle coscienze?
R: Io sono molto ottimista. Girando l’Italia vedo giovani e non che hanno un’energia incredibile e lavorano con ostinazione a questa rivoluzione morbida.
D:Che cosa ti spinge a non desistere?
R: I miei figli.
D:Ti senti (ti fanno sentire) solo?
R: Spesso. Più gli amici falsi cortesi che i miei nemici dichiarati.
http://lara-cardella.blogspot.com/2010/09/lotta-alla-mafia-intervista-giulio.html
CARTA D’IDENTITA’
Nome: Giulio
Cognome: Cavalli
Professione: attore, scrittore, regista
Partito: Italia dei Valori
Ruolo istituzionale: consigliere regionale Lombardia (dallo scorso aprile 2010)
Il fatto: nel dicembre 2009 è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che gli ha portato la propria solidarietà per la vita sottoscorta a causa delle minacce ricevute da cosche mafiose.
Per approfondire: www.giuliocavalli.net
Gli spunti di riflessione sono figli di un agosto in cui a chiudere per ferie sono stati solo i luoghi istituzionali mentre la politica nazionale si è imbattuta nella particolare realtà di una crisi di Governo scaturita in seguito alla lite (divergenze etiche, politiche, personali) tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. La diatriba interna al Popolo delle Libertà spalanca i portoni a uno scenario a questo punto più che realistico: ennesime elezioni anticipate con sviluppi allo stato attuale imprevedibili. Che faranno i finiani? E l’UdC di Casini? La convergenza tra Partito Democratico e Italia dei Valori è destinata a sopravvivere?
Tuttavia, parlarne con Giulio Cavalli (“seguo soltanto ciò che ho nel cuore e nella pancia, la volontà inestinguibile di essere presente, partecipe a me stesso e alla società di cui sono parte“), consigliere regionale (Lombardia) in quota all’IdV, significa poi non trascurare neppure una serie di avvenimenti – l’inchiesta legata alla cosiddetta organizzazione P3, il coinvolgimento nello stesso ambito di Roberto Formigoni, l’analisi di una realtà eterogenea e complessa quale è quella della Lombardia, il lento marciare verso Expo 2015, la connivenza tra Mafia e politica (del presidente dell’antimafia Beppe Pisanu giungono fresche le dichiarazioni odierne: “L’insieme delle mafie oggi movimenta 120-140 miliardi di euro l’anno, è chiaro che la movimentazione di questo denaro comporta complicità in una vasta zona grigia che riguarda il mondo dell’economia, della politica, della finanza”) – di cui il consigliere ha evidente facoltà per rendicontare e che sono tanto attuali quanto la querelle tra berlusconiani e finiani.
Il PdL è frantumato, la tenuta del Governo evidentemente fragile,l’Esecutivo sembra avere i giorni contati: quale scenario prevede o auspica?
“Una soluzione tecnica che duri giusto il tempo di scrivere le riforme per garantire una campagna elettorale pari e ripristinare il diritto-dovere della preferenza per i cittadini. Non un giorno di più. Poi andare al voto creando una coalizione reale che non abbia ombre sui punti fondamentali del proprio programma“.
Grillo – Pd – UdC – Fli: con quale di questi partiti a IdV sarebbe precluso un dialogo, con chi accetterebbe di sottoscrivere un programma?
“L’Udc gioca da tempo a cedersi al miglior offerente. Mi interessano i partiti che costruiscono, non mi interessa il mercimonio delle poltrone. Con Fli non condivido le radici politiche ed ideali, credo che non sarei intellettualmente onesto nel fingere visioni comuni in un rapporto che è distante già nelle premesse. Il Pd ha una parte attiva, democratica e indisponibile agli inciuci con cui già lavoriamo regolarmente, mi auguro che possa quanto prima avere una dirigenza che assomigli di più alla sua base. I temi del movimento 5 stelle sono gli stessi temi su cui stiamo lavorando in Regione e nelle amministrazioni in cui siamo presenti. Questo parla da sé“.
Leadreship Pd: come valuta l’operato di Bersani?
“Altalenante: un po’ troppo forte con i deboli e un po’ deboluccio con i forti“.
IdV: qual è il valore aggiunto che garantirebbe il suo partito a una eventuale coalizione e quale, invece, il limite strutturale (se esiste) che va ancora superato?
“Il valore aggiunto sta nell’inamovibilità su alcuni principi e su un programma chiaro nei suoi 11 punti chiave. È un partito giovane che deve imparare a gestire un’adolescenza in rapida crescita che richiede una decisa apertura all’eterogeneità e una rapida strutturazione sul territorio“.
Di Pietro si è paragonato a un centravanti di sfondamento per sottolineare che la sua figura non potrebbe essere spesa per guidare una coalizione. Chi potrebbe rivestire quel ruolo?
“Allo stato attuale sarebbe superficiale e inutile giocare sui nomi e sulle facce. Decidiamo insieme quali sono le priorità, come attuarle e all’interno di quale perimetro politico. Non sarà difficile poi leggere la giusta persona di sintesi“.
Mafia – politica: le fa più paura il pensiero di quanto è venuto a galla, di quello che non è ancora emerso o di ciò che non si saprà mai?
“Mafia-politica un rapporto adultero che si consuma fin dalla nascita di questa repubblica. La storia dimostra come la volontà chiara di creare degli anticorpi ha portato i propri frutti, penso a Pio La Torre e a uomini come Giovanni Falcone e molti altri, per questo non mi stancherò di essere ottimista, realista ma ottimista“.
Che idea si è fatto rispetto al coinvolgimentio di Formigoni nell’ambito dell’inchiesta sulla P3?
“La vicenda non fa nient’altro che confermare come in Lombardia la vera gestione del potere non sta dentro i luoghi democratici ma nelle stanza o nei telefoni di un potentato sommerso. Sento Formigoni difendersi parlando di nessun procedimento giudiziario. C’è un valore nella politica che sembra essere dimenticato: l’opportunità“.
Primi bilanci da consigliere (Cavalli è anche Coordinatore di Milano città per IdV): cinque temi per i quali in Lombardia si fa ancora troppo poco e – per gli stessi – altrettante proposte.
“Il primo è quello della criminalità organizzata: ci vorrebbe un’urgente presa di coscienza e messa in opera di organismi e regole politiche adatte
Il secondo porta a una rivisitazione rispetto alle politiche ambientali: occorre una gestione del suolo che parta dalla considerazione che è un bene finito e non di proprietà di governanti o amministratori
Terzo, poi, l’Expo: la vera sfida è riuscire a costruire un Expo che sia più utile a fine manifestazione e che non crei cattedrali nel deserto. Oggi expo è infangato in un’incapacità organizzativa e gestionale che ha strapagato manager per non riuscire nemmeno a deciderne la collocazione. In quart’ordine, il legame tra pubblico e privato: che la dignità della scuola e della sanità pubblica sia stata svenduta per far sorridere qualche privato dovrebbe essere un’emergenza sociale. Qui invece è la chiave di volta del consenso per vincere. Infine, guardo al bilancio: sarebbe imperdonabile scialacquare risorse per alimentare la bandiera del federalismo in un momento storico in cui la Regione è chiamata alla responsabilità di garantire un sostegno dignitoso ad ogni suo cittadino“.
Ha parlato di Expo, riesce a fare il punto della situazione?
“Oggi expo esiste solo nei caffè tra 4, 5 amministratori e qualche padrone del mattone. Forse molti cittadini non sanno che l’argomento expo non è mai stato trattato fin’ora all’interno del consiglio se non per una comica mozione dell’Udc che proponeva di affidare in toto il pacchetto delle grandi opere a Infrastrutture Lombarde“.
Lei è autore e attore di teatro: come riesce a conciliare, non solo in termini di tempo, il suo mestiere con l’attività di politico? Sembrano due contesti tra loro assai differenti: il pragmatismo della politica a fronte della creatività dell’artista.
“Soprattutto in un modo: cercando di essere serio“.
Le è toccato subire più di una minaccia dalla criminalità organizzata, si sente tutelato dalle Istituzioni? Più dura, certe sere, addormentarsi o più faticoso, alcune mattine, dar retta alla sveglia?
“Credo che lo Stato stia garantendo di poter esercitare le mie professioni nel modo più sereno possibile. Credo comunque che la tutela venga molto più dalla gente che da qualche uomo di scorta“.
Alcune affinità legate alla vita privata e pubblica portano a chiederlo: ha mai conosciuto Roberto Saviano?
“Sì, conosco Roberto e capita di scambiarsi qualche opinione“.
Auden Bavaro
http://www.youtube.com/watch?v=umCPwSFcYiM
Paderno Dugnano 22/07/2010
Giulio Cavalli intervistato al raduno dei Giovani di Libera 2010.
Cascina Arzilla. Volvera (TO)