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	<title>Giulio Cavalli &#187; mafiosi</title>
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	<description>Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia</description>
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		<title>MM2 intervista Giulio Cavalli</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 10:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Staff Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo di Emanuela Meucci N°4 27 Gennaio 2010 «La mia Milano è quella di Giorgio Ambrosoli, assassinato per aver liquidato la Banca Privata Italiana di Michele Sindona, di Emilio Alessandrini e Guido Galli, giudici uccisi dai terroristi di Prima Linea». A parlare è Giulio Cavalli, 32 anni, attore, regista e direttore del teatro Nebiolo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.giuliocavalli.net/politica/wp-content/uploads/2010/02/penna1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-376" style="margin: 5px;" title="penna" src="http://www.giuliocavalli.net/politica/wp-content/uploads/2010/02/penna1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><em>Articolo di</em> <em>Emanuela Meucci</em> <em>N°4 27 Gennaio 2010</em></p>
<p style="text-align: justify;">«La mia Milano è quella di Giorgio Ambrosoli, assassinato per aver liquidato la Banca Privata Italiana di Michele Sindona, di Emilio Alessandrini e Guido Galli, giudici uccisi dai terroristi di Prima Linea». A parlare è Giulio Cavalli, 32 anni, attore, regista e direttore del teatro Nebiolo di Tavazzano, a pochi chilometri da Melegnano. Il suo è un teatro civile che vuole tenere viva la memoria.<br />
Dopo aver scritto uno spettacolo sulle 118 vittime della strage di Linate dell’8 ottobre 2001, quando due aerei si scontrarono sulla pista d’atterraggio provocando il più alto numero di morti in un incidente aereo in Italia, nel 2008 ha portato in scena Do ut des, pièce tragicomica sui riti mafiosi. L’ironia di Cavalli ha colpito nel segno, tanto che da dieci mesi vive sotto scorta dopo le minacce della criminalità organizzata. Il «Saviano del Nord» ha risposto con A cento passi dal Duomo, un monologo in cui racconta le infiltrazioni dell’ndrangheta in Lombardia scritto insieme a Gianni Barbacetto de Il Fatto quotidiano. E l’Italia dei Valori lo ha candidato alle prossime Regionali.<br />
«La mia storia inizia in viale Piceno. Dove oggi c’è una sede della Provincia, negli anni ‘70 c’era un orfanotrofio: lì ho vissuto fino a due anni. Per questo con Milano ho un rapporto di amore-odio. Da quando sono sotto protezione i miei movimenti sono molto limitati e per me è difficile girare liberamente, ma se cammino per strada e mi guardo intorno mi chiedo sempre dove sono nato. Ogni casa potrebbe essere la mia». Cresciuto a Tavazzano, Giulio ha studiato recitazione al Centro di ricerca per il teatro. «E per me, come per tutti quelli che fanno il mio mestiere, la città è soprattutto un palcoscenico e un camerino».<br />
La sua attenzione è rivolta soprattutto al mondo del teatro. «Sembrano esistere solo la Scala e il Piccolo. Il giorno della “prima” si accendono i riflettori e si stende il tappeto rosso. Ma vorrei che, di tanto in tanto, qualcuno si ricordasse delle decine di spettacoli in cartellone ogni giorno. E del lavoro di scenografi e costumisti che c’è dietro ad ogni spettacolo. I grandi numeri sono<br />
solo un placebo, nel settore della cultura è importante impegnarsi con costanza». Fra i piccoli palcoscenici poco conosciuti, Cavalli ne sceglie tre. Il Pim Spazio Scenico, in via Tertulliano, il Teatro della Cooperativa, in via Hermada, e l’Atir &#8211; Teatro Ringhiera, in via Boifava. «Qui c’è ancora gente che lavora, si impegna e fa “artigianato culturale”, interpretando il vero spirito lombardo». Il problema, prosegue, è che «Milano, dopo aver inventato la pubblicità, ne è rimasta schiava e si è plastificata. Quello che serve è più sostanza. La città non è un prodotto, ma un insieme di persone».<br />
Ma si sente milanese o no? «Quando sento la città coltivare la sua memoria e stringersi intorno alle vittime, come cerco di fare con i miei testi, allora sento anch’io di farne parte».<br />
Come è successo quando è andato in scena Linate 8 ottobre 2001: la strage. «In quell’occasione», racconta, «ho sentito l’abbraccio di tutti i cittadini che si sono fatti carico della tragedia. In un certo senso, i funerali di Stato in Duomo rappresentano una risposta a quelli di Giorgio Ambrosoli, celebrati il 14 luglio 1979, dove non si presentò nessun rappresentante delle Istituzioni». Ed è proprio dall’omicidio di Ambrosoli che parte A cento passi dal Duomo, per attraversare tutta la metropoli e il suo hinterland. Da Buccinasco (rinominata la «Platì del Nord») all’Ortomercato controllato dalle cosche, fino agli aperitivi del centro, frequentati dai figli dei vecchi boss. «La città ha bisogno di reagire. È un simbolo di operosità, piena di persone che si dedicano al lavoro. Quando racconto queste storie non lo faccio per rovinarle l’immagine». Ma per metterla in guardia dalla criminalità organizzata in giacca e cravatta che potrebbe infiltrarsi negli appalti dell’Expo. «Che non è per forza un male, ma non va neanche santificato. È un’occasione, a patto che non si trasformi in un evento isolato. Mi sembra però che manchino progetti concreti».<br />
Piazze, strade e ristoranti. Per Giulio, per via dell’adozione, non è sempre facile parlare di Milano. Ma vuole ricordare il Bosco di faggi nel parco di via Forlanini, lungo il vialone che porta a Linate. Centodiciotto giovani alberi piantati per ricordare i morti dell’8 ottobre, con al centro la scultura «Dolore infinito» dell’artista svedese Christer Bording, ispirata ai monoliti usati nella tradizione scandinava per commemorare i defunti.<br />
«Un luogo conosciuto da pochi. Sarebbe bello se questo parco della memoria si trovasse in centro, e non seminascosto in periferia».</p>
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		<title>No alla vendita dei beni confiscati. Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 15:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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		<category><![CDATA[vittime di mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[FIRMA L&#8217;APPELLO Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l&#8217;uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all&#8217;unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h1 style="text-align: center;"><a title="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780" href="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780" target="_blank">FIRMA L&#8217;APPELLO</a></h1>
<p><a href="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-730" style="margin: 5px;" title="niente_regali" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/11/niente_regali-300x136.jpg" alt="niente_regali" width="300" height="136" /></a>Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l&#8217;uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all&#8217;unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l&#8217;impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.</p>
<p>Oggi quell &#8216;impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E&#8217; facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all&#8217;intervento dello Stato.</p>
<p>La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell&#8217;ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.</p>
<p>Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l&#8217;emendamento sulla vendita dei beni confiscati.<br />
Si rafforzi, piuttosto, l&#8217;azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S&#8217;introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un&#8217;Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti &#8220;cosa nostra&#8221;</p>
<p><em><strong>don Luigi Ciotti</strong></em><br />
<em><strong>presidente di Libera e Gruppo Abele</strong></em></div>
<div>
<hr /></div>
<div>
<p>Tra i primi firmatari:  <strong>Andrea Campinoti</strong>, presidente di Avviso Pubblico &#8211; <strong>Paolo Beni</strong>, presidente Arci &#8211; <strong>Vittorio Cogliati Dezza</strong>, presidente Legambiente &#8211; <strong>Andrea Olivero</strong>, presidente ACLI &#8211; <strong>Guglielmo Epifani</strong>, segretario CGIL -  <strong>Luigi Angeletti</strong>, segretario UIL &#8211; <strong>Francesco Miano</strong>, presidente Azione Cattolica &#8211; <strong>Filippo Fossati</strong>, presidente UISP &#8211; <strong>Marco Galdiolo</strong> &#8211; presidente US Acli, <strong>Paola Stroppiana</strong> e <strong>Alberto Fantuzzo</strong>, presidenti del comitato nazionale Agesci &#8211; <strong>Flavio Lotti</strong>, coordinatore nazionale della Tavola della Pace &#8211; <strong>Loretta Mussi</strong>, presidente di &#8220;Un ponte Per&#8221; -  <strong>Michele Curto, </strong>presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) - <strong>Michele Mangano, </strong>presidente Auser -  <strong>Doriano Guerrieri</strong>, presidente nazionale CNGEI &#8211; <strong>Gianpiero Calzolari</strong>, Presidente di &#8220;Cooperare con Libera Terra&#8221; &#8211; <strong>Oliviero Alotto</strong>, presidente di Terra del Fuoco - <strong>Giuseppe Gallo</strong>, segretario generale FIBA Cisl - <strong>Don Nandino Capovilla</strong>, coordinatore Pax Christi &#8211; <strong>Giuliana Ortolan</strong>, Donne in Nero di Padova &#8211; <strong>Giulio Marcon</strong>, portavoce campagna Sbilanciamoci &#8211; <strong>Aurelio Mancuso</strong>, presidente Arcigay &#8211; <strong>Lucio Babolin</strong>, presidente CNCA &#8211; <strong>Fabio Salviato</strong>, presidente di Banca Etica &#8211; <strong>Mario Crosta</strong>, Direttore Generale di Banca Etica, <strong>Giuseppe Gallo</strong>, segretario generale FIBA Cisl - <strong> </strong><strong>Tito Russo</strong>, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), <strong>Claudio Riccio</strong>, referente Link-coordinamento universitario, <strong>Sara Martini</strong> e <strong>Emanuele Bordello</strong> &#8211; presidenti FUCI, <strong>Giorgio Paterna,</strong> coordinatore Unione degli Universitari &#8211; <strong>Umberto Ronga</strong>, Movimento Eccesiale di Impegno Culturale.</p>
<p>E inoltre: <strong>Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell&#8217;Olio, Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, Francesco Ferrante, Rita Ghedini, Petra Reski, Esmeralda Calabria, Vittorio Agnoletto, Vittorio Arrigoni, Giuseppe Carrisi, Jasmine Trinca, Yo Yo Mundi, Sergio Rubini, Modena City Ramblers, Gianmaria Testa, Libero De Rienzo, Livio Pepino, Elio Germano, Subsonica, Vauro, Claudio Gioè, Roberto Saviano, Daniele Biacchessi, Giulio Cavalli, Elisabetta Baldi Caponetto, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Giancarlo Caselli, Ascanio Celestini, Alberto Spampinato, Salvatore Borsellino, Federica Sciarelli, Haidi Giuliani, Fausto Raciti, Francesco Menditto, Antonello Ardituro, Benedetta Tobagi, Il Coro dei Minatori di Santa Fiora, Simone Cristicchi, Roberto Natale, Agnese Moro, Tana De Zuleta, Lella Costa, Armando Spataro, Maurizio Ascione, Nicola Tranfaglia, Franco Cassano, Marco Delgaudio, Carlo Lucarelli  &#8230;</strong></div>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>COMUNICATO STAMPA AVVISO PUBBLICO</p>
<p>Nel pomeriggio di oggi, nell’ambito del maxi emendamento presentato dal governo alla Legge Finanziaria, l’Aula del Senato ha approvato a maggioranza il provvedimento che introduce la possibilità di vendere i beni confiscati alla criminalità mafiosa (Emendamento 2.3000, relatore Maurizio Saia, PDL).</p>
<p>Il nuovo provvedimento stabilisce che se trascorsi i 90 giorni che devono intercorrere tra la data della confisca e quella dell’assegnazione – previsti dalla legge 575/65 – i beni non sono stati assegnati, essi possono essere venduti.</p>
<p>La competenza viene affidata al dirigente del competente ufficio del territorio dell&#8217;Agenzia del demanio che dovrà espletare il procedimento di vendita entro sei mesi. In questo modo la competenza in materia di beni confiscati passa dal Ministero dell’Interno al Ministero dell’Economia, per evidenti ragioni di natura economico-finanziaria: le risorse incamerate dalla vendita andranno a finanziare i bilanci del Ministero degli Interni e del Ministero della Giustizia.</p>
<p>Il dirigente del competente ufficio dell&#8217;Agenzia del demanio – secondo quanto previsto dall’emendamento approvato – richiede al prefetto della provincia interessata ogni informazione utile affinché i beni non siano acquistati, anche per interposta persona, dai soggetti cui furono confiscati ovvero da soggetti altrimenti riconducibili alla criminalità organizzata.</p>
<p>L’Aula del Senato ha approvato a maggioranza due emendamenti proposti dall’opposizione (Emendamento n. 2.3000/35 e n. 2.3000/36), in base ai quali si prevede che il dirigente del competente ufficio dell’Agenzia del demanio deve obbligatoriamente tenere conto del parere del Commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose e del Comitato provinciale per l&#8217;ordine e la sicurezza pubblica.</p>
<p>Secondo il Presidente di Avviso Pubblico, dottor Andrea Campinoti e il Coordinatore del gruppo di lavoro dell’Associazione sul tema dei beni confiscati, Cosmo Damiano Stufano, il provvedimento approvato oggi al Senato indebolisce la lotta alle mafie in quanto genera uno stravolgimento inaccettabile di quanto previsto dalla legge 646 del 1982 – Legge Rognoni – La Torre, pagata con la vita da Pio La Torre – e del principio di utilizzo sociale dei beni sottratti alla criminalità organizzata previsto dalla legge 109/96.</p>
<p>La legge 109/96 è stata la prima legge di iniziativa popolare contro le mafie, <strong><span style="text-decoration: underline;">votata dal Parlamento all’unanimità</span></strong>, sostenuta dalla raccolta di un milione di firme di cittadini a suo tempo curata dall’Associazione Libera.</p>
<p>Confiscare i beni ai mafiosi e utilizzarli per finalità di carattere sociale è fondamentale se si vuol portare avanti una seria e concreta lotta alle mafie da parte di uno Stato credibile e autorevole. Fondamentale perché si sottrae quella ricchezza illecita e quel consenso sociale che sono due pilastri portanti della forza e della prepotenza mafiosa.</p>
<p>L’uso sociale dei beni confiscati è uno strumento formidabile di grande valore e impatto simbolico, utile sia per costruire un tessuto sociale e istituzionale capace di riconoscere realmente i diritti dei cittadini, liberandoli dall’oppressione mafiosa, sia per porre le basi di uno sviluppo economico legale concreto, come testimonia il lavoro delle Cooperative sociali del circuito Libera – Terra.</p>
<p>La vendita dei beni confiscati alle cosche, così come prevista dal provvedimento approvato oggi al Senato, non garantisce pienamente che ad impossessarsene non saranno più i mafiosi. È notorio, infatti, come da tempo queste organizzazioni criminali, dotate di ingenti risorse finanziarie, si avvalgano di prestanome incensurati per infiltrarsi nel tessuto economico-produttivo-finanziario legale: questo non solo nel Mezzogiorno ma a livello nazionale.</p>
<p>Avviso Pubblico ritiene che un concreto sostegno economico-finanziario alla magistratura e alle Forze dell’ordine può derivare da un serio contrasto alla corruzione, alle mafie e all’evasione e all’elusione fiscale, non dalla vendita dei beni confiscati alla criminalità organizzata.</p>
<p>In tema di beni confiscati è necessaria la costituzione di un’apposita Agenzia nazionale che si occupi in modo specifico della materia, riducendo sensibilmente i tempi che intercorrono tra la fase di sequestro, confisca, assegnazione e destinazione dei beni, favorendone il loro uso sociale, così come dichiarato anche nel Manifesto finale di Contromafie 2009.</p>
<p>Avviso Pubblico si dichiara contraria alla scelta legislativa approvata oggi dal Senato e chiede che alla Camera dei deputati il provvedimento sia ritirato. Affinché questo si realizzi l’Associazione si mobiliterà pubblicamente nelle forme e nelle sedi che riterrà più opportune.</p>
<div>
<p style="width: 48%; float: left; text-align: center;">Andrea Campinoti<br />
Presidente di Avviso Pubblico</p>
<p style="width: 48%; float: right; text-align: center;">Cosmo Damiano Stufano<br />
Coordinatore Gruppo di lavoro su<br />
beni confiscati di Avviso Pubblico</p>
</div>
<p style="clear: both;">
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		<title>Quando nel profondo nord si chiese il pizzo alla fortuna</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 11:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giuliocavalli.net/wp-content/uploads/2009/09/superenalotto_numeri.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-664" style="margin: 5px;" title="superenalotto_numeri" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/09/superenalotto_numeri-150x150.gif" alt="superenalotto_numeri" width="150" height="150" /></a>Basta che il tabloid tedesco Bild scriva un pezzo leggero come uno starnuto su presunte minacce mafiose a Vanni Simonetti ( proprietario del bar &#8220;Biffi&#8221; di Bagnone, presunto vincitore del milionario jackpot del Superenalotto) per aprire un velo di gustoso costume sull&#8217;irrefrenabile mafiosità che inficia cose, casi ed eventi: la Dea bendata sulla sedia a dondolo che riceve la visita dei picciotti per la messa a posto è il racket più kitsch e botticelliano della drammaturgia mafiosa.</p>
<p>Eppure la barzelletta si allaccia alla memoria di un&#8217;indagine nemmeno troppo lontana che mette radici nel borotalco e dopobarba della profonda Lodi in Lombardia, storicamente abituata a &#8220;popolari&#8221; e improvvisi arricchimenti che scricchiolano nel finale. E&#8217; il 1998 quando il gelese <strong>Salvatore Spampinato</strong> (lodigiano per adozione e residenza) si ritrova in tasca il biglietto fortunato da 7 miliardi di lire, catapultato nel profilo dell&#8217;improvviso miliardario di provincia. Sarebbe fin qui una favola di cabala di provincia se non fosse che la notizia corre come un brivido tra i pori della sonnolenza lodigiana fino ai compari gelesi nemmeno troppo lontani tanto da convincere gli stiddari <strong>Carmelo Fiorisi</strong>, <strong>Franco Morteo</strong> ed <strong>Enrico Manganuco</strong> che, come ha rivelato il pentito <strong>Rosario Trubia</strong>, &#8220;<em>a quello lì volevano fargli cacciare un miliardo</em>&#8220;. Così succede che la favola si scolora e sotto mentre stinge si intravede la faccia pelosa della Gela tentacolare (tra Stidda e Cosa Nostra) che si sdraia tra San Donato, San Giuliano Milanese, passando per Lodi e sbrodolando nel cremasco.</p>
<p>Ma come tutte le storie che funzionano c&#8217;è il colpo di scena: il fortunatissimo emigrante lavoratore Spampinato è amico Francesco Verderame ed Emanuele Caci, gelesi di Cosa Nostra trapiantati nel milanese, ed è facile chiedere una &#8220;mediazione&#8221; per risolvere il terrore provocato dagli stiddari. Ad indossare i panni dell&#8217;ambasciatore è proprio il <strong>Trubia</strong> che a questo punto sfodera il colpo di genio: la felice idea di farsi firmare da <strong>Spampinato</strong> una documento nel quale dichiara di avere vinto solamente un miliardo e 200 milioni. Munito di cotanta certificazione <strong>Trubia</strong> si fa ricevere dai boss stiddari <strong>Fiorisi</strong>, <strong>Morteo</strong> e <strong>Manganuco</strong>. “<em>La vincita ammonta ad un miliardo e 200 milioni, non potete chiedergli un miliardo, chiudiamo a trecento milioni</em>”. Gli stiddari accettano anche perché il fortunello <strong>Spampinato</strong> appare già baciato dalla benevolenza di Cosa Nostra prima della fortuna. Ma <strong>Trubia</strong> gioca su due tavoli, torna dallo <strong>Spampinato</strong> e gli dice che la faccenda è chiusa se lui versa 400 Milioni. È così che un pericoloso killer, capofamiglia di cosa nostra, mette in atto una delle più banali, prevedibili e poco eroiche truffe domestiche: la cresta.</p>
<p>100 milioni taglieggiati al taglieggiamento alla fortuna: un capolavoro d&#8217;alta finanza fantasiosa e sottotraccia come sarà nelle corde della lodigianissima città.</p>
<p>100 miloni riciclati in fretta nel profondo nord dalle mani dell&#8217;allora capomafia <strong>Alessandro Emmanuello</strong> che non avrà faticato ad impastare droga da sversare nel sud Milano.</p>
<p>Un biglietto della fortuna appena vinto è che già ha lasciato un pennellata di costume.</p>
<p>Costume scostumato di storie, bava, buona fortuna e sorrisi finiti sotto al tappeto con una differenza sostanziale: la fortuna è arrivata per caso e il caso se la porta via, Stidda e Cosa Nostra gelese no.</p>
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		<title>Salvo Vitale e la sincerità per niente smemorata</title>
		<link>http://www.giuliocavalli.net/2009/09/04/salvo-vitale-e-la-sincerita-per-niente-smemorata/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2009 12:16:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tipologie dell&#8217;antimafia di Salvo Vitale &#8211; 3 settembre 2009 Ci sono vari tipi di antimafia: mi soffermo su alcuni: 1) L&#8217;antimafia di facciata, è la più diffusa: manifestazioni formali, commemorazioni in occasione di ricorrenze (nascite, morti, partecipazione ad eventi, intestazioni di strade, convegni ecc.). E&#8217; l&#8217;antimafia tutto fumo e niente arrosto, nel senso che basta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tipologie dell&#8217;antimafia</strong></p>
<p><strong>di Salvo Vitale &#8211; 3 settembre 2009</strong><br />
Ci sono vari tipi di antimafia: mi soffermo su alcuni:</p>
<p><strong>1)</strong> L&#8217;antimafia di facciata, è la più diffusa: manifestazioni formali, commemorazioni in occasione di ricorrenze (nascite, morti, partecipazione ad eventi, intestazioni di strade, convegni ecc.). E&#8217; l&#8217;antimafia tutto fumo e niente arrosto, nel senso che basta impegnare pochi soldi (amplificazione, locale, spese di viaggio e di soggiorno per i relatori per promuovere l&#8217;immagine di un&#8217;amministrazione seriamente impegnata in questo campo, attraverso la diffusione della notizia sul giornale o in tv. Qualche presenza del politico di turno assicura più visibilità e più parole inutili. I risultati d queste attività sono pressocché nulli se non rafforzati da momenti di riflessione e da azioni d&#8217;intervento sul territorio. Da questa antimafia i mafiosi non si sentono disturbati, anzi condividono o promuovono la partecipazione di loro simpatizzanti alle iniziative, onde avere un alibi.</p>
<p><strong>2)</strong> L&#8217;antimafia talebana: è quella di chi vede mafia e interessi mafiosi dappertutto, quella di chi su un saluto, su una parentela, su una frase avulsa dal suo contesto, scopre collusioni mafiose con i politici, loschi affari che nascondono chissà quali oscure trame. Si mettono assieme le più disparate notizie che possono avere una qualche connessione, per elaborare analisi indimostrabili, utili comunque a gettar fango sul proprio avversario politico o sul proprio nemico personale. Molti personaggi di primo piano, soprattutto a sinistra, hanno fatto parte di questa antimafia, finendo con il generalizzare in un unico calderone categorie sociali e persone che nulla avevano a che fare con la mafia. Personalmente ritengo di essere appartenuto anche io, in altri tempi, a questa categoria, quando, ai tempi di Peppino Impastato, ritenevo che &#8220;Scudo crociato- mafia di stato&#8221; o che &#8221; D,C.+P.C.I= mafia&#8221;. C&#8217;erano allora certamente molti mafiosi nelle D.C. così come ora nell&#8217;UDC e nel PDL, alcuni anche nel PD, senza per questo dover concludere che tutti quelli che fanno politica sono mafiosi o collusi. &#8220;Se tutto è mafia niente è mafia&#8221;, diceva Sciascia. E questa sorta di smania di trovare “connessioni mafiose” dovunque, ricorda per certi aspetti l’integralismo dei talebani afghani. Quindi due tipi di “talebaneria”: quella sincera e radicale, chiusa in <a title="Salvo Vitale" href="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vitale-salvo-web-big.jpg"><img style="margin: 5px; float: right;" src="http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/vitale-salvo-web-big.jpg" alt="" width="211" height="251" /></a>una completa intolleranza e nel rifiuto totale del sistema, quella che utilizza o strumentalizza presunte collusioni come mezzi utili a qualche strategia politica. E qua passiamo già alla successiva tipologia,</p>
<p><strong>3) </strong>L&#8217;antimafia strumentale: l&#8217;uso dell&#8217;antimafia come strumento per far carriera. Sciascia, a suo tempo, bollò come &#8220;professionisti dell&#8217;antimafia&#8221; anche Falcone e Borsellino, accorgendosi, solo molto più tardi e dopo la loro morte, di avere sbagliato bersaglio. Per un magistrato che cura particolari inchieste, è facile costruire una cornice in cui l&#8217;impegno personale si media con la carriera professionale. Anche il politico può servirsi di quest&#8217;arma con intelligenza, favorendo le associazioni antimafia, assegnando loro beni confiscati, plaudendo alle operazioni delle forze dell&#8217;ordine quando smantellano organizzazioni malavitose presenti sul proprio territorio, o esprimendo solidarietà nel caso di attentati. Sull’esistenza di un autentica volontà antimafia si può avanzare qualche dubbio, anche se non mancano risultati eclatanti.</p>
<p><strong>4)</strong> L&#8217;antimafia passiva, che comprende una &#8220;maggioranza silenziosa&#8221;, ostile alle prepotenze, desiderosa di vedere l&#8217;alba di una nuova Sicilia, ma che sopporta tutto e si adatta al sistema per mancanza di coraggio. “Pi amuri di la paci ognunu taci- e supporta la mafia in santa paci” , cantava Otello Profazio. Difficile catalogare come antimafia questa forma di accettazione passiva, specie quando è determinata dall’idea che nulla cambia o potrà cambiare l’attuale assetto di vita: non c’è miglior terreno di cultura della mafia che la conservazione dello stato di cose che ne costituisce il naturale brodo di coltura. Un passaggio più avanzato è l’accettazione determinata dalla paura: a nessuno piace subire la violenza, assoggettarsi al pagamenti del pizzo per evitare ritorsioni che possono arrivare alla rovina di un’attività. Lamentarsi non basta, ma c’è già qualche luce di ribellione, o comunque, di presa di distanza.<br />
<strong><br />
5)</strong> Più consistenza ha l&#8217;antimafia militante, cioè quella di coloro che dedicano il proprio tempo e la propria vita a lavorare per l&#8217;eliminazione di questo triste fenomeno del sottosviluppo meridionale: quella di coloro che vanno nelle scuole, che scrivono inchieste coraggiose su alcuni giornali, che creano associazioni e promuovono iniziative di formazione e di lotta, anche spontanee, contro chi usa il potere per ricattare la gente impedendole di scegliere liberamente il proprio futuro. E l’antimafia di amministratori che si attivano per utilizzare i terreni confiscati ai mafiosi, quella dei docenti che elaborano progetti di educazione alla legalità ( non sempre efficaci), quella dei pochi giornalisti pronti a rendere note le collusioni con la politica e i giri d’affari illegali, mentre gran parte dei loro colleghi preferiscono scaldare le sedie con inutili servizi sulle vacanze, sui prezzi, sull’enalotto, sui meriti e i miracoli del loro padrone e dei suoi amici, ecc.</p>
<p><strong>Tratto da:</strong> <a href="http://corleonedialogos.blogspot.com/2009/08/tipologie-dellantimafia-salvo-vitale.html" target="_blank"><em>corleonedialogos.blogspot.com</em></a></p>
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		<title>Il sorriso di Bruno Caccia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2009 08:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Testo scritto e recitato per l&#8217;iniziativa LIBERA QUANTO BASTA PER  a Cascina Caccia il 17/05/2009 Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.giuliocavalli.net/wp-content/uploads/2009/05/caccia.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-524" style="margin: 5px;" title="caccia" src="http://www.giuliocavalli.net/diario/wp-content/uploads/2009/05/caccia-150x150.gif" alt="caccia" width="150" height="150" /></a>Testo scritto e recitato per l&#8217;iniziativa LIBERA QUANTO BASTA PER  a <a href="http://cascinacaccia.liberapiemonte.it/" target="_blank">Cascina Caccia</a> il 17/05/2009</em></p>
<p>Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.<br />
Questa storia è una storia che inizia con la fine il 26 giugno, di domenica a Torino. Se fosse in bianco e nero il 26 giugno 1983 sarebbe grigio come la menta che è appassita, una domenica che ti suda addosso come una doccia fatta troppo di fredda. È la passeggiata aggrappata al marciapiede di un uomo, un guinzaglio e il cane. E che interesse può accendere una camminata dopo cena in bianco e nero con un cane? Per questo siamo dovuti andare a riprenderla nel cestino del corridoio.<br />
Lui cammina mentre slappa il sapore fresco del caffè tra il palato e la lingua, il cane annusa la sua passeggiata che gli insegna che è sera e forse questo asfalto che cerca di scollarsi ci dice che è fine giugno. Le passeggiate dopo cena sono sempre un fruscio degno, un vento tra le orecchie e il cuore anche se non c’è vento, una sigaretta per assaggiare il retrogusto di anche oggi cos’è stato, una pausa con la parrucca della sigla di coda. Se fosse in bianco e nero quella passeggiata sarebbe un battere di palpebre.<br />
Chissà cosa pensava, Bruno Caccia, quella sera, sempre così sacerdote delle giornate bianco o nero, mentre si sedeva con gli occhi sull’altalena del guinzaglio e della coda; se pensava al gusto stringente di chi ha deciso che è domenica, e la domenica sera con il cane appoggiando per un secondo sul comodino la scorta dovrebbe essere un diritto anche delle solitudini più malinconiche, o se pensava a come fosse a dormire comodo questo nord di Mafiopoli che succhia l’osso dell’immunità narcotizzato dalla sua stessa presunzione. Come un coccodrillo sdentato che si prende il sole. Chissà se aveva ancora voglia di pensarci, a quell’ora che si mette sul cuscino perché è poco prima della notte, a quei vermi liquidi che zampettavano sulle gambe e sulla schiena del Piemonte addormentato, sdentato e fiero che tra il bianco e il nero aveva scelto la cuccia e la catena.<br />
A Mafiopoli ci insegnano sempre che è di cattivo gusto fare i nomi. Caro Bruno, hanno cercato di consigliartela spesso la buona educazione di Mafiopoli. Non fare i nomi. E allora facciamo finta che non ci siano intorno a questa storia che è passata come un brodino con un dado artificiale, facciamo finta che non ci siano a sapere e ascoltare i mastri della ‘Ndrangheta che si attaccano seccati alla suola delle scarpe di una regione a forma di coccodrillo, facciamo finta che non siano né gli Agresta, né i Belcastro, o Bonavota, Bruzzaniti, D&#8217;Agostino, Ilacqua, Macrì, Mancuso, Megna, Morabito, Marando, Napoli, Palamara, Polifrone, Romanello, Trimboli, Ursino, Varacolli, Vrenna. In ordine alfabetico, messi in fila per matricola: come lo scarico dei capi al mercato dei suini secondo la marca pinzata all’orecchio. E lasciando fuori, per adesso, i Belfiore, che in questa storia di marciapiede, bianco o nero, sono il concime.<br />
Chissà se ci pensava Bruno Caccia a quanto marciapiede avrebbe dovuto mangiare per svegliare il coccodrillo e urlargli dentro i buchi delle orecchie che era tempo di cominciare a grattarsi, a farle scivolare queste zecche marce che succhiano e si nascondono tra i peli. Chissà se ci pensava il magistrato Caccia, mentre sul marciapiede seguiva il passo soffice del cane e del suo collare, a com’è impudicamente nuda una città con un palazzo di giustizia che è un arcobaleno acido di caffè, mani strette e corna pericolose. Lì dove uno dei capi dei vermi, quel Domenico Belfiore che nella storia è un tumore che appassisce, chiacchericcia con il procuratore Luigi Moschella. Un bacio umido con la lingua al sugo tra ‘Ndrangheta e magistratura. Chissà se non gli si chiudeva lo stomaco a Bruno Caccia, sempre così fiero del bianco o del nero.<br />
Siamo al primo lampione, cane e padrone, sotto quella luce di vetro che solo Torino sa riflettere così grigia.<br />
Se ci fosse la colonna sonora da destra a sinistra sarebbe: il cuscinettìo delle zampe del cane, lo spelazzo della coda, il cotone della solitudine intesta alla sera di lui e più dietro, quasi fuori quinta, una 128 che cigola marinaia come tutte le fiat il 26 giugno del 1983.<br />
Chissà che pensieri evaporavano dentro i sedili di plastica di quel marrone secco della 128. Chissà se erano fieri a sganciare la leva del cambio anoressica e zincata, per questa missione da bracconieri della dignità. Chissà come brillava la faccia a Domenico Belfiore mentre ordinava quella 128 e la polvere da sparo come si ordina una frittura per secondo, chissà come si erano sniffati la potenza di avere ammaestrato i catanesi alla ‘ndrina, di avere preso anche Cosa Nostra come cameriera, chissà come avevano riso pensando che proprio loro, con Gianfranco Gonnella, alzavano la saracinesca del caffè sotto il tribunale, in una colazione che serviva a mischiare rapporti per l’interesse di stare sempre nel grigio, vendendosi il crimine e la giustizia e mischiare tutto con il cucchiaino.<br />
Mi dico che forse Bruno Caccia non riusciva a fumarseli nemmeno nella passeggiata di coscienza alla sera quei nomi che aveva deciso di tenersi bene a mente, come succede per un titolo che rimane anni incastrato nel portafoglio perché prima o poi ci può servire. Ecco, forse, mi viene da pensare, Bruno Caccia è un magistrato con la schiena dritta ma soprattutto un uomo di memoria, ma la memoria attiva quella vera che ormai qui a Mafiopoli è andata fuori produzione. Quella che serve per leggere le storie mentre succedono e se hai un po’ di fortuna immaginare di prevedere anche la mattina di domani. Mica quelle memorie in confezioni da 6 da accendere come le candeline in quelle storie che si cominciano a raccontare partendo dalla fine. Una memoria in camicia e con un cane sotto il secondo lampione.<br />
Chissà se avranno pensato di spararci anche al cane, quei manovali disonorati nel costume mai credibile degli uomini d’onore mentre si avvicinavano a Bruno Caccia, il suo cane e per stasera niente scorta, chissà come schizzava olio quel soffritto nel cervello per sentirsi capaci di meritarsi anche stasera un pacca dal boss, quella 128 farcita di codardi che 25 anni dopo non sono ancora stati pescati. Chissà se pensano di essere impuniti dimenticando di avere prenotato in una sera il posto riservato nell’inferno dei picciotto e degli omuncoli.<br />
14 colpi ad ascoltarli di seguito in una sera di 26 Giugno in via Sommacampagna a Torino sono una fanfara della codardia che tossisce. 14 volte di sforzi dallo stomaco di un rigurgito a pezzettoni. La risata di potenza di Mimmo Belfiore e suo cognato Palcido Barresi  che apre lo sfintere. 14 spari in una serata d’estate suonano come una canzone d’amore suonata con le pietre. Chissà cosa avrà pensato il cane, nel vedere quegli uomini a forma di stracci  mentre scendono per finire con tre colpi Bruno Caccia, il suo padrone, e ripartire veloci a prendersi gli applausi della grande famiglia di vomito e merda. Chissà a che punto era arrivato il magistrato a passeggio a pensare a tutti i fili dei nei di una regione che dormiva.<br />
Tutto proprio sotto al secondo lampione. Dicono che Torino ogni tanto sia funebre: quella sera era a forma di cuore schiacciato da una ruota all’incrocio.<br />
Mafiopoli, provincia d’Italia, è il paese dove siamo maestri a cominciare le storie sempre dalla fine. Senza una fine certificata non siamo capaci di leggere una storia, senza il brivido finale. Ci siamo disabituati a raccontarle le storie, siamo diventati maestri del confezionamento, facciamo i pacchetti con nastri e ceralacca più belli del mondo, abbiamo professionisti sempre in tourné che ci raccontano i morti come fossero un arcobaleno perché il bianco e nero invece ci dicono che è vecchio, il bianco o nero è addirittura troppo radicale, e si sa che a Mafiopoli c’è da essere chic.<br />
Che il magistrato Bruno Caccia sia stato ucciso il 26 Giugno 1983 da ignobili ignoti è rportato in qualche foglio tarmato scritto probabilmente con una stampante ad aghi. Ma gli avvoltoi tra le macerie della memoria si sono subito messi in tasca i soprammobili di quella storia con questa fine così cinematografica da non farsi scappare. E ti hanno regalato la memoria, caro Bruno, quella memoria di polistirolo buona per le sfilate per appiccicarci un nome al cartello bianco con sfondo bianco di una via. In questa Mafiopoli dove tutto va al contrario e bisogna prendersi la responsabilità di sperare in una fine certificata perché almeno si mettano a cercare cosa era successo prima.<br />
Mi chiedo Mimmo Belfiore, cosa starai pensando adesso. Se un po’ non ti disturba che quella memoria che pensavi di avere rapinato tutta oggi è diventata una preghiera laica e quotidiana ogni mattina. Proprio qui, proprio dentro casa tua, nella tua cascina senza porcilaie ma che è stata piena di porci. Mi chiedo se ti brucia, mentre in carcere recitavi la parte dell’invincibile avere detto a Miano che Caccia l’avevi fatto ammazzare tu. Chissà come ci sei rimasto male, tradito da un infame e da un infermiere che il coraggio lo praticano per amore e non per una puttana a forma di maestà. Chissà quando te lo raccontano che a casa tua piano piano i guardiani del faro stanno strofinando via l’odore della tua famiglia e della vergogna. Chissà che magari, come tutti i tuoi compari non preghi di essere messo nelle mani di Dio e lui non ti aspetti sotto un lampione su una 128. Chissà se un giorno a voi mafiosi per un allineamento degli astri non vi succeda che riusciate ad avere un sussulto per vedervi allo specchio così anoressici d’indignità. Chissà se ci hai creduto davvero che tuo fratello Sasà riuscisse a continuare impunito mentre faceva girare in 4 anni 11 quintali di cocaina.  Dal Brasile poi in Spagna fino a Genova e Torino nell’ennesimo giro del mondo dei soldi in polvere. E chissà se non ti dispiace che tuo fratello Beppe invece non sia proprio all’altezza, lui che si è buttato sul gioco d’azzardo e alla fine si è azzardato troppo anche se aveva le spalle coperte dalla ‘ndrina Crea. Chissà come ti suona stonato sentire suonare una memoria libera proprio qui nel tuo cortile dove travestito da boss del presepe ti compravi la benevolenza con le ricotte. Chissà se un po’ non hai sorriso sapendo che alcuni tuoi compaesani di San Sebastiano Po temevano i disagiati per la “sicurezza pubblica”, impauriti dai disagiati del gruppo Abele dopo che ti avevano lasciato pascolare e sporcare per tutti questi anni. Vorrei chiederti, caro Mimmo, se non stai pensando che si avvicini la data di scadenza del tuo onore.<br />
Bruno Caccia e il suo cane sono quei due sotto al secondo lampione.<br />
A Mafiopoli le storie si cominciano a raccontare dalla fine. Bruno Caccia doveva finire il 26 giugno, che dico, per uno scherzo del destino il 26 giugno io ci sono pure nato. Oggi c’è un cortile, un cortile scippato ai Belfiore, un cortile che è stato rapinato al rapinatore, un cortile che vuole diventare da grande un giardino e una memoria che con le unghie sta rompendo il guscio. E il magistrato severo, sono sicuro, non riuscirebbe a trattenere un sorris</p>
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